Giovani Mazzillo
Per una
spiritualità sacerdotale dopo Loreto –[Articolo per Vivarium, Rivista
del Pontificio Seminario Regionale “S. Pio X”
Catanzaro, anno 6
(1985, n 1-2) 13-23]
Il convegno ecclesiale,
tenutosi a Loreto dal 9 al 13 aprile, si è concluso
con una Nota pastorale elaborata dalla XXV assemblea della Conferenza
Episcopale Italiana. Il documento, pubblicato il 7 giugno u.s., traccia un bilancio del convegno e, riassumendone il
messaggio, fissa alcuni traguardi dell'impegno che deve caratterizzare la
Chiesa Italiana in questi nostri anni. Non contiene indicazioni specifiche per
una spiritualità sacerdotale. Ci può offrire tuttavia degli spunti, a partire
dai quali possiamo enucleare una spiritualità, che se può essere valida per la
Chiesa italiana in tutte le sue componenti, è
sicuramente valida anche per i sacerdoti. A mo' di premessa, devo però, a mia
volta, confessare che parlare di una "spiritualità sacerdotale"
specifica mi crea qualche difficoltà. Non perché non veda lo
specifico del ministero ordinato. Lo riconosco e lo insegno. Ma perché
troppo spesso la "spiritualità sacerdotale" è stata estrapolata dalla
spiritualità del cristiano, quello comune, o dalla spiritualità battesimale,
quella, per intenderci, che viene prima, e non solo cronologicamente, ma anche
come presupposto, di ogni altra.
Il testo della Nota
pastorale preferisce parlare un linguaggio che, fatte le debite
precisazioni e i dovuti adattamenti, vada bene per
l'intera compagine ecclesiale. Sulla scia della teologia del popolo di Dio,
tale impostazione sembra migliore dell'altra, perché recupera e sottolinea il senso dell'unità e del comune cammino che sta
davanti a tutti: laici, religiosi, sacerdoti.
La spiritualità che
personalmente riesco a cogliere dal Convegno di Loreto
vale di conseguenza per tutti i cristiani; vale, se vogliamo, a fortiori per
i sacerdoti. Nella mia proposta di riflessione la suddivido secondo quattro
linee principali: 1) spiritualità dell'itineranza - 2) spiritualità
dell'accoglienza - 3) spiritualità del discernimento - 4) spiritualità
della ministerialità. La quarta è qui citata all'ultimo posto, per essere
meglio focalizzata ed esplicitata, tuttavia costituisce lo sfondo e il tessuto
connettivo di tutte le altre.
1) Spiritualità
dell'itineranza
La Chiesa di Dio convenuta a
Loreto presenta se stessa come Chiesa di pellegrini. I partecipanti al Convegno
sono, nelle parole della Nota, «pellegrini di Chiesa» (n. 2). Vogliamo
ricavare una prima indicazione spirituale per il sacerdote? Il sacerdote è,
insieme con gli altri, Chiesa peregrinante e contemporaneamente pellegrino
di Chiesa. Sa di vivere con i suoi fratelli in una realtà in cammino,
essendo da sempre chiamato «a seguire Gesù Cristo e vivere di Lui, crocifisso, risorto e vivo per riconciliare pienamente gli
uomini con se stessi, tra di loro e con Dio» (n. 2). Il compito della
riconciliazione che agli celebra, annuncia e realizza,
avviene strada facendo, in un'itineranza che è innanzi tutto coscienza dei
limiti intrinseci a una situazione in movimento verso un futuro, che si attua
pienamente solo e sempre oltre le sue realizzazioni immediate.
«Dobbiamo avere l'umiltà di
renderci conto - dice la Nota - che a questo mondo
riconciliazioni compiute non ce ne sono. La consumazione del mistero
della riconciliazione appartiene ad un'altra patria, appartiene ad un'altra
epoca della nostra storia, quella che va oltre il tempo» (n. 43). Il sentirsi
in cammino nasce da questa coscienza "escatologica" e nasce dalla
condivisione di quella condizione umana che caratterizza il nostro tempo, con i
suoi problemi, le sue inquietudini, le sue ricerche. Da fratello a fratello, il
sacerdote camminerà accanto agli altri, sapendo che nonostante la ricchezza del
messaggio e dei tesori che porta, egli rimane pur sempre homo viator, uomo
della via. Indicherà il cammino e l'ultimo traguardo, ma non si sottrarrà alla
fatica di chi deve camminare con la vicinanza dell'amico fedele e discreto e la
responsabilità del fratello maggiore.
