EDITH STEIN: Cercare Dio, cercando il senso della vita

Proposta di riflessione di Giovanni Mazzillo (Incontro ad Altamura-Fornello, 20/11/2007)

“Se accettiamo l’intero Cristo con il fedele dono di noi stessi, egli ci guiderà per mezzo della sua Passione e della sua Croce verso la risurrezione. Dopo la buia Notte, splende dinanzi a noi la Fiamma vivente dell’amore” (E.Stein).

1) Cenni biografici

11. Gli inizi

Nascita: 12 ottobre, giorno del Kippur (Espiazione) 1891 a Breslavia, allora città della Germania e oggi della Polonia (con il nome di Wroclaw). Ultima di sette figli di una famiglia ebrea con un forte senso di identità culturale e religiosa. Ciononostante, a 14 anni si riteneva atea o piuttosto agnostica. La fede ebraica e un forte senso morale rimasero sullo sfondo della sua vita, anche negli anni nei quali sembrava lontana da Dio.

1.2. La ricerca della verità segna un itinerario che è esistenziale filosofico e religioso

Dal 1910 è all’Università, unica donna iscritta quell’anno ai corsi di filosofia, sempre più interessata al pensiero di Edmund Husserl, padre della fenomenologia, tanto da trasferirsi a Göttingen per seguirne i corsi. Affascinata inizialmente dalla sua opera Le Indagini Logiche, successivamente approdò al cosiddetto realismo di quella concezione fondamentalmente e strutturalmente aperta alla trascendenza, quale quella di Max Scheler. Fu anche per lei un’apertura del suo fondamentale bisogno religioso. Superava così ogni preconcetto verso la religione, come era stata abituata da Husserl,  cui restò professionalmente legata, fino ad essere sua assistente all’università di Friburgo. Qui si laureò con la tesi Il problema dell’empatia (Einfuhlung) e conseguì poi il dottorato.

 Volle dare il suo contributo anche nella tragedia della prima guerra mondiale, sicché la troviamo infermiera all’ospedale di Mahrish-Weisskirchen, tra feriti provenienti dal fronte e persone  in stato terminale. L’incontro con la morte in quelle circostanze  fu un altro dei momenti che segnarono la sua vita, fino a raccontare nell’Autobiografia:

«Era un uomo alto e forte […] quando ordinai le poche cose che il morto possedeva, trovai una piccola nota che egli aveva nella sua agenda. Era una preghiera per chiedere che Dio lo conservasse in vita. Questa preghiera gliela aveva data la sua sposa […] Compresi, proprio in quel momento, ciò che umanamente significava quella morte»[1].

La impressionò anche l’incontro con la vedova di Adolf Reinach. La sua fede nella risurrezione come vittoria sulla morte contagiò anche lei. Lo racconterà dicendo:

«Fu il mio primo incontro con la Croce e con la forza divina che essa comunica a chi la porta. Vidi per la prima volta, tangibile davanti a me, la Chiesa, nata dal dolore del Redentore, nella sua vittoria sul pugno della morte. Fu il momento in cui andò in frantumi la mia incredulità e risplendette la luce di Cristo. Cristo nel mistero della Croce»[2].  

1.3. La conversione

La conversione maturò interamente quando, grazie a Edwig Conrad Martius (estate del 1921) cominciò a leggere l’Autobiografia di Santa Teresa d’Avila. Quello stesso giorno andò a procurarsi un catechismo e un messale per studiarli a fondo.

Nella vita di Teresa trovò come ripercorsa la storia di Cristo e il suo invito alla preghiera e all’unione mistica. Ciò costituiva per Edith l’approdo della sua intera ricerca, che si può riassumere nel motto:

non arrivare semplicemente alla conoscenza della verità, ma viverla unendosi con l’Amore.

Battesimo: 1° gennaio 1922; cresima: l’11 febbraio. Consigliata dal suo padre spirituale, il canonico Schwind della diocesi di Speyer (Spira), non entrò subito come voleva tra le carmelitane, ma collaborò con le suore domenicane, in una grande scuola femminile nella stessa città, condividendo parte della loro vita (Pasqua 1923  - Pasqua 1931), come docente di tedesco nel liceo femminile e di formazione pedagogica delle religiose.

