Rossano 2/06/05. Incontro ecumenico regionale
G. MAZZILLO
Umiltà e mitezza come contesto evangelico di riconciliazione
Introduzione
Due brani di San Paolo di partenza, all’interno del tema generale della Signoria di Dio, legata al Regno di cui fanno parte i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, i trasparenti di cuore, i costruttori di pace, i perseguitati per causa della giustizia e per amore di Gesù (Mt 5,1-10). Due brani che richiamano l’attenzione sulla mitezza come unico atteggiamento spirituale idoneo per costruire pace e riconciliazione nelle singole chiese, tra le chiese, tra gli uomini tutti.
Efesini (4, 1-4): «Vi esorto dunque io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine (praytetos) e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace»;
Colossesi (3, 12-13): «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine (prayteta), di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri».
1) La terra promessa della riconciliazione
«Beati i miti (praèis), perché possederanno la terra» (Mt 5,5), ma chi sono i "praèis" che avranno in eredità la terra, una terra finalmente di pace, contestualmente con una chiesa in pace? Cerchiamo una risposta nella Scrittura.
In Matteo (11,28-30) Gesù invita tutti, ma in realtà sono idonei ad accoglierne l’appello solo quanti, pur gemendo sotto una signora oppressiva, sentono il bisogno di essere liberati. Egli dice:
«Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero".
A riguardo nel libro del Siracide (Sir 51,2Oss) troviamo: «Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l'istruzione», presentando la sapienza come il giogo piacevole da assumere in libertà. In Matteo sembra presente questa reminiscenza. Gesù ci propone la sua sapienza, ma non solo. Ci propone qualcosa di più: la familiarità con lui, con il suo modo di essere e di agire. È il modo di essere dei suoi seguaci. Deve diventare il modo di essere e di agire di tutti i cristiani. Fino a quando ciò non avverrà, l’unità sarà sempre lontana, pur sembrando a portata di mano.
Se l’intero popolo di Dio è “popolo messianico”, le diverse chiese che lo costituiscono sono chiese messianiche. Ma in quanto tali sono vincolate alle caratteristiche del Messia, che appare inequivocabilmente come facitore di pace. Solo se saremo così anche noi, in quanto facitori di pace, saremo chiamati (cioè saremo realmente) figli di Dio («Beati quelli che fanno la pace, perché saranno chiamati figli di Dio»: Mt 5,9)».
Matteo (21,5) descrive l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, riassumendone lo stile, con le parole riprese dalla Prima Alleanza «Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su una asina, con un puledro figlio di bestia da soma» (Is 62,11), conformemente anche a Zaccaria (9,9), che invitava: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila figlia di Gerusalemme! Ecco a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra».
Quanti carri e cavalli di guerra devono ancora sparire! Quante armi mentali, pregiudizi dottrinali, retaggi storici inquinati dallo spirito del mondo, dalla volontà di potere, dalla paura di perdere i propri privilegi attendono di crollare! Crolleranno solo se entreremo nella mitezza di Gesù, nella mansuetudine raccomandata dall’apostolo Paolo:
«Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza (praytetos) e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi» (2 Cor 10,1);
mentre in Efesini (4, 1-6) nel brano già accennato, troviamo:
«Vi esorto dunque io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine (praytetos) e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti».
Si tratta di una mansuetudine che costruisce, essendo attitudine messianica e habitus dinamico, tutt’altro che passivo o rinunciatario, conformemente a quanto troviamo in Colossesi (3, 12-13):
«Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine (prayteta), di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri».
Quanto abbiamo da perdonarci reciprocamente! Ma soprattutto quanta mancanza di attitudine messianica, cristica, prima ancora che cristiana, ci manca!
La dolcezza e la mansuetudine sono dunque caratteristiche precipue della nostra comune vocazione messianica ricevuta. Sono il suggello (lo sfraghìs) di Cristo, l’unico che può suturare lo sfregio ancora aperto delle nostre lacerazioni.
