Per il corso sull’etica della natura come biosistema
LA NATURA E
LE PROBLEMATICHE ATTUALI DAL VATICANO IN POI
Lezione e materiale di studio (12/12/2011 e date seguenti)
1. PACE con LA TERRA, l’appello dall’assemblea di Kingston:
http://www.puntopace.net/TESTIpace/MessaggioFinaleDiKingston.pdf :
Comprendiamo la pace e la costruzione della pace come una parte
indispensabile della nostra fede comune.
… i cristiani sono stati spesso complici in sistemi di violenza,
ingiustizia, militarismo,
razzismo, ideologia delle caste, intolleranza e discriminazione. Chiediamo
a Dio di perdonare i nostri
peccati, e di trasformarci in operatori di giustizia e sostenitori della
pace giusta.
… Siamo unanimi nella nostra aspirazione a che la guerra diventi illegale.
…. Le Chiese devono contribuire a individuare le scelte quotidiane che
possono mettere fine agli abusi e
promuovere i diritti umani, la giustizia di “genere”, la giustizia climatica,
la giustizia economica, l'unità e la pace.
… Le Chiese devono alzare la voce comune per proteggere i nostri fratelli e
sorelle cristiani e tutti gli esseri umani
oggetto di discriminazioni e persecuzioni per motivi di intolleranza
religiosa.
… La pace con la Terra La crisi ambientale è una crisi profondamente etica e
spirituale dell'umanità.
… L'economia mondiale fornisce spesso molti esempi di violenza strutturale
che non fa vittime attraverso
l'utilizzo diretto di armi o con la forza fisica, ma attraverso la passiva
accettazione di una diffusa povertà,
la disparità di commercio e la disuguaglianza tra le classi e le nazioni.
….Le Chiese devono affrontare più efficacemente l’irresponsabile
concentrazione di potere e ricchezza,
nonché il morbo della corruzione.
… Noi, in quanto Chiese siamo in grado di insegnare la nonviolenza ai
potenti
… ricostruire radicalmente tutte le nostre attività economiche verso
l'obiettivo di una economia
ecologicamente sostenibile.
…. Pace nel mercato: L'economia mondiale fornisce spesso molti esempi di
violenza strutturale che non fa vittime attraverso l'utilizzo diretto di armi o
con la forza fisica, ma attraverso la passiva accettazione di una diffusa
povertà, la disparità di commercio e la disuguaglianza tra le classi e le
nazioni.
…. Le Chiese devono imparare a difendere in modo più efficace la piena
attuazione dei diritti economici,
sociali e culturali come base per "economie della vita".
…. Le Chiese devono affrontare più efficacemente l’irresponsabile concentrazione
di potere e ricchezza,
nonché il morbo della corruzione.
… Noi, in quanto Chiese siamo in grado di insegnare la nonviolenza ai potenti
Pace, giustizia e
salvaguardia nel creato esigono “Lo sviluppo di un’etica ecologica”
2. LO SVILUPPO DI UN’ETICA ECOLOGICA (Karl Golser)
Da Cristianesimo. L’enciclopedia. Storia Teologia Confessioni Protagonisti Riformatori, De Agostini, Novara 1997, pp. 265-266:
«L'attenzione ai problemi ecologici si è manifestata in campo cristiano con un certo ritardo. Per esempio, nel concilio Vaticano II che si concluse nel 1965, la preoccupazione per l'ambiente era ancora assente, anzi dominava un'ottimistica speranza di progresso grazie allo sviluppo tecnologico[1]. Ora però la questione ecologica è all'attenzione delle confessioni cristiane. Si ricordano qui soprattutto i documenti collegati con il processo conciliare per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato dovuti all'Assemblea ecumenica europea di Basilea del 1989 e all'Assemblea ecumenica mondiale di Seul del 1990. Quanto alla Chiesa cattolica, oltre a diverse prese di posizione degli episcopati nazionali, vanno ricordati il messaggio del Papa per la giornata della pace 1991 e i riferimenti nelle sue encicliche Centesimus annus ed Evangelium vitae. In particolar modo le Chiese e i teologi cristiani sono stati interpellati dalle accuse mosse al cristianesimo, secondo le quali il mandato biblico di dominare la Terra sarebbe stato una delle cause dello sfruttamento indiscriminato della natura. È stato osservato a questo proposito che l'industrializzazione intensiva e sconsiderata, con i suoi effetti deleteri sull'ambiente, si è sviluppata Prima e soprattutto nei paesi di tradizione cristiana, mentre presso le culture primitive e orientali si constata un maggior rispetto per la sacralità della vita e dell'ambiente.
