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Ecco alcuni miei inediti. I primi riguardano 4 racconti stagionali e si potrebbe dire stagionati. Sono stati distribuiti solo ad alcuni amici, che nella loro bontà hanno mostrato di apprezzarli. Si può fare la scelta attraverso il corrispettivo link: sono nati in quest'ordine: storia d'autunno, storia d'inverno, storia di primavera, storia d'estate. L'intera raccolta si chiama La bottiglia dal mare.

 


 

Giovanni Mazzillo

STORIA DI AUTUNNO

Fiaba al computer

PRIMO CAPITOLO

Non si può ancora dire se fosse fortunata o sfortunata — lo si vedrà in seguito — quella coincidenza di tanti e diversissimi fatti che capita una volta ogni cinquecentomila anni, o forse più. Ma quella volta l’effetto che ne sortì fu davvero straordinario, se non strabiliante. Orbene, per tanti e svariati motivi, che la scienza non è ancora riuscita a chiarire — ma ci riuscirà mai? —, si diede il caso — bisogna proprio dirlo — che uno di quei pupazzetti che si muovono sullo schermo del computer, per la gioia di bambini e meno bambini, uscisse improvvisamente dal monitor e con un salto maldestro venisse a posarsi sul ripiano dove Selco batteva la tastiera.

Il ragazzo ci restò di stucco, come tutti possono immaginare. Provate un po’ voi a vedervi uscire dallo schermo, che so io, di un televisore, di un videogioco o di qualsiasi altra cosa semifosforescente, un oggetto che si materializzi e sfugga al controllo delle vostre solerti dita, che con maestria digitano questo o quell’altro comando, questo o quell’altro movimento.

All’inizio Selco pensò di star male. Non era roba da poco quello che accadeva sotto i suoi occhi ed egli se li stropicciò con forza pensando tra sé e sé che forse la stanchezza o l’essere rimasto incollato allo schermo per tante ore gli avesse provocato un’illusione ottica. "Eppure — disse — mi avevano assicurato che questo filtro scuro apposto sullo schermo avrebbe riparato la vista. Vatti a fidare. Nel campo dell’informatica non fanno altro che propinarti sempre nuovi prodotti, che poi spesso risultano inutili. Ormai non è che un grande affare, un "grande business", come dice papà". Così sussurrò, meravigliandosi lui stesso che nonostante la sua età ragionasse già da grande. Eh sì, diventa sempre più vero: in questa nostra società il denaro e il commercio sono la cosa più importante. Se ne accorge persino un bambino, oh pardon, volevo dire un ragazzo, perché dovete sapere che Selco a quell’epoca era un vero e proprio ragazzo, spigliato e intelligente, capace non solo di azionare un computer, ma anche di fare delle considerazioni da saggio.

Riaprì gli occhi, pensando che non avrebbe più visto niente all’infuori della figura semovente sullo schermo. Niente da fare. La figura non era più lì, ma sorridente e ancora impacciata — cominciava da allora a vivere nel mondo vero e proprio — bussava sulla sua mano. Quanto sarà stato alto? Non più di otto centimetri, eppure, piccolo e ammiccante, quell’esserino minuto, ma che pure inquietava il nostro Selco era proprio lì e addirittura lo toccava. Il ragazzo tirò indietro la mano istintivamente e stava per alzarsi dalla sedia e fuggire via, ma se non che — c’è sempre un se-non-che in ogni fiaba che si rispetti — udì una vocina quasi metallica, ma non del tutto computerizzata, che con inflessioni ancora infantili press’a poco diceva: "Resta qui con me. Non mi lasciare solo. Lo vedi che ho perso di colpo tutti i miei amici dello schermo!". Selco rimase lì conquistato più da quella richiesta d’aiuto che dalla curiosità e dall’ebbrezza che quella nuova situazione gli procurava, così come penso sarebbe successo ad ogni altro ragazzo.

"E adesso"? Si chiese. "Ci sarà poi un comando capace di riportarti nel tuo mondo? Aspetta. Spesso i computer fanno brutti scherzi. Uno pensa di aver capito tutto e poi, improvvisamente una nuova e imprevista combinazione di tasti provoca effetti sorprendenti, mai visti. Già, cose mai viste. Devo aver attivato un comando del tutto nuovo. Ma alla stessa maniera ci sarà pure un comando per farti tornare al tuo posto". Detto questo, stava per mettere le dita della mano sinistra su quelli che si chiamano caratteri di controllo per provare con la destra le altre combinazioni possibili. E forse, abile com’era diventato, ne provò effettivamente qualcuna, quando però la stessa voce di prima sussurrò: "E chi ti ha detto che io voglia ritornare in quel mondo dove ero prima"?. Questo proprio Selco non se l’aspettava. Rimase smarrito per un istante, poi si fece coraggio e come se parlasse più a se stesso che a quella vocina, della quale stentava ad ammettere la realtà, domandò: "Ma davvero quel mondo non ti piace"? "Non capisco la domanda", rispose.

"Come, non capisci la domanda? È abbastanza semplice: il tuo mondo, quello dello schermo, sì, insomma, quello del videogioco, ti piace o non ti piace o ti piace fino a un certo punto"?

"Vorrei risponderti fino a un certo punto, ma non posso — sospirò l’altro —. E tu ne sai anche il perché".

"No, davvero. Perché mai, dopo tutto? Se puoi rispondere a tutte le altre domande, puoi rispondere anche a questa. Aspetta, forse temi qualcosa, o piuttosto qualcuno? Temi che qualcuno ti faccia del male se dici che quel mondo non ti piace? Ma com’è che non ti piacciono i giochi. Guarda che a me piacciono tanto".

"No, no — sorrise l’omino —, out of the internal logic".

"Già, che stupido! Non ci avevo pensato. È chiaro che tu sei nato in un computer e non puoi che rispondere o sì o no. Non ci sono sfumature, né mezze misure. Anche tu sei programmato in un codice binario. Come mi hanno spiegato, non sei che il risultato di una lunga serie di interruttori, che, in combinazione, sono in parte chiusi, in parte aperti. Ma questi non possono essere aperti o chiusi a metà. O sono aperti o sono chiusi. Anche le tue risposte sono o sì o no. È vero"?

"Sì. È così. Come vedi sono limitato. Non conosco le sfumature".

"Che sciocchezza, però. Comunque è chiaro che tu vuoi restare nel nostro mondo. È così"?

"Si, voglio restare con te. Abbiamo giocato tante volte insieme e diciamo che mi sono affezionato a te".

"Ma io sono un essere umano e tu invece non sei che...". Stava per dire Selco, ma si fermò in tempo, temendo di offenderlo. "Uhm, cioè, stavo dicendo che tu sei il personaggio di un gioco per computer. Non è così"?

"È vero, ma anche tu ami quel mondo e spesso ci sei stato dentro. Sì, è vero, tu ci entri solo per gioco, più come padrone che come uno uguale a noi. Per te è facile, basta azionare una tastiera e noi arriviamo e giochiamo. Poi azioni altri tasti e noi scompariamo di nuovo e arrivederci alla prossima volta"!

"Ma che posso farci io? I computer sono stati inventati per questo. Sono pur sempre delle macchine. Non è così"?

"È così, eppure chi le ha pensate e chi pensa e programma i nostri giochi non è una semplice macchina. Qualcosa del suo mondo, dei suoi sentimenti e dei suoi desideri, persino delle sue paure arriva fino a noi, che non siamo solo creature dell’elettronica e di circuiti che si aprono e si chiudono".

"Sì, deve essere così. Non ci avevo mai..." La voce di Selco fu però improvvisamente interrotta da quella della mamma che lo chiamava dal piano di sotto.

"Selco, sbrigati a scendere giù. Quando la smetterai di giocare al computer? Ma non vedi che a furia di stare davanti a quello schermo, perfino gli occhi ti stanno diventando come due monitors"?

"Esagerata", penso lui, mentre però aveva una gran voglia di andarsi a guardare allo specchio. Ma un altro pensiero, ben più preoccupante della forma dei suoi occhi, lo assalì.

"E adesso come faccio con te? — si chiese — Se non vuoi ritornare nel computer, dove ti metto, come ti nascondo"?

La voce della mamma incalzava: "Vuoi scendere Sì o no"? "Codice binario, anche lei, codice binario" si ripeteva il ragazzo. "Ti prego — disse rivolto al suo amico elettronico —, suggeriscimi qualcosa. Io cerco di prendere un po’ di tempo". "Vengo subito — gridò — Mamma, dammi almeno il tempo di lavarmi le mani e di scendere".