Egli sa che la terra sulla
quale passa è una terra dura, intrisa di lacrime e talvolta di sangue. Non
passerà dall'altra parte della strada, come il sacerdote della parabola del
samaritano, per non contaminarsi e per poter celebrare con l'immacolatezza
superficiale, che è in realtà indifferenza e falsa neutralità. Egli sa che il
sacrificio che celebra è quello di Cristo. Alzando il suo calice, alzerà verso
il Padre la storia tormentata di una terra che conosce la morte violenta della
delinquenza criminale, dell'aborto e quella lenta ed inesorabile, ma non meno
violenta, della droga, dell'emarginazione, dell'inefficienza delle strutture
che dovrebbero tutelare la salute e la vita. Il sacerdote
farà questa strada e annunciando il "vero" modo di intendere e
rispettare la vita, denuncerà ogni sopraffazione e ogni atto ad essa contraria.
Nondimeno, da uomo che celebra la riconciliazione e il mistero
della redenzione, egli non si sentirà estraneo al peccato degli altri, poiché
lo sentirà anche nella sua carne e, come l'agnello di Dio, lo porterà su di sé,
per vederlo sconfitto dalla potenza della croce di Cristo. Secondo questa
spiritualità, il sacerdote dovrà avere il coraggio e talora la veemenza del
profeta e, al contempo, la sofferta solidarietà del ministro che assolve.
Un sacerdote che non
conoscesse il patire, non sarebbe secondo l'ordine di Cristo, ma ancora e solo
secondo l'ordine di Levi.
Se di Mons.
Romero si poté dire che seppe bere il doppio calice, quello del sangue di
Cristo e quello del suo popolo, con una sola mano consacrata al servizio,
analogicamente si dovrà dire che nella messa di Cristo c'è ogni giorno per noi
la messa del nostro popolo e la nostra messa; quella del nostro avanzare talora
a fatica, del nostro tergiversare e della nostra tiepidezza. Nella messa del Signore offrendo sovente le mani
vuote, staremo, come Mosè, con le braccia sollevate, perché Dio risparmi e benedica il suo popolo.
Tale senso di partecipazione
alla sorte di tutti, il sacerdote l'attinge al suo
ministero sacerdote, al suo mandato specifico di un'intera Chiesa, che, secondo
il documento, «viene così a sentirsi partecipe di tutti i frammenti di umanità,
in questa società italiana che porta ancora le ferite di tanta violenza, non
solo di quella terroristica e delinquenziale, ma anche della violenza dei
poteri occulti, della sempre possibile violenza culturale sui poveri, della
violenza emarginante» (n. 38).
Una spiritualità
dell'itineranza fa sì che si vada sempre «là dove è l'uomo per salvarlo, con i
mezzi della Grazia e dell'amore» con il «coraggio di amare senza riserve» (n.
51). E questo coraggio uno di quei semi, o di quei fermenti
che noi dobbiamo mettere dentro la società dell'uomo e la città dell'uomo,
«quei fermenti - dice il testo - di cui hanno bisogno per non essere
esilio, di cui hanno bisogno per non essere fugaci e puramente provvisorie» (n.
43). E questo, «l'impegno dell'eternità», come si
aggiunge nello stesso numero, ma ciò non significa assolutismo e integrismo di
sorta. Se il ruolo del nostro agire, in quanto facenti
parte della Chiesa, è pubblico ed è per la promozione dell'uomo e per il
bene della comunità civile, ciò deve avvenire - si precisa, citando Giovanni
Paolo Il, - «nel pieno rispetto, anzi nella convinta promozione della libertà
religiosa, e senza confondere in alcun modo la Chiesa con la comunità politica»
(v. 37).
Alla base di questa
chiarificazione c'è la consapevolezza che la Chiesa ha da realizzare un cammino
di comunione, sia al suo interno, sia all'interno della società civile, «senza
irenismi e senza paure - si afferma - nella consapevolezza che la comunione
ecclesiale è per tutti un cammino mai esaurito, un
traguardo da perseguire sempre nella storia personale e comunitaria» (n. 26).
Quest'ultima affermazione si trova in un passaggio che porta il titolo "Il
dialogo e l'accoglienza". Parlando della comunione
ecclesiale, ricorre il termine conciliare del dialogo come stile di
vita, atto che congiunge insieme verità ed amore. L'itineranza diventa
capacità di ascolto e di accettazione, diventa
accoglienza dell'altro.
