G.Mazzillo: Quale nonviolenza scaturisce dalla croce? Schema dell'intervento

Introduzione. Mi permetto di correggere il titolo: "Quale nonviolenza scaturisce dalla croce e dalla risurrezione di Cristo". Il venerdì santo senza la domenica di Pasqua sarebbe infatti incomprensibile e sarebbe un errore dal punto di vista teologico.

Ma partiamo da alcuni fatti di cronaca amplificati dai media.

- Il riso di Bin Laden e il pianto disperato di Erica in un stesso giorno di dicembre 2001. Il pianto della ragazza veniva a conclusione della sua precedente irrisione della vita della madre e del fratello. Sono un esempio sconvolgente del fatto che potenti e meno potenti uccidono gli inermi e i più deboli, irridendo della vita altrui. Sono il segno di un fatto non raro nella storia del mondo: il ghigno dei potenti che sopprimono la vita dei deboli.

·         Di fronte al ghigno dei violenti assistiamo sgomenti al pianto degli oppressi.

·         Gesù ha tuttavia detto: "Beati voi che ora piangete, perché riderete … Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete". (Lc 6,20-25).

1) Che cosa hanno da dire la croce e la risurrezione di Cristo?

Se le parole di Gesù sono chiare, il significato non è semplice. Soprattutto ci domandiamo se possiamo ricavare qualche indicazione dal resto della vicenda di Gesù. La sua nonviolenza giustifica l'arrendevolezza e la rassegnazione alla violenza? Dobbiamo rinunciare alla difesa dei diritti umani, lasciando che la violenza dilaghi, rimandando la ricompensa degli innocenti solo all'altra vita?

La risposta dipende del nostro modo di pensare a Dio. Ci sono diverse e differenti risposte frutto di diverse concezioni teologiche. Queste, a loro volta, dipendono da differenti concezioni di Dio. Ecco le più comuni, sembrano arcaiche, ma sono presenti ancora nella mente di molti:

1) Dio immobile perché immutabile, pertanto indifferente. Dio è considerato insensibile al dolore dell'uomo, chiuso com'è nel suo immobilismo. Siamo di fronte a una riedizione della concezione di Aristotele, il filosofo greco che pensava a Dio come a un motore immobile. Dio tutto muove ma da nessuno è mosso. Ciò - si è detto - vale in tutti i sensi. Dio non si può muovere e nemmeno commuovere. Egli è e deve restare "indifferente". Altri hanno pensato, per salvaguardare una qualche giustizia, che Dio aggiusterà le cose solo dopo la morte. In realtà le cose come sono adesso sono così e non si possono modificare.

2) Dio giustiziere. È un'altra concezione di tipo passivo anche se considera Dio un inesorabile e continuo riequilabratore della immutabile armonia delle cose e degli eventi. Chi ha quest'idea di Dio pensa che egli interviene sì nella storia, ma solo perché tutto resti nella sua fissità, l'unica e la sola esistente. Fa capolino qui la concezione della realtà come unico e immodificabile essere di Parmenide, il filosofo di Elea (attuale Ascea, prov. di Salerno) che teorizzava che l'essere è sempre uguale a se stesso. Tutto ciò che a noi sembra modificarsi non è che apparenza. La realtà non diviene, ma è sempre la stessa. Sul piano teologico una concezione simile ha conseguenze sconvolgenti. Arriva a pensare che anche nel cristianesimo Dio deve solo riparare e far riparare le offese a lui arrecate. Per riparare le offese infinite, come quella del peccato di Adamo, aveva bisogno di una riparazione infinita. Ma siccome l'uomo non poteva fornirne una adeguata, aveva bisogno che suo Figlio, Dio al pari di lui, si sacrificasse per riparare l'offesa infinita. Consequenzialmente a questa teoria (perché sempre di teoria si tratta), le sofferenze umane, anche le peggiori fanno parte di un piano che tende ad "espiare" le offese, i peccati. Sono inevitabili perché il senso della giustizia sia ristabilito.

3) Il Dio che ci mette alla prova. Questa concezione ubbidisce a uno schema pedagogico-didascalico, utile per alcuni versi, ma che si manifesta inadeguato per altri. La prima difficoltà nasce dalla semplice domanda: Ma che valore pedagogico può avere la sofferenza degli innocenti, dei bambini, ad esempio, morti prima di poter dimostrare il superamento della prova? Il modello presuppone individui adulti, liberi, consapevoli e maturi. Non è sempre così, anzi la sofferenza acceca non di rado la responsabilità e persino la coscienza dei propri atti.

In ogni caso, tornando alla nostra domanda (quale nonviolenza scaturisca dalla concezione di Dio), si sarò notato che nei modelli presentati la nonviolenza non esiste se non come passività e sopportazione stoica da parte dell'uomo: tutto accade e non poteva non accadere, occorre sopportarlo. In Dio stesso è presente una sorta di insuperabile passività ispirata da un piano non diversamente conoscibile. Si dice di solito che l'immutabilità è dovuta alla perfezione di Dio. Se non fosse immutabile, Dio non sarebbe perfetto. Il corollario non sfugge però all'osservazione che la perfezione qui è di tipo statico: è perfetto ciò che non si muove, di conseguenza è perfetto chi nemmeno si commuove. L'insensibilità totale è il risultato e la prigione della perfezione divina. L'unica alternativa per noi è partire dal Dio di Gesù Cristo.

3) Quale immagine di Dio affiora dal vangelo? Qual è il Dio di Gesù Cristo?

La risposta: il Dio di Gesù Cristo è il Dio che si muove verso di noi perché si è commosso per noi. È il Dio di una pace progettata, perseguita tappa dopo tappa, recuperata, risuscitata (anche dopo il suo fallimento).

