Convegno di Locri 4-5/3/03 "La Gestione Etica delle Risorse del Territorio" Diocesi di Locri – Gerace - posta elettronica: pastorale.lavoro@tiscalinet.it via Garibaldi – 89044 Locri (RC) tel. 0964.20779 fax 0964.230058

Intervento di Gianni Mazzillo

Gestione etica delle risorse sul territorio: rilettura biblico-teologica

Introduzione

Il tema può suonare insolito. È tuttavia importante. Soprattutto nel suo riferimento all'etica. La gestione delle risorse del territorio è anch'esso un argomento da non sottovalutare dal punto di visto morale, visto che tocca non solo il denaro, insieme con le altre risorse, quali la terra, la sua posizione naturalistica e geografica, la sua cultura e la sua storia, ma tocca le persone che ci vivono e che dalla gestione di quelle risorse hanno ricadute di enorme importanza. Esse riguardano infatti la loro esistenza e quella dei loro figli, ma riguardano parimenti il futuro della loro cittadinanza e del loro territorio.

L'analisi che state conducendo in questi due giorni mira a dare un discernimento critico che non esclude la fede, ma ha in essa uno dei suoi riferimenti centrali. A partire dal dato di fede, legato prevalentemente alle fonti bibliche, come mi avete chiesto, cercherò di argomentare sull'impostazione che la Parola di Dio richiede al credente nel suo rapporto con la terra, con la sua gente, con gli altri e con il futuro di tutti. Tutto ciò è molto vasto. Mi limito pertanto ad alcune considerazioni generali, ma non per questo astratte, cominciando da una considerazione che fa da sfondo all'intero discorso, quello della reciproca responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri e che scaturisce dall'ordinamento dell'amore oltre che dall'ordine della creazione.

1) Siamo gli uni responsabili degli altri

Questo principio è fondato sulla reciproca appartenenza degli esseri umani, in forza della nostra comune provenienza da Dio e per la nostra comune appartenenza a lui. È un'appartenenza che va declinata anche sul versante storico-sociale della vicenda umana, sì da includere la cittadinanza, l'uso delle risorse e l'impegno per un futuro qualitativamente vivibile per tutti.

Partiamo dal principio che troviamo nella lettera di Paolo ai Romani "Nessuno di noi ...vive per se stesso e nessuno muore per se stesso" (Rm 14,7). L'apostolo aggiunge anche una motivazione strettamente teologica, dicendo "perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore" (Rm 14,8).

"Nessuno vive per se stesso..." è da capire nel contesto dell'affermazione che se non abbiamo nessun debito verso una legge esterna ed oppressiva, dalla quale Gesù ci ha liberato, nessuno di noi può vivere solo per se stesso, pur dovendo sempre salvaguardare quella libertà dall'oppressione, che faceva dire allo stesso apostolo: "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù" (Gal 5,1).

Non vivere per se stessi significa riconoscersi innanzi tutto in una reciproca apparenza più che in una dipendenza, in quanto appartenenza precedente alla volontà, perché ogni essere umano è in riferimento non astratto e generico ad altri, ma in riferimento concreto a una famiglia, a una tribù, a una cultura, a una religione, insomma a un popolo.

La comune appartenenza implica un essere l'uno con l'altro e un essere l'uno per l'altro. È un fatto attestato abbondantemente dalla Bibbia ed è in ogni caso un dato antropologico insopprimibile, derivante dalla stessa "natura" umana. È un dato che si manifesta in maniera più evidente nelle società e culture arcaiche, dove l'appartenenza ad una sorte comune è espressa in tutte le forme e in tutti i più differenti aspetti della vita umana, che è sempre e comunque una vita sociale. Essere esclusi dalla comunità significa essere esclusi dal flusso della vita. Il fatto stesso di vivere comporta primariamente ed originariamente una specie di reciproca obbligazione ad essere con l'altro e per l'altro. Se di un'etica dobbiamo qui parlare, non ci sarà difficile scoprire che essa obbedisce al principio della responsabilità comune e del sentire e vivere la vicenda dell'esistenza in solidum. Il fatto di venire al mondo non è mai un'astrazione, ma è sempre un venire in un determinato mondo, in un preciso contesto, contrassegnato da un territorio e da una comunità che ha una sua etica.