2) Spiritualità
dell'accoglienza
Accogliere significa
accogliersi. Sapersi generati come Chiesa dall'unico Spirito, che è Spirito di
santità, sapersi unica Chiesa, pur nella molteplicità delle Chiese particolari,
comporta un « saper "convenire" con senso di maturità ecclesiale».
Comporta, inoltre, - dice il testo di Loreto - una promozione
della "cultura di comunione", che si esprima nell'accoglienza,
nel perdono, nell'ascolto, nella complementarietà dei servizi, nella ordinata
collaborazione pastorale» (n. 48). Accoglienza significa in primo luogo
confessione della propria povertà. Questo vale sia per il singolo, che per la
stessa Chiesa nei confronti della società civile, come pure delle singole
Chiese particolari. Citando un discorso di Giovanni Paolo Il,
si afferma testualmente «La comunità cristiana è ben conscia di non
poter essere la sola promotrice di valori nella società civile. Essa dà, ma al
tempo stesso riceve, in una sorta di dialogo esistenziale» (n. 39). Per il
sacerdote accoglienza significa riscoprire e valorizzare la propria umanità. In
modo analogico alla Chiesa, anche egli ha molto da
ricevere e da imparare. Essere disposti all'accoglienza significa per lui
riscoprire la presenza dello Spirito di Dio nel cuore di ogni
uomo e le tracce del suo passaggio negli avvenimenti che ci succedono intorno. Se l'itineranza ci ricorda come ispirazione e modello Maria
che si mette sulla strada verso Betlemme, verso l'Egitto e poi verso
Gerusalemme e il Calvario, l'accoglienza ci ricorda la visita ad Elisabetta, e
la sua presenza alle nozze di Cana, come pure nel Cenacolo, dopo l'ascensione.
Ma ci richiama soprattutto quel suo atteggiamento fondamentale di accoglienza e di ascolto, con cui sapeva meditare nel suo
cuore, custodendole con amore, ogni parola di Dio e anche le parole degli
uomini.
Accogliere è una sostanziale
recettività verso l'uomo e verso la storia. Significa promuovere la vita,
favorire un'economia che sia per l'uomo, realizzare la
solidarietà (nn. 33.34.38), favorire il volontariato e la cooperazione (nn.
35.41); ma significa, al fondo di tutto ciò, saper sempre coniugare la
"coscienza di verità" di chi ascolta la Parola di Dio con la sostanziale
recettività verso ciò che si coglie nella parola dell'uomo come espressione
della sua ricchezza o meglio del mistero che lo inabita.
È un compito arduo, perché
implica un atteggiamento particolare, quello del discernimento.
3) Spiritualità del
discernimento
Se la nostra spiritualità è venuta caratterizzandosi
come itineranza ed accoglienza, ci chiediamo anche noi, come si chiedevano i
Vescovi dopo Loreto, «come allora continueremo il nostro cammino?» (n. 44). La
risposta suona: con l'evangelizzazione, in
tutta la pienezza del suo significato, «che comporta la proclamazione della
Parola, la sua celebrazione nella Liturgia, la coerenza della carità» (ivi).
E un'evangelizzazione che, entrando nel vivo della
storia, svela il senso dei problemi e delle contraddizioni dell'uomo, «facendo
esercizio di sapienza cristiana, traducendo in progetti e in concretezza le
analisi, secondo la legge dell'incarnazione» (ivi). E
questo il discernimento, che comporta l'attenzione e l'ascolto della Parola di
Dio e l'attenzione e l'ascolto del cuore dell'uomo, che cerca di leggere
entrambi alla luce dello Spirito di Dio e che fa esercizio di sapienza
cristiana. L'equilibrio tra i due aspetti è delicato ed è della massima
importanza. L'ascolto della Parola conduce alla conversione ed è solo «una elevata qualità di vita cristiana» ciò che può
riassumere la risposta da dare a Dio e il segno testimoniante e credibile da
dare agli uomini (n. 46). Il sacerdote, volendo fare delle applicazioni in sede
spirituale, vive in prima persona questo compendio dove la sapienza cristiana è
sapienza evangelica, è conversione, testimonianza e risposta a Dio e agli
uomini. La proposta che egli fa agli altri di quegli «itinerari personali e
comunitari di fede più viva, coerenze morali più chiare e più credibili, virtù
cristiane ed atteggiamenti spirituali» (ivi), per dirla ancora una volta
con le parole della Nota pastorale, è una proposta che passa
attraverso il suo personale coinvolgimento: in prima persona egli è colui che celebra la misericordia sugli altri, perché sa di
doverla celebrare ogni giorno su di sé. Se anche non potesse
testimoniare una vita realmente santa, può e deve sempre testimoniare di essere
un miracolo vivente della bontà, della gratuità e della misericordia del
Signore.