La rivelazione di Dio da parte di Gesù è anche manifestazione dei suoi pensieri, dei suoi progetti, quelli che erano già affiorati nei libri della Bibbia scritti alcuni secoli prima. Ad esempio, troviamo scritto che qualcuno pregava dicendo:

"Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata... Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita" (Sap 11,23-26).

Troviamo anche scritto ciò che Dio dichiarava attraverso il suo profeta Geremia:

"Io conosco i progetti fatti a vostro riguardo... progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza" (Ger 29,11).

Sono "progetti di pace" che ci fanno leggere tutta l’alleanza come unico e progressivo patto con il quale Dio incontra e fa suo prima un popolo e poi l'umanità intera, per compiere il suo piano di pace. È il piano prima nascosto e noto solo a Dio (1 Cor 2,7-8; Rm 16,25), ma che tende a salvare anche i pagani (Rm 16,25-27; Col 1,25-28; Ef 3,1ss). Passa attraverso Cristo, che lo rivela e lo compie, perché ne è il realizzatore, vero artefice di riconciliazione (Ef 2,14-16; Gal 3,28). Cristo annuncia ed è il vangelo della pace in quanto vangelo di salvezza (1 Ts 2,4) coincidente con il vangelo di Dio (Rm 1,1; 15,16; 2 Cor 11,7; 1 Ts 2,2.8). Il suo messaggio è parola di vita (Fil 2,16) e di verità (2 Cor 6,7; Col 1,5; 2Tm 2,15). Gesù è artefice di pace e s’identifica con essa, salutato da Michea come la stessa pace (Mi 5,4 Is 9,5). Viene nel mondo, facendo cantare la pace sulla terra, corrispettiva alla gloria di Dio nell'alto dei cieli (Lc 2,14) e predicando "beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5,9).

Seguendo la strada di Gesù, anche la Chiesa, il popolo di Dio del presente e del futuro, ci appare necessariamente impegnata, se vuol essere fedele a Cristo, a costruire una pace che rinuncia all’idolatria del mercato e ricostruisce la speranza, per essere corpo mistico e corpo storico. La nonviolenza significa percorrere la stessa strada di Gesù, realizzando la salvezza come "pacem facere": compiere la pace. Ciò può avvenire nella convinzione che occorre cambiare le strutture oltre che i sentimenti del cuore; nella trasformazione dell’economia, oltre che nella modificazione della mappa della presenza delle religioni sul globo terrestre; nel fornire pane materiale ai figli dell’Unico Padre, oltre che a somministrare a tutti il pane eucaristico; nel riconvertire gli arsenali di guerra in strumenti di lavoro, perché tutti i popoli vivano riconciliati nella pluralità delle loro diverse culture.

Tutta questa concezione dell'agire del cristiano e del popolo di Dio dipende, come si vede, dall'agire di Gesù e dal suo modo di intendere la presenza di Dio e del suo regno nel mondo. Non indulge al vittimismo e all'immobilismo, né vede la nonviolenza come annientamento di sé e delle proprie ragioni o come passività rinunciataria. La crocifissione, che è frutto delle scelte degli uomini che non hanno accettato Gesù e la sua concezione di Dio, non rappresenta una fatalità, ma l'occasione con la quale Gesù ha dimostrato con i fatti, fino al dono della vita, che quel mondo in cui credeva era tanto reale da poter anche sacrificare se stesso, perché la morte non lo avrebbe annientato del tutto. La risurrezione è la riprova che questa incrollabile fiducia era ben fondata.

4.            Alcune tesi sulla nonviolenza a partire dalla croce e dalla risurrezione di Gesù

Prima: Dio ama la vita e non la morte, la gioia e non il dolore dell'uomo. La crocifissione è la coerenza estrema di Gesù e la risurrezione è risposta del Padre.

Seconda: Dio è padre di tutti e non ha bandiera. La "globalità" di Dio abbraccia il mondo intero, la sua bandiera è l'arcobaleno del patto con tutti gli uomini. La crocifissione rappresenta il dono per tutti, l'offerta di un'alleanza definitiva che è "per voi e per tutti". La risurrezione è il dono dello Spirito comunicato per la riconciliazione di tutti i popoli, in ogni angolo della terra.

Terza: Dio vuole la pace e la liberazione degli oppressi: una pace globale ed integrale, non quella dei cimiteri, non quella del più forte e del meglio armato, non la guerra per la pace, vera banalità lessicale, ma la forza della ragione e della nonviolenza come unica strada di umanizzazione di un mondo disumanizzato dalle armi, dalla violenza e dalle guerre.

Le conseguenze per le religioni sembrano notevoli. Le riassumo in queste formulazioni provvisorie, ma che credo irreversibili:

1.       Se qualche religione uccide in nome di Dio non è una "vera" religione. È religione in stato depravato, rovinata dall'intervento dell'uomo che ha snaturato la religione non facendone più uno strumento di congiungimento tra Dio e l'uomo, tra l'uomo e l'uomo e tra questi e la natura, ma rendendolo uno strumento di dominio, di violenza, di morte.

2.       Se alcuni credono di uccidere in nome di Dio e a motivo di Dio, è meglio non credere in alcun Dio anziché profanarne il nome ed erigere una religione che è l'opposto di ciò che Dio vuole e di ciò che Dio è.

3.       Ritornare a Dio attraverso la religione significa convertirsi alla nonviolenza come strada maestra ed espressione trasparente dell'amore, quell'amore senza del quale Dio non è. Dio o è amore o non esiste.