Per i credenti in Cristo è questo il senso dell'espressione essere in debito l'uno con l'altro. Ma è anche qualcosa di più: qui infatti si realizza l'adagio paolino che invita a saper ridere con chi ride e piangere con chi piange (Rm 12, 15: "Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto"). Ogni singola storia resta così coinvolta in una vicenda che non è più soltanto "sua", ma è di tutta la comunità e in essa può realizzare pienamente se stesso.

In questa concezione generale il debito reciproco della solidarietà, che nel linguaggio cristiano assume il nome della "carità", non è un indebitamento di stampo negativo, ma un coinvolgimento nella vicenda degli altri, vissuta come una comune vicenda, una storia comune, che è degli altri e per questo è anche la propria. Più che di un'obbligazione si tratta di questa comune appartenenza, che richiede certamente regole da rispettarsi da parte di tutti, ma non per un'obbedienza passiva a una norma esterna o aliena, bensì per assecondare al meglio e sviluppare a vantaggio di tutti una comune realtà che si è ricevuto e si riceve continuamente in dono. Ogni singola persona se la trova già davanti a sé e l'accoglie, vive in essa e di essa, così come si vive nell'aria e nel mondo in cui si nasce. Quest'ambiente comune, che ci porta e che noi dobbiamo tutelare per proteggere la vita e il suo futuro, dicevano che riguarda innanzi tutto la terra e le persone con le quali viviamo. Cominciamo da queste ultime, che sono in ordine d'importanza le prime e che alla fine danno valore anche al territorio in quanto terra e ambiente storico-culturale.

2. Siamo stati affidati l'uno all'altro

La concezione biblica giudaico-cristiana appare, in questa prospettiva, l'esatto contrario della concezione egocentrica della vita. Il principio già citato del vivere (e persino del morire) non per se stessi ma "per il Signore" non solo non esclude gli altri, ma li contiene intrinsecamente e inscindibilmente per lo stesso fatto che il Signore ci rimanda continuamente alla pratica della carità come verifica dell'amore verso di lui. Porto un solo testo, quello insuperato ed insuperabile di Giovanni:

<<Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello>> (1Gv 4,19-21).

Alla stessa conclusione conduce in maniera stringente la realtà della nostra comune appartenenza a Cristo, fino ad essere in lui un solo corpo. L'essere Chiesa, in quanto unico organismo vivente, che si alimenta dell'unico pane che è Cristo, spinge a condividere il pane di una comune progettualità, proprio perché muove dalla condivisione di uno stesso presente. Se al momento della partecipazione all'unica eucaristia preghiamo per ottenere un unico pane e un unico perdono, ci impegniamo contemporaneamente e irreversibilmente a dare agli altri lo stesso perdono e a spezzare con loro lo stesso pane che ci mantiene in vita. Vale a dire quel pane che si chiama speranza e progetto, impegno e responsabilità per l'altro, perché vuole garantire non una mera sopravvivenza, ma una vita degna di tale nome. E con la vita, ovviamente, vuole assicurare rapporti riconciliati, rapporti di fraternità e di pace, rapporti sempre tesi alla liberazione e all'attestazione che "un altro mondo è possibile".

