G. MAZZILLO

APPUNTI  PREVI  AL  CORSO  DI  ECCLESIOLOGIA

A)  Nessuno vive da solo, ma in una rete relazionale

Con le cose e la natura
Con la Chiesa e come Chiesa

 

TESTI  MAGISTERIALI SIGNIFICATIVI RECENTI

Dall’enciclica  Laudato si’

– unione à comunione à fraternità àimpegno per la giustizia e la pace

V. UNA COMUNIONE UNIVERSALE

89. Le creature di questo mondo non possono essere considerate un bene senza proprietario: «Sono tue, Signore, amante della vita» (Sap 11,26). Questo induce alla convinzione che, essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che «Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione».[67]

91. Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente. Non è un caso che, nel cantico in cui loda Dio per le creature, san Francesco aggiunga: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore». Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società.

92. D’altra parte, quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità. Di conseguenza, è vero anche che l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono sempre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri esseri umani. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltrattare un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone. Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura «è contrario alla dignità umana». [69] Non possiamo considerarci persone che amano veramente se escludiamo dai nostri interessi una parte della realtà: «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo».[70] Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra.

VI. LA DESTINAZIONE COMUNE DEI BENI

Dalla Lumen fidei

Da http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20130629_enciclica-lumen-fidei.html

La forma ecclesiale della fede

22. In questo modo l’esistenza credente diventa esistenza ecclesiale. Quando san Paolo parla ai cristiani di Roma di quell’unico corpo che tutti i credenti sono in Cristo, li esorta a non vantarsi; ognuno deve valutarsi invece « secondo la misura di fede che Dio gli ha dato » (Rm 12,3). Il credente impara a vedere se stesso a partire dalla fede che professa: la figura di Cristo è lo specchio in cui scopre la propria immagine realizzata. E come Cristo abbraccia in sé tutti i credenti, che formano il suo corpo, il cristiano comprende se stesso in questo corpo, in relazione originaria a Cristo e ai fratelli nella fede. L’immagine del corpo non vuole ridurre il credente a semplice parte di un tutto anonimo, a mero elemento di un grande ingranaggio, ma sottolinea piuttosto l’unione vitale di Cristo con i credenti e di tutti i credenti tra loro (cfr Rm 12,4-5). I cristiani sono "uno" (cfr Gal 3,28), senza perdere la loro individualità, e nel servizio agli altri ognuno guadagna fino in fondo il proprio essere. Si capisce allora perché fuori da questo corpo, da questa unità della Chiesa in Cristo, da questa Chiesa che — secondo le parole di Romano Guardini — « è la portatrice storica dello sguardo plenario di Cristo sul mondo »,[16] la fede perde la sua "misura", non trova più il suo equilibrio, lo spazio necessario per sorreggersi. La fede ha una forma necessariamente ecclesiale, si confessa dall’interno del corpo di Cristo, come comunione concreta dei credenti. È da questo luogo ecclesiale che essa apre il singolo cristiano verso tutti gli uomini. La parola di Cristo, una volta ascoltata e per il suo stesso dinamismo, si trasforma nel cristiano in risposta, e diventa essa stessa parola pronunciata, confessione di fede. San Paolo afferma: « Con il cuore infatti si crede […], e con la bocca si fa la professione di fede… » (Rm10,10). La fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva, ma nasce da un ascolto ed è destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio. Infatti, « come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? » (Rm 10,14). La fede si fa allora operante nel cristiano a partire dal dono ricevuto, dall’Amore che attira verso Cristo (cfr Gal 5,6) e rende partecipi del cammino della Chiesa, pellegrina nella storia verso il compimento. Per chi è stato trasformato in questo modo, si apre un nuovo modo di vedere, la fede diventa luce per i suoi occhi.

La Chiesa, madre della nostra fede

37. Chi si è aperto all’amore di Dio, ha ascoltato la sua voce e ha ricevuto la sua luce, non può tenere questo dono per sé. Poiché la fede è ascolto e visione, essa si trasmette anche come parola e come luce. Parlando ai Corinzi, l’Apostolo Paolo ha usato proprio queste due immagini. Da un lato, egli dice: « Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo » (2 Cor 4,13). La parola ricevuta si fa risposta, confessione e, in questo modo, risuona per gli altri, invitandoli a credere. Dall’altro, san Paolo si riferisce anche alla luce: « Riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine » (2 Cor 3,18). È una luce che si rispecchia di volto in volto, come Mosè portava in sé il riflesso della gloria di Dio dopo aver parlato con Lui: « [Dio] rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo » (2 Cor 4,6). La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce, come nella liturgia di Pasqua la luce del cero accende tante altre candele. La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma. I cristiani, nella loro povertà, piantano un seme così fecondo che diventa un grande albero ed è capace di riempire il mondo di frutti.