"Presto, presto, nasconditi in questo cassetto. Tornerò da te appena possibile". Selco aprì il cassetto più basso della scrivania accanto ed aiutò lo strano esserino ad entrarvi, pregandolo di mettersi seduto.

"Ma dimmi un po’, come ti chiami? Così almeno potrò rivolgermi a te chiamandoti per nome. Io mi chiamo Selco e tu"?

"Io non ho un nome vero e proprio, ma tu puoi chiamarmi Cobi, che significa codice binario. Ti piace questo nome"?

"Non è male, non è male", aggiunse in fretta l’altro, non avendo il tempo nemmeno di riflettervi su. "Tornerò presto. Ciao".

SECONDO CAPITOLO

"Ma come ho fatto a dimenticare il computer acceso"? Si chiese Selco, entrando nella sua stanza e vedendo scintillare i fosfori di color bianco sporco del monitor. "E Cobi? Non sarà mica rimasto soffocato nel cassetto"? Aggiunse, preoccupato, precipitandosi ad aprirlo. Ma immaginate quale fu la sua sorpresa nel vedere il cassetto socchiuso e Cobi seduto sulla consolle davanti alla tastiera, intento a guardare il gioco dal quale — per quella inspiegabile congiuntura di prima — era stato improvvisamente e involontariamente sfrattato.

"Ah è così! Sei stato dunque tu a riaccendere il computer"?

"Non proprio, il computer era rimasto acceso, anche se il gioco si era bloccato. Uscito dal cassetto, non sapendo che fare, mi sono messo a provare alcuni tasti e così il mio gioco, o meglio il mio ex-gioco, è ripartito. Non è stato difficile. Provando e riprovando, ci sono riuscito e mi sono divertito guardando i miei compagni".

"Non sarà che già soffri di nostalgia"? Chiese Selco, con un pizzico di malizia.

"No-stal-gia...", sillabò l’altro. "E che cos’è?".

"È una specie di desiderio di ritornare nel passato, volendo vedere luoghi e persone che adesso non ci sono più".

"Nostalgia. Interessante. È un desiderio di cose e persone che uno ha perso. Ma le ha perse davvero e per sempre? Ma allora non è come con il computer, dove tutto rimane conservato su semplici dischetti e si può riprodurre tutte le volte che tu vuoi"?

"No, veramente... è un po’ diverso", tentò di spiegare Selco, sorpreso di dover affrontare un argomento sul quale non si sentiva del tutto ferrato, ma di cui aveva, ahimè, anche se ancora piccolo, cominciato a fare l’esperienza. In effetti, egli aveva già provato, e non una volta soltanto, quello strano, struggente desiderio di cose già viste o già vissute, sparite nel nulla, ma non dalla memoria, dove esse si annidano e premono facendo male, pur provocando un’indefinita dolcezza.

"Non c’è età per la sofferenza, come non c’è età per la nostalgia", pensò Selco, con un volo che i grandi chiamerebbero "filosofico". L’esperienza l’aveva già fatta, ma quanto a descriverla esattamente, non trovava le parole, anche perché ogni volta che ne adoperava qualcuna un po’ più insolita, temeva che Cobi ne ignorasse completamente il significato. Del resto non era già successo?

"Ma tu — chiese —, non provi niente per i tuoi compagni di gioco di prima? Non ti dispiace di averli lasciati"?

"Vorrei risponderti sì e no, ma non posso", sospirò Cobi. "Non posso farlo. Posso solo dirti o solo un no o solo un sì".

"Ci risiamo", disse l’altro, leggermente infastidito dal fatto che un argomento così interessante dovesse essere rallentato da una comunicazione che procedeva a stento. "E perché mai? Perché i calcolatori possono solo rispondere si o no"? Ma all’improvviso il suo volto si illuminò. "Aspetta, non è vero del tutto — che fortuna! Almeno io posso dire qualcosa che sta a metà tra il si e il no! —. Aspetta. Tu hai tante possibilità ancora. Per esempio, ti puoi esprimere usando la formula della condizione. Sì, insomma quella che in qualche linguaggio si chiama "if... then...": "se è vero questo fatto, ...allora rispondi in questo modo, altrimenti rispondi in quest’altro oppure salta tutto e vai avanti". Ci siamo. Possiamo comunicare meglio proprio con questa formula. Non è vero"?

"Anche in questo caso, non posso risponderti con una risposta unica".

"Dovevo immaginarlo. Ma intanto, adesso come si fa? Aspetta, aspetta".

"E chi si muove? Io resto qui e poi comincio a prenderci gusto".

"Ah sì? È così? Ma che dico? Da noi è solo un modo di dire, per indicare che stiamo pensando. Come quando il vostro, uhm, il nostro computer dice: "Aspetta un momento... Sto elaborando", o cose del genere. E magari compare sul monitor una nuvoletta vuota oppure una clessidra. Hai capito adesso"?

"Sì, ho capito".

"Bene, vedo che facciamo qualche progresso. Ma dove eravamo rimasti"?

"Alla condizione "se... allora"".

"Già, tu non eri del tutto convinto che potesse aiutare la nostra comunicazione. Provo a immaginare perché. Tu vuoi dire che alla fin fine anche la condizione è un fatto binario e non ammette sfumature, ma solo rigidi passaggi: o questo o quest’altro. Se questo è vero, allora succede così. Se questo non è vero, allora succede in un altro modo. È così"?

"Sì, è così".

"Indovinato! Che genio che sono"!

"Che cosa vuol dire genio"?

"Ahi, ahi. Te lo spiegherò più tardi. Scusa, ma se le domande si moltiplicano in continuazione, non è possibile andare avanti".

"Va bene, va bene".

"Ma che fai? Ti sei stizzito? Che bello"! esclamò Selco, con un moto di gioia, pensando di cogliere nella ripetizione della risposta di Cobi un sentimento, o appena un qualcosa che fosse dell’uomo e che la semplice macchina non può mai avere. Ma poi come preoccupato di questo pensiero, quasi a volerlo ricacciare indietro aggiunse: "Hai ripetuto la risposta, perché spesso anche nei giochi si trova la semplice e pura ripetizione di un "record" o di un "campo" o di una "stringa", che non sono altro che quegli insiemi di lettere e numeri che compongono una sequenza logica, ma meccanica del vostro mondo. È così"?

"È così".

"Se è così, allora facciamo una prova. Riprendiamo l’argomento nostalgia", disse Selco, che solo a pronunciare quella parola già avvertiva nuovamente quella strana sensazione di gioia e rimpianto mescolati insieme. "Gioia e dolore tutti e due insieme — pensò — come potrebbe mai una macchina o una sequenza di stringhe afferrare una cosa del genere. Per loro non è possibile averle tutte e due contemporaneamente: o c’è la sofferenza o c’è la felicità. Ma che mistero noi siamo se, al contrario, io posso avere un ricordo che mi procura dispiacere e felicità nello stesso momento? Dovrò chiederlo ai grandi, anche se dubito che sappiano darmi una risposta convincente". Ma pensando tutto questo, la sua fronte si corrugò un poco. Già, perché dovete sapere che pensando a qualcosa di importante, le prime rughe, anche se ancora non restano scavate sulla fronte, compaiono ugualmente anche in una ragazzo di 11 o 12 anni — quanti anni avesse esattamente Selco io non lo so. Dei miei amici non so mai l’età esatta. Essi restano per me in una sorta di sfera senza tempo —. Ma pensando, anche Selco, che non era una macchina, perse il filo del discorso, cioè la sua sequenza, o se preferite, voi più esperti della materia, il suo algoritmo.

"Parlavamo della "nostalgia"", riprese l’altro che aveva notato il suo inghippo.

"Si, sì. Volevo provare con un esempio. Tu adesso ti trovi qui con me. Vero o falso"?

"Vero".

"Ti avevo chiesto se ti dispiaceva aver lasciato gli amici del tuo gioco"?

"Vero".

"Mi hai detto che secondo il codice binario non potevi rispondermi"?

"Sì, è la verità".

"Allora prova a rispondere adesso. Se tu fossi rimasto sempre in quel mondo, non avresti saputo nemmeno dell’esistenza della nostalgia, né avresti mai potuto provarla. È così? Vero"?

"È così".

"E adesso che sei nel nostro mondo e cominci a provare dei sentimenti, ti accorgi che persino per alcuni... uhm, pupazzetti semoventi si può provare qualcosa. Senti che se li perdessi per sempre, saresti triste e che se invece potessi ritornare sempre da loro saresti contento. È così"?

"È così".

"Evviva, ci siamo. Prova a ripetere in maniera più breve"!