Il contatto con il pensiero di Erich Pryzywara, teologo gesuita presente in quella scuola, arricchì le sue conoscenze teologiche, tanto da studiare e tradurre dall’inglese Letters and Journal e The Idea of a University del teologo anglicano convertito al cattolicesimo, John Henry Newman e da iniziare lo studio di Tommaso d’Aquino, traducendo Quaestiones disputatae de Veritate. Ne risultò un’opera dedicata ad Husserl, nel suo 70 compleanno: La fenomenologia di Husserl e la filosofia di S. Tommaso (1929). Cominciò ad essere  conosciuta ed invitata a tenere conferenze nell’ambito della promozione della donna oltre che in Germania anche in Austria e in Svizzera.

Lasciata Spira, riprese a pieno ritmo gli studi filosofici, iniziando una docenza all’Accademia pedagogica di Münster, ma non poté proseguirla a motivo delle leggi razziali di Hitler.

30 aprile 1933: è in adorazione davanti all’altare e decise di lasciare tutto per il silenzio del Carmelo, nella clausura di Colonia, all’età di quarantadue anni. Qui, l’anno successivo, assunse, da novizia, il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce e per volere anche dei superiori, cominciò a rivedere e completare la sua opera filosofica più importante Essere finito ed Essere eterno.

1 Maggio 1938: professione religiosa.

L’anno successivo deve lasciare Colonia per un  monastero ritenuto più sicuro, in Olanda, nel Carmelo di Echt.

23 marzo: si dichiara pronta a offrirsi a Dio come vittima di espiazione e il 9 nove giugno, nel suo testamento spirituale, si dice disposta ad accettazione la morte, nella gravità di quell’ora, di cui è a conoscenza.

 Estate 1940: la raggiunge al Carmelo la sorella Rosa, ormai cattolica, che ottiene di restare nello stesso convento.       

 Nel 1941: inizia uno studio, rimasto incompiuto, sulla teologia mistica di S. Giovanni della Croce: Scientia Crucis. Raggiunta Echt, le consorelle cercano di salvare lei e la sorella Rosa, pensando di mandarle in un convento svizzero, ma ciò non viene consentito dalle autorità politiche locali, ormai succubi di Hitler. Le due sorelle sono così deportate nel campo di Amersfort e infine ad Auschwitz-Birkenau. Nel convento si raccontava che Edith si fosse rivolta alla sorella dicendo: «Andiamo! Andiamo a morire per il nostro popolo!”.

Ciò era nella logica del testamento, della sua offerta e dell’intenso e breve scritto Das mystische Sühneleiden (Sofferenza espiatrice mistica):

«Il Salvatore non è solo sulla croce […] Ogni uomo che nella successione dei tempi sopportò con pazienza un destino duro pensando alle sofferenze del Salvatore e che prese su di sé volontariamente una vocazione espiatrice, ha contribuito con ciò ad alleggerire il carico enorme dei peccati dell’umanità e ha aiutato il Signore a portare il suo peso. Ancora di più, Cristo, il Capo, compie l’opera redentrice in quelle membra del Corpo Mistico, che si uniscono a Lui in anima e corpo per la sua opera di salvezza […] La sofferenza riparatrice, accettata volontariamente, è ciò che in realtà più profondamente unisce al Signore»[3].

Le sorelle Stein furono assassinate come tanti altri ebrei con il gas poco dopo il loro arrivo ad Auschwitz-Birkenau. Edith aveva cinquantuno anni, Rosa cinquantanove. Un teste oculare, Luigi Schlütter, che poco prima della partenza da Westerbork aveva scambiato qualche parola con Edith, riferisce questa sua attestazione: “Qualunque cosa possa accadere sono preparata a tutto. Gesù è anche qui in mezzo a noi».


 

2) Verità e santità un’unica ricerca

2.1. Il messaggio di Giovanni Paolo II su Edith Stein

Giovanni Paolo II per la canonizzazione di Edith Stein (10 ottobre 1998):

 «“Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”. Le parole di S. Paolo ai Galati ben si addicono all’esperienza umana e spirituale di Teresa Benedetta della Croce, che oggi solennemente viene iscritta nell’albo dei santi. Anche lei può ripetere con l’Apostolo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”»[4].