38. La trasmissione della fede, che brilla per tutti gli uomini di tutti i luoghi, passa anche attraverso l’asse del tempo, di generazione in generazione. Poiché la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo, essa si deve trasmettere lungo i secoli. È attraverso una catena ininterrotta di testimonianze che arriva a noi il volto di Gesù. Come è possibile questo? Come essere sicuri di attingere al "vero Gesù", attraverso i secoli? Se l’uomo fosse un individuo isolato, se volessimo partire soltanto dall’"io" individuale, che vuole trovare in sé la sicurezza della sua conoscenza, questa certezza sarebbe impossibile. Non posso vedere da me stesso quello che è accaduto in un’epoca così distante da me. Non è questo, tuttavia, l’unico modo in cui l’uomo conosce. La persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere. Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa. La Chiesa è una Madre che ci insegna a parlare il linguaggio della fede. San Giovanni ha insistito su quest’aspetto nel suo Vangelo, unendo assieme fede e memoria, e associando ambedue all’azione dello Spirito Santo che, come dice Gesù, « vi ricorderà tutto » (Gv 14,26). L’Amore che è lo Spirito, e che dimora nella Chiesa, mantiene uniti tra di loro tutti i tempi e ci rende contemporanei di Gesù, diventando così la guida del nostro camminare nella fede.

39. È impossibile credere da soli. La fede non è solo un’opzione individuale che avviene nell’interiorità del credente, non è rapporto isolato tra l’"io" del fedele e il "Tu" divino, tra il soggetto autonomo e Dio. Essa si apre, per sua natura, al "noi", avviene sempre all’interno della comunione della Chiesa. La forma dialogata del Credo, usata nella liturgia battesimale, ce lo ricorda. Il credere si esprime come risposta a un invito, ad una parola che deve essere ascoltata e non procede da me, e per questo si inserisce all’interno di un dialogo, non può essere una mera confessione che nasce dal singolo. È possibile rispondere in prima persona, "credo", solo perché si appartiene a una comunione grande, solo perché si dice anche "crediamo". Questa apertura al "noi" ecclesiale avviene secondo l’apertura propria dell’amore di Dio, che non è solo rapporto tra Padre e Figlio, tra "io" e "tu", ma nello Spirito è anche un "noi", una comunione di persone. Ecco perché chi crede non è mai solo, e perché la fede tende a diffondersi, ad invitare altri alla sua gioia. Chi riceve la fede scopre che gli spazi del suo "io" si allargano, e si generano in lui nuove relazioni che arricchiscono la vita. Tertulliano l’ha espresso con efficacia parlando del catecumeno, che "dopo il lavacro della nuova nascita" è accolto nella casa della Madre per stendere le mani e pregare, insieme ai fratelli, il Padre nostro, come accolto in una nuova famiglia.[34]

I Sacramenti e la trasmissione della fede…

CAPITOLO QUARTO

DIO PREPARA PER LORO UNA CITTÀ
(cfr Eb 11,16) 

La fede e il bene comune

50. Nel presentare la storia dei Patriarchi e dei giusti dell’Antico Testamento, la Lettera agli Ebrei pone in rilievo un aspetto essenziale della loro fede. Essa non si configura solo come un cammino, ma anche come l’edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri. 

2) VATICANO II E SEMINARIO

-          Giovanni Mazzillo (Convegno “Vivarium” Catanzaro 21/03/2013) «Ecclesiologia del Vaticano II e seminario come comunità di vita»

http://www.puntopace.net/Mazzillo/VivariumConcilioSeminario.pdf  

1)     Da luogo di passaggio ad esperienza ecclesiale vera e propria

Il seminario non è puro e semplice luogo di passaggio o peggio passaporto per raggiungere un successivo obiettivo, ma laboratorio ecclesiale e pertanto esperienza di fede condivisa. Già il decreto conciliare riguardante la formazione dei seminaristi, l’Optatam totius, scriveva: «Tutta la vita di seminario, compenetrata di vita interiore, di silenzio e di premurosa sollecitudine verso gli altri, va ordinata in maniera tale da essere come una iniziazione alla futura

vita sacerdotale» (Ot, n. 11).