"Allora: se resto nel tuo mondo, non potrò più tornare all’indietro. Non ci sarà una ripetizione del gioco. I records, sì, i brandelli della vita, non sono registrati su un nastro o su di un disco. La vita corre sempre avanti e non si può mai recuperare completamente come i miei amici del gioco, sempre presenti, sempre uguali, anche se con innumerevoli combinazioni nuove. Restando nel tuo mondo proverò tante cose nuove, ma soffrirò anche spesso".

"Ma avrai tanta gioia — ribatté Selco — una gioia che non hai mai conosciuto! Anche se non sempre potrai sapere dove finisce la gioia e dove comincia la sofferenza e, viceversa, dove finisce la sofferenza e dove comincia la gioia". Così aggiunse Selco che si ritenne in dovere di intervenire in un punto così essenziale della discussione. "Ma continua con i tuoi "se"".

"Se ritorno nel mio mondo, vivrò in una specie di tempo senza tempo..."

"Bell'idea. Aspetta. Ma è quello che io pensavo anche dell’amicizia. Un momento! Ci siamo. Anche l’amicizia è così. Anche se non è registrata su una memoria di massa, l’amicizia ci fa vivere in un tempo senza tempo e ci fa essere con l’amico quando vogliamo, anche solo nel pensiero e nel ricordo. Sì, è vero, essendo con lui solo nel pensiero, avvertiamo però il dolore della lontananza e vivendo con lui nel ricordo, avvertiamo la dolcezza della sua quasi-presenza. Tu invece nel tuo mondo avrai sempre i tuoi amici. Eppure non conoscerai mai né la gioia né il dolore".

"Penso di capire. Ma a questo punto, sai, non so più cosa fare. Nel mio mondo, come tu lo chiami, io non ero abituato a scegliere. Non ero io davanti alla tastiera a pigiare questo o quell’altro tasto. Erano sempre gli altri. Ora mi ritrovo da quest’altra parte e, credimi, avverto non poca paura".

"Paura di che"?

"Paura di sbagliare. Perché un’altra cosa che non conoscevo, e che sto vedendo per la prima volta qui da te, è che certe decisioni prese sono... come si dice... "fatali"".

""Fatali"? Ah sì, nel linguaggio del computer ci sono infatti gli errori "fatali". Sono quelli che provocano una situazione dalla quale non si può tornare più indietro nemmeno con i comandi. Situazioni che i grandi chiamerebbero "irreversibili"".

"Ecco, per l’appunto. Le decisioni importanti sono da voi irreversibili".

"Irreversibili o fatali, deve essere la stessa cosa. Comunque, vedi, anche il computer ha situazioni del genere".

"Si, ma sono sempre quelle provocate dagli altri e non dai personaggi dello schermo. Ora che posso io provocare una situazione dalla quale non si può tornare più indietro, ho tanta paura. Forse per questo non sono ancora come te".

"Oppure lo stai diventando. Infatti anch’io ho paura e penso ne avrò sempre di più quando si tratterà di prendere decisioni importanti. Ma adesso che facciamo, che decidi di fare"?

"Non lo so. Forse potrei aspettare ancora qualche giorno. Potrei restare con te. Se tu vuoi"?

"Complimenti. Perché già questa è una decisione. Decidi di rimandare la decisione. Ciò non era previsto dal tuo algoritmo, ma tu ci sei arrivato ugualmente. Dovremo adesso trovare un metodo per nasconderti di nuovo, anche se è giusto che tu non potrai restare tutto il tempo chiuso qui dentro, come in prigione. Ma intanto i devo fare i compiti. Riprenderemo la nostra conversazione più tardi.

TERZO CAPITOLO

"Ma che cos’è una prigione"? Chiese Cobi, che aveva tenuto in memoria l'ultima domanda. Lo domandò con una certa apprensione, avendo notato che la frase era stata alquanto spiacevole per il suo amico.

"Già, non conosci nemmeno questa, ma te lo spiegherò. Anzi lo capirai ben presto da te stesso".

"Che cosa vuoi dire"?

"Voglio dire che purtroppo dovrai spesso nasconderti. Altrimenti potresti essere scoperto e, piccolo come sei e per giunta sfornito di documenti, verresti catturato e messo in un luogo dal quale non ti farebbero certamente uscire".

"Ma io non ho fatto niente di male. Perché poi dovrebbero mettermi in prigione"?

"Ma siamo tutti in prigione! Affermò pesantemente una voce, questa volta sì, molto metallica e della quale i due amici stentavano a capire la provenienza".

Si guardarono attorno chiedendosi più con gli occhi che con le parole: "Ma chi è stato"? E siccome continuavano a girare intorno lo sguardo senza nessun risultato, la voce di prima gracchiò: "Sono stato io a parlare. Ma come non mi conoscete? Non mi conosci nemmeno tu, mio caro Cobi"? Aggiunse con un tono, che non lasciava presagire niente di buono.

"No, no, ma chi sei e da dove parli"?

"Se invece di guardarvi intorno come dei citrulli, guardaste il monitor, mi vedreste sullo schermo. Ecco così, da bravi. Io sono Mac Mercox, per così dire, il nemico giurato di tutti i personaggi dei giochi videogamici e videosemplici".

"Mac Mercox? Mai visto e mai sentito prima? Ma dov’eri quando io giocavo sullo schermo. Non t’ho mai visto", soggiunse Cobi, che, pur non essendo del tutto umano, provava una strana ripulsa di fronte a quell’essere indefinibile.

"Già, non mi hai mai visto! Buon per te, perché, se mi avessi incontrato, non esisteresti più, né esisterebbe quel tuo giochino".

"Ma allora tu sei un virus! — intervenne prontamente Selco — Ed essendo nascosto, come tutti i virus, non appari che raramente, ma quando lo fai, distruggi i programmi e talvolta anche la memoria centrale del computer. Ma allora sono spacciato — gridò — Cobi, siamo spacciati: quello lì distruggerà il mio gioco e forse anche di più. Presto stacca la spina — disse a Cobi — chissà che non facciamo ancora in tempo".

Cobi si precipitò ad eseguire, da povero ignaro. Né lui né il suo amico potevano sapere che spegnendo il computer, si sarebbe interrotto quel circuito che teneva in vita non solo i personaggi dello schermo, ma anche lui. Infatti anche Cobi, sebbene fosse uscito dal monitor, ancora dipendeva dalla memoria centrale, dove era stato caricato con il programma lanciato da Selco. Sì, il ragazzo era stato troppo precipitoso e aveva certamente pensato che ormai Cobi vivesse di vita autonoma. Ma invece non era così. Se ne accorse quando ormai era troppo tardi. Allo staccarsi della spina, infatti, il monitor brillò un attimo e si scurì e Cobi, come risucchiato da un vortice, apparve ancora per un istante tra i fosfori che si spegnevano e svanì anche lui.

"Cobi, Cobi"! Gridò Selco, con la disperazione dei piccoli — ancora più disperata di quella dei grandi —, mentre cercava ingenuamente di afferrarlo sullo schermo. "Ma che fai, torni nel tuo gioco"? Aggiunse con disappunto. "No, no, era meglio se restavi qui con me. Avevamo ancora tante cose da dirci, tante cose da scoprire insieme. Ma ormai è troppo tardi. E' stato un errore. Sì, è stato un errore davvero fatale".

FINE
 

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Giovanni Mazzillo

STORIA D’INVERNO

Non lontano dalla ferrovia

I Capitolo

Camminava lentamente sul viottolo che tagliava a mezza costa la collina rimboschita da alcuni anni — non ricordava esattamente da quanti — e si meravigliava che i pini fossero cresciuti così in fretta. Guardava il mare non molto distante e mentre si godeva quel bellissimo panorama, era come se si trovasse a camminare tra cielo e terra — una strana sensazione per la verità, ma che a lui in quel momento piaceva, anche se non sapeva darsene una ragione —. Ma fu così che all’improvviso fu colto da un repentino e a prima vista ingiustificabile moto di commozione o di stupore o di... — non sapeva nemmeno lui come chiamarlo, nemmeno lui, di solito razionale ed efficace nel dare un nome ai sentimenti e ai moti dell’anima —. Era così afferrato da quel bisogno struggente di piangere o di ridere, di correre o, se ne fosse stato capace, di volare, che riuscì a formulare due e o tre volte solo la stessa disarmante e banale, eppure sofferta esclamazione: "Ma perché poi? Ma perché"?