Rispondendo a queste accuse si è ricordato da parte cristiana che il detto biblico "riempite la terra, soggiogatela e dominate... su ogni essere vivente" (Gn 1,28) è da interpretarsi in rapporto al contesto, in cui all'uomo, creato a immagine di Dio, viene affidata una partecipazione speciale alla forza creatrice di Dio. L'uomo quindi deve esercitare il suo dominio in sintonia con le intenzioni del Creatore stesso "amante della vita". Anzi nel secondo capitolo del libro della Genesi l'uomo risulta come il primo incaricato di Dio per la custodia del creato (Gn 2,15). Non la Bibbia, quindi, costituisce la matrice ideologica per lo sfruttamento indiscriminato della Terra, bensì orientamenti culturali dell'epoca moderna, dal Rinascimento in poi, che spesso si sono sviluppati in contrapposizione al cristianesimo.
Se ne ricordano alcuni: un antropocentrismo laicista che assolutizza le forze inventive dell'uomo,
un concetto di sapere visto come potere, l'omologazione dell'idea di progresso con lo sviluppo tecnologico, il dualismo fra l'uomo “soggetto” e il mondo visto come oggetto consegnato al suo intervento manipolatorio, il concetto di un'economia tesa alla massimizzazione del profitto.
Questo insieme di fattori culturali e ideologici è all'origine di un atteggiamento che ha avuto così nefaste conseguenze sull'ambiente. D'altra parte anche le Chiese cristiane devono riconoscere di non aver sviluppato abbastanza una teologia della creazione capace di contrastare questi effetti. Si è vista la creazione piuttosto come intervento di Dio all'inizio del mondo, invece di coltivare l'idea di un dialogo continuo fra Dio e il suo creato e di evidenziare gli aspetti cristologici (il mondo è creato in vista di Cristo per partecipare alla gloria della redenzione), gli aspetti sacramentali (nell'eucaristia entra "il frutto della terra e del lavoro umano") e liturgici (il primo atteggiamento dell'uomo riguardo al creato dev'essere quello della lode di Dio, di gratitudine e di rispetto reverenziale). Naturalmente da questo patrimonio della fede cristiana non si possono desumere immediatamente delle norme ecologiche. La fede costituisce piuttosto un orizzonte globale di comprensione che entra nelle motivazioni profonde dell'uomo, esercita un ruolo critico nei confronti degli atteggiamenti egoistici di sfruttamento indiscriminato della Terra e se-me anche da stimolo per ricercare, insieme con tutti gli uomini di buona volontà, un nuovo rapporto Più giusto nei confronti del creato.
I COMPORTAMENTI ETICI OGGI RICHIESTI. Le motivazioni di fondo prima richiamate hanno una rilevanza immediatamente etica in quanto concorrono a formare la moralità soggettiva dell'uomo. Le virtù possono così essere riformulate in chiave ecologica: la virtù della giustizia, come sforzo di considerare il grande ordine nel quale siamo inseriti e di coltivare un rapporto riverente con ogni essere creato e anche con le generazioni future; la virtù della prudenza, come impegno costante di ottenere il sapere ecologico adeguato alla nostra responsabilità e di attuarlo anche nelle nostre scelte quotidiane; la virtù della fortezza, come coraggio civile per un impegno corrispondente alle nostre convinzioni; e infine la virtù della temperanza, come parsimonia nell'uso delle risorse e moderazione nei nostri interventi in ecosistemi così sensibili.
Sul versante oggettivo della moralità si tratta poi di trovare ciò che è giusto e corretto in riferimento alla tutela dell'ambiente. Bisogna qui innanzitutto partire da certi principi che possono essere condivisi da tutti, in particolar modo il principio della responsabilità ecologica che postula che ogni intervento su un mondo caratterizzato dall'interdipendenza generale ha bisogno di una legittimazione. La nostra libertà è così condizionata dall'obbligo di salvaguardare la casa comune del creato. Un altro principio è quello della prevenzione: non è più pensabile di rimediare in un secondo tempo a certi effetti non voluti, ma, per quanto ci è possibile, prima di intervenire dobbiamo prevedere e studiare l'impatto ecologico.
Inoltre il principio di causalità esige che chi provoca danni sia anche tenuto a sostenere le spese per evitare, ridurre ed eliminare i danni stessi. Saranno poi da applicare il principio della sussidiarietà, nel senso che a ogni singolo e a ogni comunità spetta di fare tutto il possibile per la propria promozione, come pure il principio della solidarietà, che considera tutto il mondo come famiglia di fronte alla minaccia di un collasso ecologico generale e richiede di considerare il problema ecologico nell'insieme di un ordine più giusto sulla Terra (anche perché numerosi sovrasfruttamenti ecologici sono conseguenza di ingiustizie economiche globali).