Traduceva così sul piano pedagogico ciò che aveva affermato precedentemente in questa

sorta di compendio:

«Gli alunni si abituino a ben disciplinare il proprio carattere; siano formati alla fortezza d'animo, e in generale imparino a stimare quelle virtù che sono tenute in gran conto fra gli uomini e rendono accetto il ministro di Cristo (25) quali sono la lealtà, il rispetto costante della giustizia, la fedeltà alla parola data, la gentilezza del tratto, la discrezione e la carità nel conversare» (ivi). La sottolineatura è chiaramente sulle virtù umane apprezzate dagli uomini e che rendono accettabile il ministro di Cristo, ma anche e soprattutto perché la “disciplina” del vivere insieme non sia solo  «un sostegno della vita comune e della carità, ma anche come un elemento necessario di una formazione completa in vista di acquistare il dominio di sé, assicurare il pieno sviluppo della personalità e formare quelle altre disposizioni di animo che giovano moltissimo a rendere equilibrata e fruttuosa l'attività della Chiesa»  (ivi). L’idea della palestra per preparare alla vita futura resta presente, tuttavia si arricchisce di valori che hanno a che fare strettamente con la fede e con la testimonianza della vita, ma avendo la loro scaturigine sempre in una crescita della conoscenza di Cristo, continuamente riscoperto nella comunità, fonte di esperienza di vita cristiana condivisa. 

 

L’idea la troviamo più espressamente chiara al temine del Sinodo sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali, nell’esortazione post-sinodale Pastores dabo vobis di Giovanni Paolo II, che, citandone il messaggio finale, scriveva:  «…vivere in seminario, scuola del Vangelo, significa vivere al seguito di Cristo come gli apostoli; è lasciarsi iniziare da lui al servizio del Padre e degli uomini, sotto la guida dello Spirito Santo; è lasciarsi configurare al Cristo buon Pastore per un migliore servizio sacerdotale nella Chiesa e nel mondo. Formarsi al sacerdozio significa abituarsi a dare una risposta personale alla questione fondamentale di Cristo: "Mi ami tu?". La risposta per il futuro sacerdote non può essere che il dono totale della propria vita» (Pastores dabo vobis, n. 42).

 

È a partire da questo testo che riandiamo all’ecclesiologia del Vaticano II, tenendo presente ciò che nello stesso testo troviamo ben espresso, laddove si parla del seminario non semplicemente come uno spazio e un tempo, ma come una vera e propria comunità, anzi «un'esperienza originale della vita della Chiesa», perché comunità educativa e in cammino e continuazione nella Chiesa della comunità apostolica stretta intorno a Gesù (ivi, 60), pertanto luogo dell’ascolto della Parola, esperienza già in atto del mistero pasquale di Cristo e avanzamento di una fraternità radunata dallo Spirito Santo verso il compimento escatologico.

 

In questo contesto il n. 60 è particolarmente denso di riferimenti ecclesiologici: «Il seminario si presenta sì come un tempo e uno spazio; ma si presenta soprattutto come una comunità educativa in cammino: è la comunità promossa dal Vescovo per offrire a chi è chiamato dal Signore a servire come gli apostoli la possibilità di rivivere l'esperienza formativa che il Signore ha riservato ai Dodici. In realtà, una prolungata e intima consuetudine di vita con Gesù viene presentata nei Vangeli come necessaria premessa al ministero apostolico. Essa richiede ai Dodici di realizzare in modo particolarmente chiaro e specifico il distacco, in qualche misura proposto a tutti i discepoli, dall'ambiente di origine, dal lavoro consueto, dagli affetti anche più cari. Più volte abbiamo riportato la tradizione di Marco che sottolinea il legame profondo che unisce gli apostoli con Cristo e tra di loro: prima di essere mandati a predicare e a guarire, sono chiamati a “stare con lui”».

 

A fronte di tutto ciò, il Vaticano II ci offre la Parola di Dio come profezia e come liberazione da ogni forma sacrale e idolatria del mondo.

Una concezione non così gravemente compromessa con le proprie ambizioni, ma ancora insufficiente dal punto di vista teologico, è ritenere la Chiesa soltanto una sorta di compagna di strada e di vita degli uomini. Insomma essere compagnoni tra compagnoni: nella frequentazione continua di pizzerie, ristoranti, locali pubblici e simili, talora anziché portare gli altri a Dio e a loro stessi, si è portati da loro a una pratica di vita il cui senso si esaurisce nella pura compagnia. L’alternativa ovviamente non è abbandonare gli uomini al loro destino e aspettarli solo in chiesa la domenica mattina, ma offrire un livello più alto della comprensione di loro stessi, del mondo, del denaro, dello stare insieme e infine della compagnia. La compagnia perde la sua pura e semplice caratteristica di circolarità immanente a se stessa se diventa fraternità in cammino, secondo una frase cara a Papa Francesco e soprattutto una modalità conviviale cara a Cristo, che così ha praticato il suo continuo stare insieme con gli altri: come convivialità che apre gli spazi esistenziali e non li chiude, perché ne resta prigioniera, ma aprendo a Dio e alla sua misericordia, apre al diverso, al più bisognoso, alla ricerca di un senso ulteriore, al di là del cameratismo.