       Dopo la sua proclamazione a beata (1 maggio 1987), a Colonia:

 «Oggi, a undici anni di distanza, qui a Roma, in piazza S. Pietro, mi è dato di presentare solennemente come Santa davanti a tutto il mondo questa eminente figlia d’Israele e figlia fedele della Chiesa».

In risposta a chi tentava di salvarle la vita, rispondeva:

«Non lo fate, perché io dovrei essere esclusa? La giustizia non sta forse nel fatto che io non tragga vantaggio dal mio battesimo? Se non posso condividere la sorte dei miei fratelli e sorelle, la mia vita è in un certo senso distrutta».

Il Papa proseguiva:

«Per amore di Dio e dell’uomo ancora una volta io levo un grido accorato: mai più si ripeta una simile iniziativa criminale per nessun gruppo etnico, nessun popolo, nessuna razza, in nessun angolo della terra! È un grido che rivolgo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà; a tutti coloro che credono all’eterno e giusto Iddio; a tutti coloro che si sentono uniti in Cristo, Verbo di Dio incarnato. Tutti dobbiamo trovarci in questo solidali: è in gioco la dignità umana. Esiste una sola famiglia umana».

Anche per Giovanni Paolo II Edith Stein aveva dedicato la sua vita a cercare: cercare Dio, cercare la verità, cercare l’uomo:

«Percorse il cammino arduo della filosofia con ardore appassionato ed alla fine fu premiata: conquistò la verità, anzi ne fu conquistata. Scoprì, infatti, cha la verità aveva un nome: Gesù Cristo, e da quel momento il Verbo incarnato fu tutto per lei. Guardando da carmelitana a questo periodo della sua vita, scrisse ad una benedettina: “Chi cerca la verità consapevolmente o inconsapevolmente cerca Dio”».

È un esempio per tutti, ma in particolare per i giovani:

«Guardatevi dal concepire la vostra vita come una porta aperta a tutte le scelte! Ascoltate la voce del vostro cuore! Non restate alla superficie, ma andate al fondo delle cose! E quando sarà il momento abbiate il coraggio di decidervi! Il Signore attende che voi mettiate la vostra libertà nelle sue mani misericordiose».

L’amore colma l’ansia di libertà, e verità e amore hanno bisogno l’una dell’altro.

3) La condivisione della sorte dell’altro fino all’abisso:

L’unione con Cristo assume in Edith la forma di una di condivisione, similmente al mistero dell’incarnazione: farsi altro, farsi prossimo;

  condividere la precarietà, la ricerca, il dolore, la sorte;

  condividere anche l’abisso.

  In ogni caso l’intera vita è sempre sul ciglio del nulla, eppure sorretta dalla braccia di Dio:

«Il mio essere … è un essere inconsistente; io non sono da me, da me sono nulla, in ogni momento mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono attimo per attimo nuovamente l’essere. Eppure questo essere inconsistente è essere ed io in ogni istante sono in contatto con la pienezza dell’essere… So di essere conservato e per questo sono tranquillo e sicuro: non è la sicurezza dell’uomo che sta su un terreno solido per virtù propria, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza, oggettivamente considerata, non meno ragionevole»[5].


 

[1] E. Stein, Storia di una famiglia ebrea.  Lineamenti autobiografici: l’infanzia e gli anni giovanili, Città Nuova, Roma 1999, 43.

[2] Ivi, 44.

[3] P. Ricci  Sindoni, «Edith Stein come narrare il mistero», in Horeb tracce di spiritualità 5(2/1993, mag-ago), 68-72.

[4] Giovanni Paolo II, «Omelia per la canonizzazione di Edith Stein», in www.gesuiti.it/moscati/Ital3/GPaolo2_ES_Cn.htm  Roma 11 ottobre 1998 . Tutte le citazioni sono tratte da questa fonte.

[5] E. Stein, Essere finito ed essere eterno. Per un’elevazione al senso dell’essere, Città Nuova, Roma 1988, 92.95-96.