Giovanni Mazzillo

La parrocchia come luogo di formazione alla pace - Paola 30/04/02

1) Parrocchia e formazione all'essere in cammino

Dal Nuovo Testamento impariamo che la parrocchia non è un luogo di immobilismo, ma una realtà in cammino. Il termine paroikìa, da cui deriva la parola "parrocchia", è tradotto spesso con pellegrinaggio:

"E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro pellegrinaggio [paroikìa] terreno" (1Pt 1,17).

Il "timore" è da intendersi come attenzione e vigilanza da prestare alla chiamata di Dio. È l'accoglienza di un atto di affrancamento e di riscatto, è l'esperienza della libertà nell'incontro con la libertà di Cristo:

"sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri, ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi; per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio" (1Pt 1,18-21).

La parrocchia è l'occasione di questa esperienza, come esperienza condivisa, come pellegrinaggio in cui si socializza, nell'affetto sincero e fraterno, l'incontro con l'amore:

"Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore" (1Pt 1,22).

L'amore è da riscoprire in tutte le sue dimensioni: come agape, amore che viene da Dio e amore che è Dio. È la charitas, riscoperta come grazia e come dono. Ma è da riscoprire anche come caritas, cioè come impegno per la condivisione e come solidarietà concreta per gli infelici di oggi:

<<Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello>> (1Gv 4,19-21).

La riscoperta dell'amore passa anche attraverso l'impegno per l'ecologia, come amore per le creature di Dio e come amore per le generazioni future, che hanno diritto a un mondo non rovinato irreversibilmente da noi. Per tutte queste ragioni e per i compiti importanti che ci stanno davanti, c'è bisogno di rinnovare l'esperienza dell'amore come dono che ci viene dato nello Spirito Santo. È un'esperienza che rinnoviamo nell'accoglienza e nell'ascolto della Parola di Dio che ci rigenera (obbedienza come ob-audire):

"perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio" (1Pt 1,23).

2) La parrocchia è comunità che accoglie la Parola, imparando ad accogliere l'altro (e il diverso)

Chi accoglie la Parola di Dio non può non accogliere l'altro che la stessa Parola continuamente accoglie. La parrocchia è il luogo dell'accoglienza: - accoglienza dell'Altro/altro che è in me stesso (riconciliazione con la propria esistenza) e accoglienza della realtà umana complessa e coestensiva alla mia vicenda personale; - accoglienza della razionalità e della capacità critica, che non contrasta, ma integra l'accoglienza del mistero, salvaguardandolo dalle sue mistificazioni; - accoglienza dell'altro come storia di un popolo in cammino, con le sue sconfitte e le sue riprese, le sue utopie e il suo dinamismo verso un mondo altro. La tensione costruttiva verso un mondo riconciliato ha alcune conseguenze immediate che la comunità cristiana (qui parrocchiale) non può disattendere: il ripudio della guerra e della violenza; l'informazione e la formazione sulla giustizia; l'attenzione e la vigilanza sui diritti umani nella Chiesa e altrove; l'individuazione dei conflitti e delle sue cause; l'educazione non a ignorare o sopprimere i conflitti, ma a saperli gestire; la formazione all'accoglienza del diverso (religiosamente, culturalmente ecc.).

3) La comunità parrocchiale e la celebrazione della speranza

A) L'esperienza di una comunità in cammino è esperienza della festa.

È esperienza della gioia. Essa nasce dal non avere padroni della propria vita. Grazie all'incontro con il Risorto, siamo continuamente liberati dall’oscuro abisso del male, dal peccato che attanaglia l'esistenza, dall’odio che consuma le energie, dall’amarezza che inaridisce lo spirito. Liberi dall'angoscia di comprare e disprezzare: "In questo mondo colpevole / che compra e disprezza, / il più colpevole sono io, / inaridito dall’amarezza" (Pasolini). Tutto riconduce al principio "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù" (Gal 5,1).

B) La comunità cristiana come esperienza di essenzialità

La festa celebrata deve tendere a vivere con consapevolezza la ricerca della essenzialità, perché la vita di un uomo non dipende dai suoi beni, contrariamente a ciò che pensava il ricco e tutti i nuovi ricchi reali e potenziali che si atteggiano oggi a maestri di vita e di futuro:

<<[Il ricco disse] "raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio". Poi disse ai discepoli: "Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito>> (Lc 12,18-23).

4) La pace come anticipazione profetica e come dono da chiedere nella preghiera

La comunità parrocchiale chiede la pace come dono di Dio. La invoca nella preghiera e forma alla preghiera per la pace. Sa tuttavia che essa è anche profezia dei cristiani (1).

Il suo annuncio e la sua propagazione coincide con l'annuncio del Vangelo:

<<Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: "Regna il tuo Dio". Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme">> (Is 52-7-10).

La pace è anche da costruire oltre che da annunciare: "beati i facitori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5,9). La tentazione di Israele era stata di assicurarsi un futuro crescendo nella potenza militare. La Parola di Dio aveva smascherato la sete di potere insita in questo programma e ne aveva manifestato l'inconsistenza:

"Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti […] costituirai sopra di te come re uno dei tuoi fratelli; non potrai costituire su di te uno straniero che non sia tuo fratello. Ma egli non dovrà procurarsi un gran numero di cavalli né far tornare il popolo in Egitto per procurarsi gran numero di cavalli, perché il Signore vi ha detto: Non tornerete più indietro per quella via! Non dovrà avere un gran numero di mogli, perché il suo cuore non si smarrisca; neppure abbia grande quantità di argento e d'oro" (Dt 17,14-17; cf. anche 1Sam 8,11-18)

La tensione profetica verso tutto ciò ci fa passare dall'attuale civiltà della paura, fondata sull'accumulo e sull'avere, alla civiltà della pace(2).

La comunità parrocchiale infine offre l'occasione di un'esperienza che è ricostruzione, oltre la disgregazione (3); rete di rapporti autentici al di là dei formalismi e delle reciproche emarginazioni; luogo di anticipazione di ciò che non sembra oggi possibile, ritenendo la risurrezione di Gesù come garanzia che un altro mondo, già su questa terra, è possibile.

 

NOTE

(1)Cf. E. Bianchi, "La pace, dono di Dio e profezia dei cristiani", in Pax Christi (a cura di), Comunità cristiane per una cultura di pace, 63-73.

(2) Cf. E. Balducci, "Dalla civiltà della paura alla civiltà della pace", in Pax Christi (a cura di), Comunità…, cit., 17-32.

(3) Is 58.12: "La tua gente riedificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta di epoche lontane. Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi".