Giovanni Mazzillo
La Parola di Dio ci forma ed è fonte e "oggetto" di annuncio e di catechesi - Incontro a Belvedere 25/02/01
(Traccia della riflessione)
«Formazione professionale, struttura scolastica
di competenza delle regioni riguardante la formazione dei giovani alle diverse
professioni dopo la scuola d'obbligo».
«Se si intende il concetto di educazione con l'ampiezza e la comprensività che gli spettano, non si può fare a meno di accettare due conclusioni fondamentali, e cioè da un lato che non esiste società umana, per primitiva e informe che sia, che non possieda le sue istituzioni educative, e dall'altro che l'educazione investe e copre l'intera vita dell'uomo» (dall'Enciclopedia Rizzoli Larousse - Nuova Edizione 2001).
La formazione cristiana è da intendere come qualcosa di più profondo e di più ampio:
abbraccia l'intera vita in tutti i suoi aspetti;
parte da una concezione che dà una nuova forma alla vita stessa;
riceve tale nuova forma dalla Parola di Dio:
2Tm 3, 14-16: «Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l'hai appreso e che fin dall'infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona»
Col 3, 1-4: « Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria».
Non indica la fuga dal mondo, ma l'inserimento secondo una nuova dinamica nel mondo. Quale? Quella scaturente dalla ns. nuova realtà: collegati a Cristo, siamo già morti e risorti. Siamo morti alla realtà dell'odio del mondo e risorti per una nuova prassi, che è quella dell'amore e della pace.
Ecco la conferma, che attribuisce a noi uomini ancora nel mondo qualcosa che se avverrà completamente al futuro, è già accaduto nella nostra storia passata e presente:
Ef 2,6: «Con lui [Cristo] ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù...»[1].
- Ne scaturisce un agire particolare che è quello degli operatori di pace (gli eirenopoioi di Mt 5,9)
«Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente.....» (Col 3,12-16).
La
sequenza dei comportamenti è vicina quella delle beatitudini di Gesù, secondo Matteo[2],
che indicano un particolare rapporto verso i beni terreni (le cose della terra!), verso la ricchezza
terrena, felicità mondana, potere oppressivo. L'insegnamento di Gesù è invece:
beati i poveri, gli afflitti, i miti. Egli indica anche un diverso rapporto con le persone, diverso
da quello mondano (contrassegnato purtroppo spesso da egoismo, vendetta,
doppiezza). Infatti proclama: Beati gli affamati di giustizia, i
misericordiosi, i puri di cuore! Infine la sua Parola indica un diverso
rapporto con la storia,
che da vicenda umana segnata dall'indifferenza, dalla ricerca del successo e
della carriera deve invece diventare il luogo dove agiscono i facitori di pace,
i perseguitati per la giustizia, i perseguitati a causa di Gesù. La risposta di
Dio non è di semplice gratifica, ma è già in un ottica di mondo risuscitato e
di realtà terrena rinnovata dallo Spirito del Risorto. I facitori di pace sono chiamati,
cioè sono i figli di Dio sulla terra,
quelli che diffondono non violenza sono quanti ereditano la terra (rinnovata
secondo il pensiero di Dio); quanti perdonano sono perdonati, quanti hanno il
cuore trasparente vedono Dio già in questo mondo; quanti hanno fame e sete di
giustizia sono saziati e quanti sono poveri, perseguitati, a vario titolo, sono
i protagonisti del regno nuovo che la morte e la risurrezione di Gesù ha definitivamente
avviato verso il suo compimento.
La domanda angosciosa è
perché il Regno dell'amore non si manifesta e perché Dio non interviene più
puntualmente e più massicciamente in questo mondo di violenza.
<<Scriveva S. Weil: "Quando incontro la sventura altrui, anche quella di chi mi è indifferente, sconosciuto, dei secoli passati, essa mi trafigge talmente l'anima da parte a parte che per qualche tempo amare Dio mi diventa quasi impossibile. Mi rassicura un po' il ricordo di Cristo che ha pianto nel prevedere gli orrori del saccheggio di Gerusalemme">>[3].
Una
risposta più vibrante e partecipe, persino martiriale la possiamo trovare in
Etty Hillesum, che esprime un pensiero ardito, ma coerente: aiutare Dio a portare il
fardello e la sfida nell'amore, quando esso è messo in scacco:
«E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio. Su tutta la superficie terrestre si sta estendendo piano piano un unico, grande campo di prigionia e non ci sarà quasi più nessuno che potrà rimanerne fuori. È una fase che dobbiamo attraversare. Qui gli ebrei si raccontano delle belle storie: dicono che in Germania li murano vivi o li sterminano coi gas velenosi. Non è granché saggio raccontarsi storie simili, e poi, se anche questo capitasse in una forma o nell’altra, è per responsabilità nostra? Da ieri sera piove con una furia quasi infernale. Ho già vuotato un cassetto della mia scrivania»[4].
La
sua ultima cartolina, datata 7 settembre 1943 trovata da qualcuno, fu spedita;
diceva così:
<<Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto». Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro>>[5]. Etty» (Etty Hillesum morì a Auschwitz il 30 novembre 1943).
[1] Nota BdG «Paolo considera come realtà già acquisita (verbi al passato) la resurrezione e il trionfo celeste dei cristiani che Rm 6,3-11; Rm 8,11; Rm 8,17s considerava piuttosto nell'avvenire (verbi al futuro). Questa escatologia già realizzata è un tratto caratteristico delle epistole della cattività».
[2] Mt 4,25-5,12: <<E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi»>>.
[3] A. Reginato, «Sull'immagine di Dio», in Pretioperai (Marzo 1996) n. 34, pag. 36.
[4] Etty Hillesum, Diario. 1941-1943, a cura di J. G. Gaarlandt, Adelphi, Milano 1985, 163.
[5] Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, a cura di Chiara Passanti, Adelphi, Milano 1990, pag. 149.