Come arrivarvi e arrivarvi tutti nelle nostre comunità, per essere una sola comunità di fatto? In sintesi:
- Coltivando la mitezza come caratteristica dei chiamati al Regno, di quanti entrano nell’orizzonte della Signoria di Dio e solo così sono i suoi figli; noi figli ancora della divisione, quando saremo davvero figli di Dio?
- Perseguendo tale mitezza possederemo “la terra” nel senso che erediteremo una terra nuova e di un modo nuovo di essere Chiesa sulla terra;
- Ciò non scaturirà da un semplice sforzo o da un rinnovato impegno soltanto: ci stiamo provando da tanto tempo e con quali risultati? Ancora pochi, per la verità ed effimeri! La mitezza sgorgherà in noi e nelle chiese se parteciperemo sempre più e ci lasceremo trasportare dalla corrente di amore del Padre e dall'agire salvifico e amorevole di Gesù;
- Solo in questa maniera la mitezza costruirà riconciliazione tra noi e pace sulla terra, diventando segnacolo e avamposto del Regno di Dio.
2) Mitezza come continua capacità di solidarizzare con gli infelici della terra
Con la mitezza dobbiamo acquisire un'altra attitudine messianica: l'umiltà di cuore (tapeinophrosùne). Essa indica in Gesù la sua totale disponibilità di fronte al Padre a solidarizzare con i poveri e gli oppressi, per inaugurare finalmente sulla terra il Regno, la Signoria di Dio che vince la signoria del potere oppressivo. Al battesimo di Gesù, il Padre congratulandosi con Lui esclama: «Tu sei il Figlio mio prediletto in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11, cf anche Is 42,1;Mc 9,7).
La conferma e consacrazione di Gesù avviene allorché egli si identifica con i peccatori e i bisognosi, facendo la fila per essere battezzato. La sintonia del Padre è un tutt’uno con la sintonia (vera solidarietà) del Figlio con quei bisognosi. L'andare con gli infelici della terra è nella logica di Dio e del suo Regno. Non è la logica della bontà dei poveri, che talvolta ne mancano quanto gli altri, ma è quella di una Signoria, che essendo servizio e dono, è appunto per quanti soffrono più degli altri e pertanto per loro c’è un Padre che si commuove, li chiama e li salva.
Siamo tutti nelle nostre chiese chiamati a vivere secondo la scelta solidale di Gesù. Fino a che punto? Il servo di Jahvé in Is 49,4 parla di "diritto", un nuovo diritto: il Messia è colui che interviene a vantaggio di chi è stato privato dei propri diritti, è Lui stesso povero, uno di loro. «Io ho risposto: "Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il mio Dio" (...) Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». Coltivare la dimensione messianica per le chiese significa solidarizzare con gli infelici, fino ad addossarsi, al pari del Servo di Dio, l'iniquità degli altri.
In questo si realizza il capovolgimento dell’oppressione ed esplode il Regno di Dio: «Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità» (Is 53, 11). Nel servire la causa degli infelici si pratica quanto enunciato nel Vangelo, a cominciare da ciò che Gesù afferma in Marco (10, 42-45): «Disse loro: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'Uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti"».
Infine, l'ereditare la terra rimanda a un rapporto filiale. Indica la partecipazione a una sorte comune (kleromein), sicché il figlio sarà come il padre. È evidente la connessione con la beatitudine «beati gli eirenopoioi (facitori di pace)». Fare la pace è conforme a ciò che ha fatto Gesù, di cui ancora Paolo scrive (Ef.2,14a-16): «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo (...) per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo». Proprio gli eirenopoioi sono infatti figli di Dio. Le nostre chiese lo saranno se facendo pace tra loro e riconciliando gli uomini a Dio costituiranno un tratto visibile e intenso di quel Regno che viene dall’alto e che coinvolge noi uomini dal basso. Un dono, ma anche un compito. Un compito che ci viene donato e pertanto affidato alla nostra preghiera, alla nostra sensibilità a una capacità d’amore sempre di nuovo, che mai si arrende e mai si dà per vinto.