 

Infine c’è una terza concezione dell’essere Chiesa, accompagnata da relativa prassi, che è ugualmente erronea. È quella che fa ritenere la Chiesa una trascinatrice di masse e ciò in tutte le sue forme, da quelle miracolistiche a quelle enfaticamente carismatiche. È ovvio che solo l’ascolto continuo, profondo e proficuo della Parola di Dio può sanare una concezione che se è abilmente sfruttata da psicosette, telepredicatori e sedicenti guaritori, non è per noi un esempio da seguire. 

 

Ma venendo alla parte propositiva, si può dire che la Chiesa conciliare deve essere riscoperta e vissuta in seminario e fuori, a partire dal significato che essa non solo aveva nel passato, ma attualmente ha, per via della perenne presenza in essa del pensiero e dall’agire di Cristo. Certamente il tema diventa più complesso, perché qui si toccano i fili ancora ad alta tensione del passaggio dal Gesù della storia al Cristo della fede. Ma anche partendo da una concessione minimale, che nessuno dovrebbe più negare, nemmeno il più incallito bultmanniano odierno, si può dire che almeno un’ecclesiologia implicita, al pari di una cristologia implicita, ci svela già nei Vangeli se non  un progetto compiuto di Chiesa, almeno una specie di un suo plastico. Tale progetto incipiente è presente in Gesù persino nel Padre nostro o nelle parabole del Regno di Dio, certamente nelle sezioni narrative che raccontano del rapporto di Gesù con i suoi discepoli e del loro stare insieme con le folle. Soprattutto nella vicenda degli ultimi giorni, in particolar modo nell’ultima cena e nel cammino verso il Calvario. Ma anche qui il discorso diventa lungo e la letteratura di riferimento appare inabbracciabile. Per semplificare, dirò soltanto che oltre ad essere convivialità e cammino sulle tracce di Cristo, la Chiesa iniziale, al pari di lui, ha tre aspetti innegabili per il significato che la comunità intorno a Gesù riceve dai Vangeli, aspetti che accompagno, solo per avere alcuni esempi biblici piloti, con tre corrispondenti citazioni. La Chiesa è alla luce dell’insegnamento e della prassi di Gesù: 1) dispensatrice di vita e di speranza (Mc 6,30 - 44): Il brano narra di come Gesù li abbia voluti con se: «Ed egli disse loro: "Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Ma anche di come, vedendo le folle che l’avevano preceduto mentre con i suoi si recava in un luogo solitario, «egli ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose». A questa prima distribuzione in abbondanza della Parola di Dio fa seguito la distribuzione dei pani e dei pesci, anch’essi abbondanti e per una folla enorme. A partire da qui la Chiesa deve riscoprire come dispensare speranza e vita, spezzando la Parola di Dio e il pane della condivisione.

 

2) luogo e tempo di decisione escatologica (Lc 12,49 - 53);

 

3) realtà di testimonianza dell’amore di Dio al mondo (Lc 12, 1-7).

 

In forza di tutto ciò, la Chiesa può e deve essere presentata con i fatti e nella vita in maniera più coerente con la sequela e con la fraternità in cammino, più che preoccuparsi di essere maggiormente adeguata alla sensibilità moderna, come scriveva M. Kehl. Insomma presentarsi ed essere avvertita come «Chiesa sorella», o «Chiesa amica», più che «Chiesa

Madre». Seguendo il solco gesuano, la stessa terminologia che mette in luce il potere sacro degli anziani (gerarchia) può e deve essere rivista come vocazione al continuo e infaticabile servizio per gli altri. L’esperienza di Chiesa da vivere dappertutto, cominciando dal Seminario, è di conseguenza il frutto di alcune scelte che devono essere fatte e devono diventare motivo di discernimento di idoneità al ministero. Mi sembra si possano ricondurre a queste: 1) una

scelta ecclesiologica, prima ancora che linguistica: parlare della Chiesa e vivere la sua realtà come popolo di Dio nella sequela di Cristo, 2) vivere insieme e non individualisticamente, disponendosi a forme di vita sacerdotale condivisa, perché solo così assecondiamo la vocazione primaria di con-vocati dalla Grazia; 3) comprendere il senso della propria vita cristiana, prima ancora che sacerdotale, come dono ricevuto e dono da offrire, come vita che si deve spendere per gli altri e non deve cercare carriere e privilegi, orpelli e abbellimenti illusori quanto nocivi e surrogatori.

 

 

B)  NUCLEO DEL CORSO SULLA CHIESA COME POPOLO DI DIO

 

Voce "POPOLO DI DIO", in Gianfranco Calabrese - Philip Goyret - Orazio Piazza (edd.),  DIZIONARIO DI ECCLESIOLOGIA, Città Nuova, Roma 2010,  1084-1097

link didattico

 

Sintesi sul popolo di Dio nella Evangelii gaudium:

Laboratorio sul Popolo di Dio in Papa Francesco (1 aprile 2014)