Il nostro legame con Cristo è pertanto un comune e inscindibile legame con gli altri, non solo perché ogni altro è comunque legato a Cristo e noi siamo tutti le membra dello stesso corpo, ma anche perché il legame con gli altri è una logica conseguenza della "novità" che Cristo ci ha portato. Possiamo allora indicare la linea etica portante nella gestione delle risorse, dicendo che siamo in debito l'uno con l'altro e pertanto siamo in debito della qualità della vita di tutti e non di pochi privilegiati o di una famiglia o di alcune famiglie e nemmeno di questa o quell'altra consorteria. La nostra responsabilità comune e reciproca è il rimedio migliore contro l'individualismo e la ricerca di privilegi che ignorano la sorte e i problemi degli altri, per la semplice ragione che la sorte e i problemi degli altri sono anche la mia sorte e i miei problemi. Contro i mali atavici di un'autodifesa che porta ad arroccarsi e a rinchiudersi a riccio, non c'è migliore terapia che quella dell'amore, un amore vero e non fittizio, praticato e non declamato, storicizzato e non spiritualizzato. È quello espresso con incisività ancora dall'apostolo Paolo e che recita "Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge" (Rm 13,8).

È l'amore, dunque, ciò che ci rende responsabili e liberi nello stesso tempo; ci dà il gusto della vita perché ci lega agli altri. Ci lega a Dio, sorgente della vita e della libertà, autore della natura e del mondo in cui viviamo. In quanto tale, ci riconduce alle nostre radici e pertanto alla comunità umana originaria da cui proveniamo e nella quale il nostro stesso vivere ha senso e valore. Tutto ciò significa un'assunzione di responsabilità verso gli altri, verso ogni altro, che come me viene da Dio e a lui fa ritorno. È sulla stessa terra e insieme con me ha la responsabilità sia della terra che di tutti gli altri.

La responsabilità appare pertanto un impegno a custodire l’altro e la sua vita, a tutelare il suo progetto di esistenza, nel progetto che Dio ha pensato per lui. Tale responsabilità per le sorti dell'altro nasce dalla consapevolezza già accennata della partecipazione di ogni essere umano alla stessa umanità, al punto che nessuno è veramente "estraneo". La figura emblematica che indica, per contrasto, dove conduce la mancanza di responsabilità per il fratello, è Caino, la cui insensatezza si mostra nelle parole con le quali vuole nascondere il suo delitto, l'assassinio di Abele: "Sono forse io il custode di mio fratello?" (Gen 4,9).

Dio non può gradire quelle parole, perché è vero il contrario: ciascuno è custode di suo fratello. Ha contratto con lui un debito per il fatto di essere venuto al mondo, essendo figlio di Dio come l’altro. Il fondamento di questa sua cura dell’altro è da riscoprire nella cura che Dio ha per tutte le sue creature. È cura, che, come si diceva, nasce dall’amore. La letteratura sapienziale esprime l’amorevolezza di Dio verso ogni cosa, oltre che verso ogni essere umano. Arriviamo così alla salvaguardia della creazione come dono e come responsabilità che Dio ha affidato agli uomini. È un ulteriore sviluppo della dimensione etica nella gestione delle risorse a partire da quelle della natura in genere e della propria terra in particolare.

3) Salvaguardia della natura e custodia della propria terra

I fondamenti biblico-teologici di questa idea sono molteplici, ricchi e profondi. Già al suo esordio, la terra intera e ciò che essa contiene è affidata alle cure della prima coppia umana. Attraverso due figure, quella maschile e quella femminile, che rappresentano Dio sulla terra e ne sono la sua immagine, un'immagine paterna e materna insieme, Dio affida la vita e la terra a tutti gli esseri umani. Essi sono chiamati a mantenere la vita sulla terra e a trasmetterla attraverso i figli, a coltivare e custodire il giardino, che simboleggia il mondo intero (Gen 2,15), a dare un nome agli animali. Questi compiti sono così importanti, da far parlare dell'essere umano, nella sua valenza maschile e femminile, come vicerè di Dio e come trasmettitore e continuatore della sua opera creativa. Sono compiti fondamentali confermati alla nuova umanità, quella che entra ed uscirà viva dall'arca del diluvio. A Noè Dio affida nuovamente il compito della tutela della vita e della natura, quando gli prescrive "Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell'arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina" (Gen 6,19).