Che cosa avesse voluto dire con quelle parole e con chi stesse parlando anche se soltanto idealmente — chi potrebbe mai dirlo? La vita è piena di simili sospiri e soliloqui, talora appena accennati, talaltra invece insistenti e ossessivi come quei motivi musicali che ti perseguitano da quando ti svegli al mattino fino a una certa ora del giorno. Comunque stessero le cose, lui, uomo abbastanza controllato, anche se non rude, anzi spirito fine e di solito compassato, si sorprese a piangere, sebbene per un lasso di pochi secondi, e con una tale intensità, da avvertire un certo dolore cupo nel petto. "Non sarà che mi sto ammalando"? Si chiese, per aggiungere subito, rincuorando se stesso: "Ma no, suvvia, stai benissimo. Chissà che sarà. Forse il tramonto, forse... forse quelle insoddisfazioni che ciascuno si porta dentro e che sbucano fuori, all’improvviso, quando meno te le aspetti".

Così si disse, cercando di confortarsi da solo, perché, come tutti sanno, ci sono coloro che non hanno al proprio fianco qualcuno che possa riprenderli o incoraggiarli, sostenerli o almeno rimproverarli. Niente di tutto ciò. Devono fare tutto da soli.

Il sole intanto stava per essere risucchiato dal mare arrossato e scintillante. Una luce diffusa e serena pervadeva tutte le cose e riusciva a lambire persino quel suo dolore improvviso. Lui si era calmato e, sostando, scorgeva laggiù in basso, tra i filari disordinati dei pini, la scia di luce che accompagna spesso il tramonto. A quel moto interiore improvviso era proprio subentrata la calma e aveva cercato di ricominciare a goderne, dominandosi a poco a poco.

Il resto della passeggiata durò troppo, troppo poco, proporzionatamente a quella gioia profonda, che gradatamente aveva preso tutto lo spazio di quella sua precedente e ingiustificata emozione.

Quando vide le luci della città che si andavano accendendo ad una ad una, ebbe l'idea di passare dalla stazione ferroviaria. Strano a dirsi, ma la stazione gli piaceva. Diceva che vi si trovava a suo agio. Soprattutto restava ogni volta conquistato da quell’armonia segreta che sembrava provenire dalla lunga fila dei neon allineati sui marciapiedi, tra un binario e l’altro. Quella striscia di luce discreta in quella specie di avamposto della città, dove ogni altro lume termina ed inizia il grande buio della notte, lo metteva a contatto, come dire?, con quei margini dell’esistenza lì dove terminano le proprie certezze, i propri sentimenti, le più immediate e dirette percezioni ed inizia la zona indistinta ed inafferrabile di ciò che il proprio io non riesce a catturare nemmeno con l’immaginazione. Insomma una sorta di zona limite, dove ciò che inizia e ciò che finisce si confondono, sicché tu non sai distinguere ciò che è buio dal quel suo limite ovattato costituito dalle ombre.

Ma oltre che dalle sue luci egli restava afferrato anche da quei binari, di cui vedeva bene solo il tronco che si presentava davanti alla pensilina con i suoi cavi d’acciaio sempre lucidi, mentre inseguiva il resto del loro percorso che presto si perdeva sotto la teoria di luci semi-addormentate.

"Ecco un’immagine bella e sconvolgente della vita — disse tra sé —: il treno o anche semplicemente la stazione ferroviaria. Perché poi? Forse perché tutto è così decisivo come gli attimi di una partenza e tutto è altrettanto suggestivo proprio quando si sta per perdere qualcosa".

"Lasciamo correre", disse ancora, mentre entrava, dieci minuti più tardi, in casa sua, perché abitava non lontano da lì. "Dovrei, anche stasera come ogni bravo single, celibe o solitario che dir si voglia, accendermi mamma tivù e sorbirmi con le pietanze del supermarket le super-news per me già confezionate e tra pochi minuti universalmente già digerite? No, stasera proprio no". Così disse e pensò: "Ma chi ha detto che bisogna fare per forza qualcosa? Dovrei anche cenare, ma sono troppo felice per averne voglia. No, no, non faccio nulla. Almeno nulla di abituale. Non voglio turbare questa gioia profonda e indicibile che mi ha afferrato oggi e che temo solo di poter perdere da un momento all’altro".

"Perché non provo a pregare"? Si domandò concludendo mentalmente il suo soliloquio. Ma mentre se lo chiedeva, fu sorpreso da un ricordo. Era il ragionamento del Signor K. che aveva letto qualche tempo prima nelle Storie di calendario di B. Brecht. "Aspetta — disse a se stesso — il ragionamento doveva essere più o meno così. Al Signor K., fu chiesto se ritenesse giusto credere in Dio ed Herr K. replicò al suo interlocutore: prova ad immaginare se la tua condotta cambierebbe in base alla risposta che io ti posso dare. Se la tua vita non cambierebbe, la domanda è del tutto inutile. Lasciamola allora cadere. Se invece la tua condotta cambierebbe, allora posso ancora aiutarti dicendoti: tu hai già scelto. Per vivere tu hai bisogno di Dio"!

"Ma sarà proprio così? — si chiese — Ho davvero bisogno di credere in qualcuno per vivere in un certo modo, o piuttosto non è vero il contrario? Non è come con il tramonto di questa sera: esso è là ed io ne resto conquistato e affascinato"?

"Detto questo cominciò la sua preghiera. A noi non è dato di entrare in quel santuario dove parlare con il Tu supremo che chiamiamo Dio è cosa estremamente personale e perciò inviolabile. Ci è dato solo di immaginare che in questa maniera il nostro personaggio senza nome e senza volto si ricongiungeva alla radice più profonda del suo essere e con ciò si riconciliava con quanto di più terribile e di più affascinante avvertisse nella sua vita".

"Preghiera povera, preghiera nuda la mia"! Disse, come se concludesse un discorso. "La preghiera di chi non si aspetta più niente, di chi non teme più niente. I giochi sono stati fatti, anzi sono già finiti e le luci sul campo sono state spente. Anche per me nessuna bottiglia è venuta dal mare portandomi la lettera tanto attesa. Ma ci si abitua anche all’attesa, mentre si sente il fragore dell’onda che s’infrange a Finisterre... Ma come diceva esattamente quel grande, sì Montale"? Si chiese, mentre frugava nella sua memoria, risalendo fino all’adolescenza, quando aveva cominciato a scoprire suoni e parole quasi sovrumane tra le tante, talora inutili, apprese sui banchi del liceo. "Ecco, così: "Sparir non so né riaffacciarmi; tarda / la fucina vermiglia / della notte, la sera si fa lunga, / la preghiera è supplizio e non ancora / tra le rocce che sorgono t’è giunta / la bottiglia dal mare. L’onda, vuota, / si rompe sulla punta, a finisterre"".

Pronunciò le ultime parole adagio, come se le strofinasse sull’anima e si sentì ferito. Ferito eppure — strano a dirsi — ancora contento. Per quale miracolo della poesia ciò accadesse a lui ed accade anche agli altri, chi potrà mai dirlo?

"Già, 'su una lettera non scritta' eppure attesa, una lettera che dovrebbe venirmi dal mare. Una fede in qualcosa o in qualcuno che non ho mai visto. La sto ancora attendendo, guardando il mare, ma a furia di guardarlo, ho finito con l’innamorarmi degli scogli e dell’infinità del mare e forse ho dimenticato la bottiglia. "Ben altro è sulla terra", aveva detto prima lo stesso poeta ed io — aggiunse, quasi tirando le somme — ho cominciato ad amare la terra e quanto essa contiene. I suoi tramonti e soprattutto le sue aurore, i suoi meriggi infuocati e le sue notti immobili e incantate".

"Ora lo capisco di più o lo apprezzo di più — aggiunse—. Ora che sono qui, da solo. I figli sono stati già sistemati e ciascuno è andato per la sua strada. Lottando per non sentirmi al capolinea, ho finito con il credere ciò che spesso il più grande mi ripete: "Non sentirti inutile papà. Anche adesso hai la tua vita da vivere. Ogni stagione ha i suoi frutti e i suoi impegni. Vivi sempre, vivi ancora come se fosse la prima volta. Sappi ricominciare ogni giorno da capo!"". "Già, me lo dice sempre — aggiunse, riflessivo — ed ha ragione. Solo, vedi, o Tu che mi ascolti da qualche angolo della mia anima e di questo mondo, — disse, come se continuasse ancora a pregare — cominciare a venti anni è una cosa, ricominciare, quando hai sistemato l’ultimo di venti anni e non hai più la moglie, è un’altra cosa... eppure nonostante ciò, io stasera mi sono sentito felice".