Da queste considerazioni di principio è possibile sviluppare linee guida intermedie, attraverso le quali stabilire delle priorità chiare per i diversi conflitti di interessi: per esempio, si potrà formulare la preferenza per il consumo di energie rinnovabili o per la reversibilità dei danni causati all'ambiente. Infine - sempre in un dialogo costante con chiunque si sente responsabilizzato - si deve arrivare anche a norme ecologiche concrete, che nella maggior parte dei casi si presenteranno come norme giuridiche e leggi civili, nazionali e internazionali. Lo sviluppo di un'etica ecologica è un compito affascinante, che si impone alla coscienza di tutti. Le responsabilità sono enormi e molti, constatando la lentezza e l'inadeguatezza degli interventi fin qui fatti, possono essere tentati dalla rassegnazione. Proprio per ovviare a queste tentazioni comprensibili sarà decisivo riferirsi a quel Dio che nella tradizione biblica e cristiana è visto come colui che si prende cura di ciò che ha creato, che anzi in Cristo ha destinato il mondo a un traguardo di felicità che oltrepassa ogni aspettativa terrena».
3. TESTI IMPORTANTI
143 37. Del pari preoccupante, accanto al problema del consumismo e con esso strettamente connessa è la questione ecologica. L'uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita. Alla radice dell'insensata distruzione dell'ambiente naturale c'è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L'uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma e una destinazione anteriore datale da Dio, che l'uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell'opera della creazione, l'uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui.
Si avverte in ciò, prima di tutto, una povertà o meschinità dello sguardo dell'uomo, animato dal desiderio di possedere le cose anziché di riferirle alla verità, e privo di quell'atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per l'essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose visibili il messaggio del Dio invisibile che le ha create. Al riguardo, l'umanità di oggi deve essere conscia dei suoi doveri e compiti verso le generazioni future.
144 38. Oltre all'irrazionale distruzione dell'ambiente naturale è qui da ricordare quella, ancor più grave, dell' ambiente umano, cui peraltro si è lontani dal prestare la necessaria attenzione. Mentre ci si preoccupa giustamente, anche se molto meno del necessario, di preservare gli «habitat» naturali delle diverse specie animali minacciate di estinzione, perché ci si rende conto che ciascuna di esse apporta un particolare contributo all'equilibrio generale della terra, ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un'autentica «ecologia umana ». Non solo la terra è stata data da Dio all'uomo, che deve usarla rispettando l'intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l'uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato. Sono da menzionare, in questo contesto, i gravi problemi della moderna urbanizzazione, la necessità di un urbanesimo preoccupato della vita delle persone, come anche la debita attenzione a un'«ecologia sociale» del lavoro.
L'uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la verità e il bene. Egli, tuttavia, è anche condizionato dalla struttura sociale in cui vive, dall'educazione ricevuta e dall'ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure ostacolare il suo vivere secondo verità. Le decisioni, grazie alle quali si costituisce un ambiente umano, possono creare specifiche strutture di peccato, impedendo la piena realizzazione di coloro che da esse sono variamente oppressi. Demolire tali strutture e sostituirle con più autentiche forme di convivenza è un compito che esige coraggio e pazienza.
145 39. La prima e fondamentale struttura a favore dell'«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità e al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé da parte dell'uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico e irripetibile destino. Spesso accade, invece, che l'uomo è scoraggiato dal realizzare le condizioni autentiche della riproduzione umana, ed è indotto a considerare se stesso e la propria vita come un insieme di sensazioni da sperimentare, anziché come un'opera da compiere. Di qui nasce una mancanza di libertà che fa rinunciare all'impegno di legarsi stabilmente con un'altra persona e di generare dei figli, oppure induce a considerare costoro come una delle tante «cose» che è possibile avere o non avere, secondo i propri gusti, e che entrano in concorrenza con altre possibilità.
SULLE CAUSE
Prefazione
117 La creazione di Dio è stata affidata a noi
uomini perché la lavorassimo e la custodissimo. Ma noi ci assumiamo con
sufficiente responsabilità un simile compito? Non inquiniamo spesso
irresponsabilmente la natura e l'ambiente o non manchiamo al nostro dovere per
imprevidenza o ignoranza nonostante la buona volontà?
I cristiani sono venuti sempre più
riconoscendo come i problemi ambientali coinvolgono innanzitutto anche aspetti
ideologici, culturali, religiosi. Difendendo gli animali, le piante e le
condizioni naturali della vita noi compiamo anche il nostro dovere di fronte a
Dio creatore.