È certamente l'affidamento di un mondo non solo umano ma complessivo, con i suoi animali e con tutto ciò che lo caratterizza.

Per noi, che viviamo in una terra particolare, con la sua bellezza e le sue asperità, con la sua tipicità e i suoi valori, la Parola di Dio è una motivazione forte a salvaguardarla e a proteggerla, a custodirla e non inquinarla. Ci conferisce il compito di un suo risanamento e di una sua effettiva ricostruzione laddove essa è stata rovinata, inquinata, avvelenata, insanguinata.

È il compito della ricostruzione che non possiamo ignorare, perché una lettura attualizzante della Parola di Dio dice a noi ciò che diceva agli Ebrei avviliti e dispersi all'epoca del loro esilio.

"Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie; costoro abbiano figlie e figli. Moltiplicatevi lì e non diminuite. Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare. Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere (Ger 29, 4-7).

È un invito che ricorre anche nell'Esortazione pastorale dell’Episcopato Calabro dopo il III Convegno Ecclesiale Regionale di Paola del 1997, che invita tutti con queste parole:

"Essere ancora più costruttivi, fino ad inventarsi ed inventare per gli altri, creativamente e localmente, nuove opportunità di lavoro, a guardare con fiducia alla vita e al suo futuro. In tal modo, la nostra Calabria potrà essere autopropulsiva, senza aspettarsi dall'alto la soluzione dei suoi atavici problemi. Ciò non toglie, ovviamente, la responsabilità morale, oltre che civile, delle autorità competenti a fare interamente la loro parte, senza assistenzialismi, ma anche senza fughe, in nome di un superato meridionalismo (n. 21).

Con queste premesse, le Chiese calabresi prendono a cuore soprattutto la situazione dei giovani, in particolare i disoccupati, ancora "parcheggiati" nelle proprie famiglie. Essi sono invitati ad uscire da se stessi e a lottare contro un attendismo che non costruisce e che diventa consuetudine e modo di passare il tempo. Se il Vangelo è lieta speranza per tutti, lo è in particolare per chi ancora non ha scoperto il suo campo d'azione e il valore del suo impegno per la sua terra e per la sua gente. I Vescovi calabresi hanno invitato a trovare "nuove forme di creatività" in questa linea e hanno impegnato le comunità ecclesiali locali a praticare forme di accompagnamento in tal senso.

4) Fare tutta la propria parte nelle comunità d'appartenenza

Nel più complessivo discorso della responsabilità il creato e per la natura a noi più vicina, è da intendersi anche il compito al quale Dio ci associa nella corresponsabilità verso la propria comunità di appartenenza. È un compito non senza fondamenti teologici, che invece sono abbondanti. Possiamo ricavare i principi generali dall'idea che Israele ha della propria realtà storica e che i cristiani hanno della loro comunità da vivere come realtà di comunione (koinonìa) e di missione (martyrìa), ma anche, proprio per questo di liberazione (eleutherìa). Rispetto a Israele si può sintetizzare la sua constante coscienza di dover tutto alla potenza di Dio. Egli lo ha radunato e liberato, gli ha dato la terra, assicura la sua prosperità e garantisce il suo futuro. Assicura un tempo messianico di riconciliazione e di pace duratura. Israele sa anche che la terra in cui vive e di cui si alimenta è il suolo da lavorare e sul quale abitare. È la terra affidatagli da Dio, perché al pari della prima coppia umana, sia fecondo e la custodisca. Come terra appartiene a Dio, che ne è il creatore e resta di sua proprietà. A lui deve sempre essere riferita. Così, per esempio è scritto che Mosè afferma davanti al Faraone, signore dell'Egitto, fattosi signore anche degli uomini: "Quando sarò uscito dalla città, stenderò le mani verso il Signore: i tuoni cesseranno e non vi sarà più grandine, perché tu sappia che la terra è del Signore".