II Capitolo

Aveva sistemato alcune faccende domestiche, almeno quelle più importanti, e cercava di ritrovare quella sensazione piacevole che l’aveva così riempito, quando sentì i due colpi del duton dell’uscio di casa. "Chi sarà a quest’ora"? Si chiese. "E poi cosa possono volere da me"?

"Chi è, chi è"? Chiese non nascondendo un moto di sorpresa.

"Per favore aprite"! Rispose una voce da fuori, dignitosa e senza arroganza. "Sono un guardabinari".

"Un ferroviere"? Chiese, domandando conferma, mentre apriva la porta.

"Sì, si può dire anche così", rispose l’altro che apparve nella penombra dell’ingresso, mentre una sorta di sorriso gli impreziosiva il volto bruno e stanco.

"Entra, entra", disse lui, che subito si corresse: "anzi: entri, mi scusi".

"No, non c’è bisogno di scusarsi, il tu va meglio: aiuta a sentire la notte più amica e la solitudine meno ostile".

Il Nostro, che aveva sorriso di fronte a quella osservazione, lo aveva intanto fatto entrare e voleva farlo accomodare su una delle poltrone di finta pelle del suo salotto modesto eppure pulito, ma l’altro si scherniva: "No, grazie, sono troppo sporco, sai, il nostro mestiere... Non vorrei sporcarti la poltrona".

"Non sarebbe una tragedia", replicò l’altro, che lo guardò meglio, alla luce, con uno sguardo che sembrava volerlo incoraggiare ad esprimere il perché di quella visita.

"Perché questa visita inattesa"? Disse il guardabinari, che aveva letto la domanda sulle sue labbra. "Ebbene, è difficile anche a me spiegarlo in due parole. Vedi, io controllo i binari, aiutandomi, di notte, con questa torcia elettrica". Mostrò una scatola quadrata che l’uso aveva reso ancora più nera dello smalto scuro, graffiato agli angoli e ai bordi. "Controllo, andando su e giù lungo le rotaie, sempre così, da tanti anni e la notte mi è diventata amica. Noi ci conosciamo", aggiunse, guardandolo negli occhi l’altro, mentre lui non poté nascondere la sua sorpresa, cominciando forse a pensare di trovarsi di fronte a uno dei tanti "esauriti" che la nostra società sforna ormai a ritmo sempre più sostenuto. "No, non meravigliarti — disse il guardabinari — Né pensare che non stia bene, voglio dire mentalmente", aggiunse, toccando la fronte con un dito. "Ti ho visto spesso di sera alla stazione, mentre percorrevi i marciapiedi dei binari. Tu ovviamente non hai fatto caso a me, anche perché il personale, anche se viene licenziato ogni giorno di più, in una grande stazione è pur sempre numeroso, e del resto ci sono turni differenti. E poi, diciamoci la verità, chi pensa a guardare in faccia gli operai di una stazione, sì quelli sporchi di polvere nera di rotaie ferroviarie? Mi ha incuriosito — concluse — il tuo amore per la stazione ferroviaria e per la notte. O non è così"?

"Sì, sì, mi piacciono entrambe: la notte e ciò che rappresenta la ferrovia, anche se non ci ho mai lavorato".

"Ma tu evidentemente fai un lavoro giornaliero, se di sera vieni spesso a passeggiare alla stazione, e se, per come vedo, vivi da solo..."

"Sì è vero".

"Io sono in servizio e devo tornare al lavoro, anche se si potrebbe dire che pure questo è lavoro..."

"Cioè"?

"Guardare non solo i binari, ma anche coloro che guardano i binari. Eppure tu ed io abbiamo qualcosa in comune: tutti e due..."

"Guardiamo i binari! Non è così? Solo che io li guardo soltanto, tu li custodisci, se così si può dire".

"Io per la verità sono mandato più a guardare gli uomini, cioè, come tu dici a custodirli".

"Ma questo cosa..." Stava per chiedere incuriosito e perfino un po’ spaventato l’altro, che fu prontamente interrotto, anche se in quel lasso di frazione di secondo ebbe il tempo di illuminarsi e di pensare "la bottiglia dal mare..."

"Ma è tardi, è troppo tardi, devo andare", disse con tono deciso il guardabinari, il quale si avviò da solo verso l’uscio, che lui stesso aprì, come se avesse conosciuto da sempre quella casa e tutti i suoi piccoli segreti e sembrò dileguarsi, come d’incanto, prima ancora di essere arrivato in quell’immenso cono d’ombra della notte.

"Ma aspetti, aspetta, aspetta", disse l’altro, che voleva correre ad afferrarlo, ma che si era mosso troppo tardi. Sicché quando fu uscito davanti alla porta, per quanto si sforzasse di scorgere qualche ombra che camminasse in quella notte serena, non riuscì a vedere nulla. D’altro canto, chi esca dalla luce e guardi nel buio non vedrebbe niente ugualmente, nemmeno la sagoma vaga di un visitatore che giunge inatteso e in qualche maniera sconvolgente, come era successo a lui in quella notte di Febbraio.

FINE

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Giovanni Mazzillo

STORIA DI PRIMAVERA

Il cielo camminava su di noi

La campagna presentava larghe fasce intensamente colorate che si stagliavano sul verde vivo della primavera incipiente. Sforzando lo sguardo si potevano scorgere migliaia di fiori gialli che erano spuntati come d’incanto da una settimana all’altra.

"Eravamo passati di qui nemmeno setti giorni fa — commentò lei — e non c’era ancora niente"!

"La natura fa miracoli", rispose lui, senza distogliere lo sguardo dalla strada e allargando solo le dita delle due mani dal volante che reggeva senza alcuno sforzo.

"Lo sapete — disse la madre di lei — che questi fiori gialli prima non esistevano affatto"?

Sorpresa degli altri due: "Non esistevano nemmeno? E da dove sono sbucati fuori"?

"Dal concime. Sì, dal concime artificiale. Così almeno pensiamo noi di una certa generazione, che abbiamo lavorato la terra..."

"La terra — continuò a pensare tra sé — ...la terra sassosa di questa Calabria. Tu fatichi e lavori, ma non ne ricavi mai niente. Eppure ci resti attaccato come l’ape alla lastra di vetro, quando non riesce a trovare la via per volare da un’altra parte".

L’autista intervenne: "Ma allora vuol dire che nel concime c’erano dei semi, magari piccolissimi, che hanno diffuso quest’erba che fiorisce con questo giallo tanto intenso. Non è così"?

"Potrebbe essere — soggiunse la ragazza — se tutto è accaduto da quando è stato usato il concime che prima non si conosceva nemmeno... Ma ora guarda che fioritura, guarda che festa di colori! Sì, che festa", aggiunse quasi china su se stessa, mentre cercava ancora di aggrapparsi a quel suo sorriso perché il pensiero che stava sopraggiungendo non la ferisse più del necessario. "Una festa che mi fa quasi paura".

Fu così che gli altri quasi indovinarono quella sua pena segreta e furono colti dallo stesso moto di preoccupazione. Ci fu un lungo silenzio, e ciascuno si sentiva come gli attori, quando si ripassano ciascuno la sua parte. Eppure sarebbe ingiusto dire che la loro fosse finzione. Era piuttosto quel lasso di tempo di cui si ha talora bisogno per ricomporsi e tornare ciascuno dentro se stesso, come a rimettersi nei propri panni.

"La commedia umana"! Pensò il giovane che era al volante. "Come mi auguro e ti auguro che la nostra rimanga solo una commedia e non sfoci nella tragedia"! Così disse, ma solo nel suo pensiero, pur desiderando che in qualche maniera le sue parole arrivassero fino a lei.

E l’altra, la mamma, che cosa pensava in quel momento? Lui non sapeva proprio indovinarlo. Ci sono silenzi, in persone come lei, che pesano come macigni. Era stata abituata dalla sua adolescenza a portare carichi sul capo, senza parlare, immersa nella natura, l’unica amica, ma che non poteva fare altro che offrirle la festa dei suoi colori e che pure pretendeva ogni giorno il duro lavoro della terra. E ora si era trovata a dover portare quel peso che gravava sul cuore più di quanto il suo collo non avesse dovuto reggere nell’arco di tutta la sua vita: la malattia di sua figlia, una malattia terribile, che colpisce le cellule del sangue. Ma no, non si ribellava nemmeno questa volta e non per passività o per rassegnazione, ma per dignità e fierezza, quella fierezza di certe donne mediterranee, che costituisce il loro fascino e il loro mistero.