4) Spiritualità della
ministerialità
Lo specifico della
spiritualità del sacerdote consiste nel poter essere contemporaneamente
strumento e destinatario della Grazia.
La struttura fondamentale
della Chiesa è la ministerialità, come diaconia. Essa è "fondata su Cristo
povero e servo" (n. 53). È una ministerialità che passa attraverso il suo
agire, la sua vita. Si tratta di un orientamento di fondo
al quale non possiamo rinunciare, pena lo scadimento in un esercizio di
mestieranti che se non convince gli altri, non convince più nemmeno noi stessi.
La struttura fondamentale del nostro essere preti si esplicita
attraverso quella struttura dialogale che la Conferenza episcopale italiana
ritiene sia la caratteristica specifica dell'intera Chiesa. La nostra
spiritualità si viene allora a definire come ministero, cioè
servizio, o diaconia. La possiamo guardare più da vicino, considerandola come
a) diaconia della verità, b) diaconia della carità e c) diaconia
della missione. Sotto questi tre titoli raccolgo i
tre punti fondamentali del Documento in questione, che dopo una prima parte sul
convegno come "Una esperienza che impegna", ne sintetizza il
messaggio in 3 paragrafi, parlando dello stesso convegno come a) evento
della Parola: la riconciliazione nella verità; b) evento della
pace: la riconciliazione nella carità; c) evento di missione:
riconciliazione e missionarietà; mentre dedica l'ultima parte ai
"traguardi del nostro cammino".
Ritornando a
i tre paragrafi del messaggio diremo:
a) La diaconia della verità
fa di noi degli uditori e degli educatori:
b) la diaconia della carità
fa sì che noi siamo ricostruiti dalla pace e costruttori di pace;
c) la diaconia della missione
ci rende ad un tempo evangelizzati ed evangelizzatori.
a) Uditori ed educatori significa per noi essere innanzi tutto
"uditori della Parola", come si dice nella Nota pastorale, con
la ormai celebre espressione di Rahner. Il servizio alla verità comporta quel
fondamentale atteggiamento che vediamo nelle pagine nel Vangelo
contraddistinguere la Vergine Maria. Saper udire diventa sempre più difficile.
Nella società del frastuono (sia quello esterno a noi, sia quello interiore,
fatto di migliaia di informazioni, di immagini, di
“impegni”) ritornare ad ascoltare, quando tutti vorrebbero parlare, è l'inizio
di una inversione di tendenza, che alla quantità sostituisce la qualità e alle
cose da fare e da dire fa premettere quelle da recepire e da imparare. Ascolto
significa preghiera e capacità di contemplazione. Significa meditare custodendo
con amore la Parola che leggeremo e spiegheremo agli altri nella Liturgia.
Significa celebrare la Parola nella propria vita e per la propria vita,
confrontandosi con il Cristo povero e servo, per vivere con rinnovato slancio e
senza rimpianti il proprio sacerdozio. La nostra stanchezza nasce infatti non dall'eccessivo ascolto. Ha origine nella nostra
mediocrità. Il Vangelo pesa per chi non lo vive interamente e con pienezza.
L'ascolto della Parola di Dio deve essere accompagnato dall'ascolto del popolo
di Dio. Se Dio parla in esso, ascoltarne la voce non è
solo un dovere, è ascoltare il Dio vivente che parla nella storia degli uomini.
Per valutare ciò che è umano, ciò che viene da Dio, è necessario restare
nell'ascolto dello Spirito Santo, per poter operare il discernimento ed
esercitare la sapienza evangelica. Si tratta di un ascolto non precipitoso, non
prevenuto, condotto all'insegna dell'amore per «giudicare e discernere ciò che
c'è di valido negli altri, come dice il documento della CEI, anche nei sistemi
culturali e nelle ideologie» (n. 17).