Se, come abbiamo ricordato nell'anno giubilare del 2000, la terra doveva essere restituita ai debitori al tempo prescritto (Lv 25,23-28), ciò significa che corrisponde alla volontà di Dio che tutti i suoi figli, senza alcuna eccezione, facciano l'esperienza gioiosa della libertà da ogni condizionamento storico e sociale. Per noi cristiani ogni giorno ed ogni anno rappresenta l'occasione per testimoniare la volontà di salvezza da parte di Dio soprattutto per i più infelici, per i più poveri. A dire il vero, per gli "impoveriti". La nostra è chiamata ad essere, nella sua tipicità, terra dove inizia la festa degli oppressi liberati, il riscatto degli infelici. È tempo che viviamo la profezia messianica di Isaia (Is 61, 1-3), che Gesù applica alla sua missione e a tutta la sua prassi quando dopo aver letto il rotolo del profeta Isaia, applica a sé le parole che dicono "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore". E aggiunge "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,17-21).

Le consegne alle nostre comunità cristiane sono su questa scia. Sono consegne di un annuncio e di una prassi di liberazione. Il Vangelo è annunciato agli infelici, una speranza è garantita agli afflitti, un accompagnamento costante e fedele deve essere assicurato agli impoveriti, perché riprendano coraggio e reagiscano, denunciando le ingiustizie e vivendo nella nuova ottica della solidarietà che è condivisione. L’insegnamento di Gesù non fa che confermare e motivare ulteriormente il principio della responsabilità solidale verso il fratello (ed ogni uomo lo è, aggiunge Gesù, anche il nemico) sulla base della ineguagliabile misericordia di Dio. La parabola del servo spietato con il suo simile che gli doveva una cifra irrisoria, mentre a lui era stata condonata una cifra comunque insolvibile (Mt 18,23-35) attesta, una volta di più, che il cristiano non può pretendere da chi non ha, proprio lui che ha ricevuto e riceve tutto: "Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo" (Lc 6,30 cf. Mt 5,42; Lc 12,33; Mt 7,12; Tb 4,15).

La gestione etica delle risorse deve tener conto di queste premesse, valorizzando l'uomo, più che la ricchezza e considerando come prime preziose e insostituibili risorse soprattutto le persone. È l'opposto di una concezione economica, che vuole essere disgiunta da qualsiasi etica, per poter parlare di milioni di esseri umani come vittime sacrificali inevitabili (al pari di quelle delle cosiddette guerre inevitabili), vittime delle leggi del progresso economico. Tanto che ormai siamo anche al calcolo di incidenti e di morti dell'attuale sviluppo. È un prezzo - si dice - che, come al solito, i più impoveriti dovranno pagare e che stanno già pagando[1].

Noi non possiamo né vogliamo rassegnarci a una programmata eliminazione sacrificale, in nome del progresso, dei più deboli e dei più indifesi della società. Il modello che vogliamo e possiamo sviluppare non deve sterminare nessuno, deve invece dare la possibilità a tutti di esprimersi con la propria particolarità e con le proprie risorse interiori, prima ancora che esteriori e materiali. Di materialismo e di superficialità il mondo è già colmo. C'è bisogno che inizi una nuova tendenza, quella che non si rassegna a volere il proprio benessere a discapito dell'altro, perché impara continuamente da Dio che la salvezza è un fatto collettivo e che nessuno può dirsi felice finché un solo essere umano della nostra terra e dell'intera terra è infelice.

NOTA

[1] Confronta a riguardo H. Assmann - F. J. Hinkelammert, Idolatria del mercato. Saggio su economia e teologia [Teologia e Liberazione 5], Cittadella Editrice, Assisi 1993, 305, che si riferisce a E. J. Mishan, Analisi costi-benefici, Etas, Milano 1974. Nella sua 3^ parte l'autore parla espressamente di "effetti esterni" come effetti inevitabili dei "nostri" modelli di sviluppo. Ma vedi anche la bibliografia su "calcolo di vite".