"Continuando con quest’andatura — irruppe finalmente lui — dovremmo arrivare poco prima della mezzanotte". Saranno state all’incirca le sette di sera e alle sette in quel periodo imbruniva. Non era infatti ancora cambiata l’ora solare e tutti si sentirono come rincuorati al pensiero che sarebbero comunque arrivati, prima o dopo.

"Tu che sai tante cose — intervenne la ragazza, toccando il braccio di lui — come mai tutti hanno paura di viaggiare dopo il tramonto"?

"Credo che sia un problema di vista. O no? Ho sentito dire da altri che preferiscono invece viaggiare di notte, e anche per lunghe percorsi. Per me è invece difficoltoso guidare al crepuscolo sia della sera che dell’alba".

"Ma non solo per te! È così per tutti", lo interruppe lei che, voltandosi per un attimo, cercò di scandagliare il volto della madre che sedeva sul sedile posteriore.

Il viaggio proseguì con questi e simili discorsi, alternati a quei lunghi silenzi che sono normali anche tra persone che si conoscono e che si vogliono bene, allorché si resta insieme per lunghi tratti.

Quando finalmente arrivarono, madre e figlia scesero dall’auto, davanti al cancello di casa, e così lo salutarono, con la fretta di chi è troppo stanco per attardarsi in convenevoli con coloro ci sono familiari, mentre il giovane proseguì per raggiungere la sua famiglia.

Aprì la porta e si avviò verso la sua stanza, cercando di evitare il benché minimo rumore, per non disturbare i suoi, che erano già andati a dormire. Era un giovane attento agli altri e lo dimostrava in ogni circostanza, non in maniera affettata, ma con la naturalezza di chi si ritrova quel pregio dalla sua stessa natura.

Quando, dopo aver espletato le formalità (quasi rituali) di ogni sera, prima di andare a letto, cioè le sane abitudini che aveva imparato da piccolo, come il lavarsi i denti, ecc., si fu finalmente coricato anche lui, prese sonno quasi immediatamente.

La mattina dopo cercava di ricostruire quel sogno che lo aveva lasciato sconcertato e non poco.

Si trovava su un prato, e lo attraversava saltellando con la gioia di chi vede, improvvisa e inarrestabile, la primavera sbucare da ogni dove. La sua ragazza, stranamente, gli correva avanti e, nonostante la sua costituzione più gracile della sua, nonostante la sua malattia, correva molto di più. Lui le tendeva ripetutamente la mano e lei lo incoraggiava e quasi lo scherniva dicendo: "Vieni a prendermi, se ci riesci! Qui, qui la mano". E correva sempre più oltre. Avanzava sul verde trapunto dalle corolle dei petali giallo oro della calendula, che raggiungeva ogni angolo di quel manto erboso, e lo precedeva ancora, lo precedeva sempre, come sospinta da un’improvvisa energia che lui non riusciva assolutamente ad avere, nonostante si sforzasse di correre il più possibile. Correva e correva, come quella volta, quando, bambino, gli era stato detto che il suo amico più caro era ruzzolato per le vecchie scale di legno di casa sua, al paese, e lui non vedeva l’ora di essergli accanto, anche perché — avevano aggiunto — si era fatto male, anzi gli avevano dovuto dare diversi punti alla testa, con la quale aveva battuto sull’ultimo gradino. "Fortuna che era di legno", commentò, pur tra gli sforzi di quella corsa. Se fosse stata di marmo, ci sarebbe rimasto secco. Lo aveva trovato tutto bendato, con una specie di turbante intorno al capo. Da quel turbante l’amico dei suoi giochi d’infanzia gli aveva sorriso e solo allora, dopo quella folle corsa, aveva sorriso anche lui, sì aveva sorriso e gli era andato vicino, senza proferire alcuna parola.

"Aspettami un po’, fermati", disse, ammettendo finalmente di essere più debole dell’altra, "aspettami"!

"Non posso, non posso", disse finalmente lei, che si girò per un attimo e lui ebbe tutto il tempo per leggere nei suoi occhi lo stesso sgomento che di tanto in tanto lo sorprendeva. "Oh no, quello sguardo proprio no, amore mio, non guardarmi così", si ripeteva, mentre era come se vedesse al rallentatore la scena di alcune settimane prima... Era andato trafelato di corsa verso l’ospedale. Lei lo aveva voluto accanto a sé, lo aveva chiamato, perché stava per terminare anche quel ciclo di chemioterapia. Lui aveva risposto che qualche giorno dopo, appena avesse potuto, sarebbe andato a trovarla, ma poi non aveva retto oltre l’attesa ed era partito quel giorno stesso in treno. Così era arrivato all’improvviso ed era entrato nel cortile che circonda con i suoi alberi l’edificio. La ragazza e sua madre erano su una panchina di cemento e non lo videro entrare, perché gli venivano di spalle. Lui le riconobbe subito. Gli sembrarono due larve stanche e tristi. Non erano nemmeno quelle di sempre, che trovavano una qualche parola di dolcezza, e persino qualche battuta, giusto per sorridere. Erano perse nel vuoto di una sconfinata solitudine, che pure le univa profondamente, senza poterle unire abbastanza. Sì perché una sarebbe rimasta e l’altra sarebbe partita — così almeno gli balenò per un attimo un’idea, subito ricacciata —. Poi la più giovane, la sua ragazza, si era improvvisamente girata, come se ne avesse avvertito la presenza e l’aveva guardato con quello stesso sguardo di adesso.

"Ma no, ma no, che dico? Mi sto forse arrendendo. Non accadrà mai, non accadrà mai! — quasi giurava a se stesso — Tu vivrai! E vivrai perché lo vuoi tu e lo voglio anch’io".

Fu allora che l’altra si distanziò definitivamente da lui. Ma come era accaduto? D'improvviso, le margherite primaverili e i fiori ammirati quello stesso giorno, lungo il viaggio di ritorno dall’ospedale, erano scomparsi, e si vedeva un profondo solco, una specie di canalone, che ormai lo separava da lei. E lei? Lei invece era dall’altra parte. Sì c’era arrivata per miracolo e si era girata in tutta la bellezza dei suoi vent’anni e adesso sorrideva, sorrideva come prima della sua malattia, anzi con una felicità che, a dire il vero, non le aveva mai letto negli occhi. Lei era lì e lo salutava. "Aspetta, aspetta, cerchi di dirmi qualcosa? Che cosa? Come dici? Che strano"! Lei muoveva ancor le labbra, che non erano nemmeno più ceree come prima, ma di un bel color roseo e quel sorriso si stagliava sulla sua camicetta color ocra. Sì, muoveva proprio le labbra e parlava, ma a lui non arrivava alcun suono.

"Cosa sta succedendo, perché non sento più nulla, piccola mia? Fammi un cenno per dirmi se mi senti almeno tu". E lei annuì subito, compiacente e felice e poi alzò un po’ le spalle, sbarazzina, come a dire, che vuoi farci? È così, e non ci possiamo far niente. E gli sorrise ancora e gli sorrise a lungo e allora colse nel suo sorriso come una sorta di delicato compatimento, sì proprio così, come di chi ormai sta da un’altra parte ed ha raggiunto lo scopo.

Lui si sentiva scoppiare il cuore nel petto. "Non puoi farmi questo non devi, non devi"! Gridò, per mordersi subito dopo la lingua, giacché gli sovvenne il realismo di chi sa che proprio questo, lei, non l’avrebbe mai voluto fare, che quel posto non se l’era scelto, ma ci si era trovata. Come? Prima del tempo, prima degli altri. Ma in fondo era solo una questione di mezzi. Mezzi più veloci e meno veloci. A lei era toccato prendere un mezzo più veloce. Era stata sempre così, sempre la più sveglia. La prima a capire, la prima... a partire.

Ma non era sola. Non era sola nemmeno di là, da quella sponda, che a lui non era dato di toccare. Guardò meglio e vide un gruppo di persone, grandi e piccoli. "Non, non può essere — sibilò —. Ma quello non è Marco? Sì e proprio lui. E non è in carrozzina. No. È in piedi e corre anche lui, corre e sorride. Ecco m’ha riconosciuto. Sono andato spesso a fargli compagnia. Anzi l’ho accompagnato in qualche passeggiata, spingendo dalle impugnature quella che sembrava la sua casa e il suo vestito, il suo guscio e la sua automobile, la sua carrozzina, appunto".

Poi vide altri ragazzi che si prendevano per mano e ballavano. Ballavano liberi e felici nel vento che scompigliava i loro capelli. Finalmente cominciò a sentire qualche suono o un rumore, più che un suono, un suono che si ripeteva con regolarità. Cercò di chiamare ancora e lei e Marco, ma non ci riuscì, perché si era svegliato di soprassalto, mentre la sveglia emetteva la serie inesorabile dei suoi bip.