La diaconia della verità
comporta anche la nostra opera educativa: uditori ed
educatori. Siamo chiamati ad educare alla verità: ancora una volta, a
quella che viene dalla Parola di Dio e a quella di cui è intrisa la storia
umana, almeno come domanda o insieme di problemi che attendono una risposta. La
«pastorale della cultura è, dopo Loreto, un puntare su tutto ciò che affina
l'uomo ed esplica le molteplici sue capacità di far
uso dei beni, di lavorare, di formare costumi, di praticare la religione, di
esprimersi, di sviluppare scienza ed arte: in una parola, di dare valore alla
propria esistenza» (n. 17, che riprende il n. 29 di La Chiesa italiana e le
prospettive del paese). Come si noterà, è un'opera educativa, dove si
valorizza tutto ciò che sale dal cuore umano (l'esistenza) come affinamento e
perfezionamento. Il servizio della verità è servizio a Dio e servizio all'uomo,
chiamato da Lui. Richiede discernimento perché mai si confondano, identificandosi,
il vangelo e la cultura, l'evangelizzazione e
l'inculturazione. Ma richiede altresì la carità, che è
la giustificazione teologica dell'essere costruttori di pace e ricostruiti
dalla pace, vale a dire riconciliati e riconciliatori.
b) Ricostruiti dalla pace
e costruttori di pace significa essere riconciliati in se stessi e con se
stessi, riconciliarsi con la propria esistenza ed anche riconciliarsi con le
proprie realtà ecclesiali, accettando le differenze e ricercando l'unità, oltre
il facile irenismo e l'intolleranza animosa (n. 18). Viene perciò auspicata una
riconciliazione della quale siamo destinatari ed artefici, superando rivalità e
contrapposizioni di associazioni e movimenti, come in
più di un passaggio precisa la Nota pastorale (cfr. n.
18 e 55). In questa diaconia della pace l'ecumenismo viene
recuperato come atteggiamento spirituale complessivo, affinché ogni nostra
comunità sia ecumenica (n. 26) così come dovrebbe essere missionaria. Se la
verità esige che si sia facitori di essa, si precisa
che «la carità di Cristo domanda di essere realizzata nell'amore, per condurre
in tal modo alla fraternità» (n. 18).
Essere artefici di pace
richiede che nelle nostre chiese locali passi la pacificazione, sia con le
nostre realtà ecclesiali interne sia con i problemi e le difficoltà
dell'ambiente circostante. Esige anche che con umiltà si fronteggi «oggi con
nuova decisione il dramma del peccato e del mistero di iniquità»
(n. 20). Ma in che modo? Con l'opera educatrice e con
una proposta di pace che diventa poi segno liturgico e sacramentale attraverso
l'eucaristia e la penitenza, con lo sguardo rivolto al crocifisso,
restando sotto la croce, per vivere ogni volta gioiosamente il mistero della
nostra rinascita e quella del mondo (n. 21).
La ministerialità sacerdotale
va inquadrata in quel ministero della riconciliazione, che si dirige a
tutti e non a gruppi ristretti, e tuttavia ama la gente povera e sa parlare il
linguaggio della gente (n. 22).
c)Evangelizzati ed
evangelizzatori sono infine quanti praticano la diaconia della missione. Se «missione è avere il coraggio di amare senza riserve» (n.
51), «la missione della Chiesa ha una sola origine, un solo contenuto, un unico
fine: la proclamazione del Vangelo». (n. 32). Il sacerdote sa che la Chiesa è
continuamente generata dallo Spirito, che è Spirito di santità e che in questa
sempre nuova rigenerazione, seguendo il Cristo e guardando alla sua croce, egli
sente rivolto a sé l'annuncio del vangelo. Sa di doversi sempre convertire e si
sente destinatario oltre che strumento dell'evangelizzazione.
Il suo annuncio sarà tanto
più convincente, quanto più sarà convinto. Destinatario dell'annuncio, che egli
trasmette, è l'uomo secondo il piano di Dio, in un'antropologia che non può non
essere teologica e in una teologia che è sempre antropologica. La centralità
del Cristo lo fa andare alla ricerca di quell'uomo che è da promuovere in tutte
le sue manifestazioni esistenziali: nella vita, nell'economia, nei rapporti
sociali come pure nei vari contesti culturali nei quali egli vive.
Se essere missionari è avere
il coraggio di amare senza riserve, colui che percorre
le strade degli uomini, lo farà come Cristo, senza la preoccupazione di avere
una sua città, una sua casa, una sua sicurezza e perfino un suo futuro.
Seguendo Cristo povero e
servo, il sacerdote riscopre spazi nuovi nei quali vivere ascoltando e
testimoniando, celebrando il memoriale di Gesù e le speranze degli uomini. Il
suo ministero della riconciliazione riporta gli altri alla ricomposizione di
un'identità umano-divina minacciata e perfino ferita, mentre riporta il
sacerdote stesso al centro della sua vocazione.