Si alzò in fretta, chiedendosi se lei non stesse male. Pensò che è davvero terribile usare quell’espressione "star male", per una situazione, come la sua, perché significa una cosa molto diversa dal solito star male. Voleva afferrare il telefono, per chiamarla, ma poi pensò che forse era meglio lasciarla dormire, perché era sicuramente più stanca di lui e che da lei sarebbe passato più tardi e, chissà, forse le avrebbe rivisto sul volto quello stesso sorriso. S’incupì e quando ebbe finalmente la forza di guardare fuori dalla finestra, dalla quale penetrava la luce dell’alba, vide l’ultima stella che si spegneva nel cielo. La vide e finalmente rimase fermo, come incantato. "Andiamo! — concluse — Andiamo: sarà una giornata di fatica anche oggi, la fatica di vivere, di continuare a sorridere".

FINE

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Giovanni Mazzillo

STORIA D’ESTATE

Le prime luci della sera

"Questa proprio non ci voleva"! Esclamò Sam, con quel suo vocione asciutto, che sembrava non tradire alcuna emozione. "Tira più forte, tira, Tom! — aggiunse, deciso — Tiriamo insieme... Niente da fare. L’ancora è completamente incagliata". Si asciugò la fronte madida di sudore, come usano fare i marinai e guardò per un attimo alcuni pesci bianco-argentei che guizzarono a pochi metri sul filo dell’acqua dove il loro barcone di pescatori ormai ristagnava da alcune ore.

Avevano infatti calato l’ancora nella prima mattinata, stanchi di aver trascinato le reti alle prime luci dell’alba. Le avevano tirate su e avevano ormai sistemato in una delle grandi gerle che erano a bordo i pesci palpitanti, che si erano dibattuti arcuando a molla il loro esile corpo, mentre avvertivano, dal loro piccolo, la fine imminente.

Tom, il più giovane, li aveva guardati quei pesci, mentre dopo l’ultimo sussulto cadevano l’uno sull’altro, quasi a proteggersi insieme, o che so io?, a volersi congiungere almeno adesso, loro che, proprio come pesci, sembrano essere nati per essere soli e incomunicabili: tanti piccoli mondi, tanti piccoli mari in un unica, sterminata distesa di acqua. Tutto questo aveva pensato il giovane Tom, studente di filosofia, che d’estate non disdegnava di accompagnare a pescare Sam, amico d’infanzia, un po’ più grande di lui, rimasto al villaggio ad aiutare il padre e i suoi soci a camparsi la vita pescando.

"Ma adesso come facciamo"? Si chiese anche Tom. In una di quelle frazioni di secondo, in cui la mente associa immagini e sensazioni indefinibili che vengono dal profondo, egli aveva infatti associato la vita degli uomini e soprattutto il loro finire a quella degli pesci che sussultavano nella gerla.

"Proviamo ad accendere il motore e ad andare controcorrente: forse l’ancora si disincaglierà — disse l’altro — Altrimenti, male che vada, recideremo il cavo".

"Ma così perderemo l’ancora e poi il cavo è d’acciaio. Cosa si fa in questi casi"?

"Qualcosa la faremo, non resteremo certamente qui", concluse Sam, mentre avviava al minimo il motore dell’imbarcazione e prendeva in mano il timone.

L’imbarcazione si era mossa, ma percorso il brevissimo tratto che la faceva andare nella direzione opposta alla linea obliqua del cavo dove si trovava prima, era rimasta ferma, nonostante il vibrare del motore che, andando sotto sforzo, cominciò a stridere, salendo di giri.

"Ferma, ferma il motore. Se dovesse rompersi, non sapremmo davvero cosa fare"! Gridò Tom, con un visibile accento di preoccupazione, se non proprio di paura.

"Ma perché gridi tanto"? Disse l’amico, che arrestò il motore, il quale, scendendo di giri, emise un ultimo sibilo come di una sirena in caduta e poi tacque.

"Perché gridavo? Perché altrimenti non mi avresti sentito. Con tutto quel rumore..."

"Non sarà che cominci ad avere paura"?

"Paura, è dir troppo, comincio però ad essere preoccupato. E poi sento un gran caldo".

Il mare si era fatto azzurro intenso e, all’orizzonte, davanti a loro, una linea di luce separava il cielo dalla terra. Ma il fatto era che tutt’intorno al barcone non c’era che mare e, volgendo lo sguardo, si vedeva l’orizzonte disegnare una circonferenza perfetta, che cambiava gradatamente di colore a seconda della direzione verso la quale si guardava.

"Sai che faccio"? Riprese Sam "Mi metto la maschera e le pinne e vado a disincagliare l’ancora... ammesso che non sia troppo profonda".

"Lo sai che è abbastanza profonda", disse l’altro, che indicò l’argano dal quale partiva il cavo d’acciaio. "Il cavo è srotolato per più della metà. Non so come farai ad arrivare all’ancora".

"Non è detto che debba toccarla. Cercherò di disincagliarla dall’alto, agendo sul cavo". Calzate le lunghe pinne azzurre, Sam frugò tra le cose dove poteva essere la maschera subacquea, mentre l’altro aggiunse: "Aspetta, vengo anch’io con te. Sai che mi piace il nuoto subacqueo. Nel mio sacco porto sempre l’occorrente".

Quando furono pronti, si tuffarono entrambi, con un tonfo cupo accompagnato da un’esplosione di schiuma che si richiuse ben presto su di loro.

Volteggiarono nell’acqua cadendo a vite e scesero alcuni metri al di sotto della chiglia, seguendo la linea scura del filo d’acciaio che sprofondava in quell’abisso di azzurro riverberante di luce. Avvistarono forse qualcosa che sembrava l’ancora. O meglio una parte di essa, perché la parte più grande non si vedeva. Era conficcata saldamente nell’anfratto di uno dei numerosi e frastagliati scogli che si scorgevano appena. Tanta era la profondità, una distanza che comunque non avrebbero potuto coprire. I due si guardarono. Saggi com’erano, capirono subito che non c’era altro da fare che risalire in superficie. Sam tentò ancora di trascinare il cavo nel senso in cui l’ancora era inclinata, ma invano. Del resto anche la scorta d’aria dei polmoni cominciava a scarseggiare e inoltre la pressione dell’acqua premeva forte sui loro timpani. Anche Tom si arcuò verso l’alto, seguendo la scia dell’amico, accanto al quale di lì a poco si ritrovò, aggrappato alla scaletta che congiungeva barca e mare.

Quando furono saliti, ebbero finalmente il tempo di guardarsi negli occhi. Fu in quell’istante che un oscuro e sordo presentimento li assalì. Gli occhi di Tom guardarono inavvertitamente il mucchietto di pesci che giaceva nel canestro. Povere, piccole cose che appena due ore fa, o forse ancora meno, saltavano di gioia nel mare e che ore erano immobili, cullate nel loro sonno dal lieve sciabordio del mare.

"Qui le soluzioni sono due — diceva Sam — o ci sbarazziamo del cavo dell’ancora o tentiamo ancora di disincagliare la barca con un’altra accelerata del motore". E senza nemmeno attendere risposta, rimise mano alla leva d’accensione e spinse il motore al massimo. L’imbarcazione fece un salto in avanti e si arrestò vibrando, mentre Tom, avvisato all’ultimo istante prima dell’accelerata finale, cominciò a reggersi energicamente al primo appiglio solido che gli venne a tiro. La schiuma si gonfiava sempre più ad ogni giro di motore e il rumore cominciò a sembrare insopportabile.

"Teniamoci forte, gridò Sam. Se l’ancora si libera, faremo un terribile salto in avanti".

"Lo so, disse l’altro, che rafforzò la presa".

Ma dopo un ultimo stridore, il motore cominciò a rallentare, fino a fermarsi del tutto, mentre la barca ricadde all’indietro, facendo barcollare dopo ciò che conteneva.

"E adesso, e adesso"? Si chiese Tom, la cui voce non era più coperta da alcun rumore.

"Adesso useremo il cervello", disse l’altro. "Intanto può essere che il motore si sia solo arrestato perché è andato sotto sforzo. Ci sbarazziamo di tutto ciò che ci lega e in un modo o in un altro, con il motore o a nuoto, raggiungeremo la riva".

"Troppo bello, troppo facile", pensava Tom, che non ebbe il coraggio, di esprimersi ad alta voce. "Ciò che ci tiene legati ci tiene comunque legati", disse, questa volta a mezza voce, meravigliandosi del silenzio con cui Sam aveva accolto queste sue parole.

L’altro aveva intanto cominciato ad armeggiare con il piccolo argano dal quale partiva il cavo d’acciaio dell’ancora.

"Non so come la cosa andrà a finire, non lo so proprio", disse Tom, non volendo più nascondere quel senso di preoccupazione che a poco a poco si stava impossessando di lui. Anzi si espresse ad alta voce perché l’amico sentisse, quasi a voler condividere con lui questo suo stato d’animo.

Sam aveva intanto finito il suo lavoro. Aveva staccato l’argano dal suo supporto e si apprestava a verificare ancora se fosse possibile separare il cavo da quello. Lo poggiò per un istante sullo stesso ripiano dove precedentemente era fissato e fece per voltarsi verso Tom. Ma questo bastò perché l’argano fosse trascinato in mare dallo stesso cavo, per quel movimento in avanti che l’imbarcazione, ormai libera, aveva già compiuto. "Almeno siamo liberi"! commentò senza cruccio, appena si accorse della cosa. "Già, liberi, ma per fare che cosa"? Domando l’altro, già avvezzo a discutere di libertà, ma non senza precisarne i contenuti.

L’amico non rispose. Sapeva che l’altro aveva ragione. Da quando studiava filosofia, l’altro riusciva ad avere sempre ragione. Ma non se ne ebbe. Gli voleva bene ed ora si sentiva ancora più legato a lui da quell’insolita situazione che li accomunava. Penso solo, tra sé e sé, alla possibile risposta, ma non la volle dire ad alta voce, perché non era del tutto sicuro che il motore avrebbe funzionato, dopo lo strappo al quale era stato sottoposto. Eppure mentalmente rispose: "Liberi, per tornare a casa. È ovvio"! Ma così ovvio non era. Il motore infatti, nonostante i suoi tentativi, non si avviò e questa volta cominciò a preoccuparsi davvero. "Il motore non va, non va proprio. E i remi"?

"Ma questa è una grossa imbarcazione per la pesca e non va a remi! Le sue sponde sono troppo alte".

La corrente trascinava ormai la loro imbarcazione sempre più lontano dal luogo dell’ancoraggio e nessuno dei due aveva né la voglia, né la forza di pensare all’eventuale recupero dell’argano e dei suoi annessi. I due amici si ritrovarono seduti accanto, sul fondo di quel natante di cui erano ormai prigionieri e si guardarono negli occhi, come a dire: "È successo e nessuno ne ha veramente la colpa. È semplicemente successo e basta". Cercarono di ripararsi la testa dai raggi cocenti del sole. Ora che l’acqua del loro tuffo precedente si era asciugata, ne avvertivano tutto il bisogno.

"Sam, chiese l’altro, senza più preoccupazione visibile, come finirà questa storia?". Sam si mise stranamente a ridere, come capita in alcuni momenti di tensione o quando succede qualcosa che si temeva e si voleva evitare, ma che ormai si è dimostrato inevitabile. "Tom, non lo so, proprio non lo so. Ma ascolta, tu che hai studiato: se tu dovessi scrivere una storia, una storia solo immaginata, e arrivassi al punto della nostra vicenda, cosa scriveresti"?

"Non è facile dirlo", rispose l’amico, al quale però l’idea di pensare ad una storia immaginaria non dispiacque. La trovò anzi un utile diversivo per distogliere l’attenzione da quella sensazione di panico che nei primi istanti lo aveva colto di soprassalto. "Cosa scriverei? Ma come può finire la nostra storia? Ci sono diverse possibilità. Qualcuno ci avvista e trascina il nostro barcone. Sarebbe la soluzione ideale... troppo semplice, troppo facile...", sussurrò, guardando l’amico che aveva fatto una smorfia che sembrava ripetere quelle sue ultime parole. "Allora vediamo... qualcosa di più travagliato, tu dici? Ecco: restiamo in balia delle onde per qualche tempo. Finalmente avvistiamo la riva. Ci buttiamo a nuoto e siamo salvi. Qualcuno va a recuperare la barca. È una soluzione possibile, no"?

"Si e no, disse l’altro", che aggiunse: "Ci buttiamo a nuoto tutti e due. Abbiamo un salvagente e l’attrezzatura per resistere abbastanza. Orientandoci con il sole, nuotiamo verso la riva ed è fatto".

"Ma vuoi davvero fare così"?, chiese l’altro. "Che distanza ci separa dalla riva? Se fossimo troppo distanti e se le forze ci venissero meno"?

"Allora restiamo qui", disse Sam, accondiscendente, non volendo preoccupare ulteriormente l’amico. "Il cibo non manca e di acqua, anche se ormai calda ne abbiamo una scorta", aggiunse, senza voler indagare quanta acqua restasse ancora effettivamente a disposizione. "Anzi sai che ti dico"? Riprese: "Cominciamo a mangiare qualcuno dei pesci pescati, prima che vadano a male".

EPILOGO

Erano trascorsi diversi giorni. Chi in quel momento avesse guardato dalla riva, avrebbe potuto intravedere come un puntino lontano nel mare. In quel barcone i due ragazzi erano ormai stremati. Vagavano senza meta, dopo aver tentato per interi giorni di avvistare un filo di terra all’orizzonte e, nelle ore di veglia, una qualche luce che brillasse in lontananza. Anche l’imbarcazione sembrava stanca di tanto errare senza meta e senza senso.

"Se deve succedere", pensava Tom nei momenti di lucidità — quando si svegliava da quella sorte di torpore che sempre più di frequente lo estraniava dalla barca, dal mare e dalle sue residuali paure —, "se deve succedere, che succeda a me per primo. Non voglio vedere morire Sam sotto i miei occhi". Così pensava, tentando di allungare la mano verso l’altro. Ma le sue forze erano così esigue che non sempre ci riusciva. Il braccio non sempre rispondeva ai suoi ordini e si sentiva come quella volta, quando era stato operato e nei primi istanti in cui l’anestesia cominciava ad agire, avvertiva ancora il mondo esterno, ma non riusciva a comunicare con esso. L’amico, costituzionalmente più forte di lui, riusciva ancora a mettersi seduto e cercava di scuoterlo, parlandogli e consolandolo: "Ormai ci stanno cercando, diceva, resisti, ti prego, resisti. Stanno ormai per trovarci. Tom, Tom, mi senti"? Aggiungeva con il cuore in gola, e stava ad origliare e solo quando l’altro finalmente emetteva un qualche suono o riusciva ancora ad allungare la mano, allora riprendeva coraggio. Ma poi diceva a se stesso e all’altro: "Non facciamo molti movimenti, restiamo qui sdraiati. Consumiamo le nostre ultime energie il meno possibile"!

Tom si era assopito ancora e fu allora che, forse in sonno o forse nella realtà, rivide o rivisse una scena che aveva letto e sentito altre volte. Mentre il tramonto abbassava le sue ultime luci e gli sembrava di scorgere dei puntini luminosi e tremuli in lontananza, una piccola ombra, prese forma sul pelo dell’acqua, proprio lì dove brulicavano le ultime scintille brulicanti del giorno. Un’ombra che di momento in momento s’ingrandiva e sembrava sempre più simile a una forma umana. Si, da una sorta di vapore iniziale, come quello che si vede salire da alcuni asfalti sotto il sole d’estate, quell’ombra aveva preso consistenza, si era fatta sempre più vicina ed aveva assunto i tratti di un uomo. Ma adesso stava per parlare. Tom fece un ulteriore sforzo per non perdere né il suono, né il senso di quelle parole. Si aggrappò alle sue ultime risorse, capì: "Uomini di poca fede, perché avete temuto?".

"Perché avete temuto"? Aveva detto proprio così, ed egli guardò ancora e cercò di afferrare anche i contorni di colui che parlava. Sforzò lo sguardo e sollevò la testa, come se avesse ormai un’unica preoccupazione: seguire con lo sguardo, e perché no?, anche con tutto se stesso colui che era venuto a parlargli? Sentì la sua mano sulla fronte. Era la mano di Sam, che diceva: "Tom, Tom, ce l’abbiamo fatta! Si vedono le luci della riva e dalla riva qualcuno ci ha visto. Delle imbarcazioni si avvicinano. Stanno venendo a prenderci". Egli sorrise e si assopì. Così come era rimasto, non si può potuto dire se il suo sonno fosse reale o fosse invece quell’altro sonno, quello temuto, nel quale chi ha tanto lottato, alla fine si assopisce, come dopo un lungo, assolato giorno, nel miracolo del suo declinare.

FINE

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