Su questo importante problema il Consiglio
della chiesa evangelica tedesca e la Conferenza episcopale tedesca si rivolgono
all'opinione pubblica con una dichiarazione congiunta. Vogliono metter in
chiaro che occorre assumersi in maniera corretta la responsabilità per la
creazione di Dio. La dichiarazione si incentra sui problemi fondamentali della
concezione della natura, della visione dell'uomo e, soprattutto, sulla teologia
biblica della creazione. Pertanto intende rivolgersi innanzitutto proprio ai
cristiani.
Le minacce che incombono sulla natura e
l'ambiente costituiscono una preoccupazione molto seria per molte persone. Di
conseguenza anche la discussione su tali problemi coinvolge i principi più
profondi. La preoccupazione per altre possibili minacce o per gli interventi
insufficienti hanno sollevato muri di incomprensione, causando divisioni e
conflitti. La dichiarazione comune vuole ricordare il messaggio biblico sulla
creazione di Dio e mostrarne l'attualità. Mira a suscitare una discussione
civile, aperta e concreta. La soluzione dei problemi ambientali costituisce un
compito comune che richiede da parte di tutti un mutamento nell'agire e un
nuovo modo di pensare.
Hannover e Colonia, 14 maggio 1985.
Joseph cardinale Hoffner presidente della
Conferenza episcopale tedesca, Il vescovo regionale Dott. Eduard Lohse
presidente del Consiglio della chiesa evangelica tedesca.
1 - Crisi dell'ambiente e sue
cause
1.1 - Crescenti preoccupazioni
per l'ambiente
118 1)
L'estrema fiducia nel progresso e la moda di vivere senza preoccupazioni e con
molte pretese, atteggiamenti molto diffusi negli anni '60, sono regrediti
parecchio da un paio di decenni a questa parte. Nessuno di noi oggi, in
coscienza, può esimersi dal costatare che viviamo sotto la minaccia della
distruzione dell'ambiente e che questa può portare ad una apocalisse a livello
regionale o addirittura mondiale. Secondo molti il pericolo è oggi più che mai
grave. Certamente, sia lo stato che la società hanno già raggiunto, coi loro
sforzi, alcuni primi significativi risultati nel fronteggiare i maggiori
pericoli. E, indubbiamente, si fanno nel settore economico degli enormi sforzi
per ridurre drasticamente gli elementi inquinanti. Già hanno lanciato l'allarme
molti scienziati e pubblicisti, iniziative di cittadini e gruppi di proposta,
associazioni e partiti politici, innumerevoli altre organizzazioni e
istituzioni, non ultimi cittadini disposti al volontariato. Ciò nonostante,
l'avanzata dei danni ecologici continua.
2) Problemi fondamentali della crisi
ambientale, per la quale sono altrettanto responsabili i privati cittadini
quanto i poteri politico ed economico, restano tuttora irrisolti: inquinamento
da rumori, inquinamento dell'aria e delle acque, inquinamento da scorie di
diversi settori industriali, il deposito di queste nel terreno, elementi
velenosi anche nei prodotti alimentari naturali, il pericolo per la varietà
delle specie nel mondo vegetale e animale, sofferenze inutili inferte ad
animali nella ricerca scientifica e nell'allevamento industriale, dispersione economicamente
insensata di materie prime e di riserve energetiche. Segno eloquente del
pericolo derivante da uno sviluppo tanto errato è la morte degli alberi.
Neppure i paesi del terzo mondo sono esenti
dalla crisi ambientale: l'avanzata del deserto in Africa, il rapido calo del
patrimonio boschivo nel Nepal e in India con la conseguente erosione del
terreno, e l'uso massiccio di prodotti antiparassitari in agricoltura: tutti
questi pericoli negli ultimi dieci anni sono visibilmente emersi con le loro
conseguenze sia quantitative sia qualitative. Sono molteplici i collegamenti
tra i danni ambientali in Europa e quelli nel terzo mondo: i loro effetti
incrociati aggravano notevolmente la situazione generale.
119 3) Gli
effetti negativi e i danni che oggi si possono riscontrare maggiormente sono:
- uso indiscriminato di prodotti naturali che
è poi difficile, se non impossibile, rigenerare;
- alterazione degli elementi naturali
fondamentali della vita, con danno per la salute, e stravolgimento
dell'equilibrio ecologico con interventi (solo apparentemente) limitati;
- la società industriale favorisce il sorgere
di zone, a dimensione regionale, nazionale e mondiale, molto precarie e quindi
anche politicamente instabili, caratterizzate da una diversa qualità della
vita: paesi industrializzati e paesi produttori di materie prime, zone a forte
concentrazione industriale e zone destinate all'agricoltura o protette.
4) Pericoli ambientali, come le catastrofi
naturali, per la verità ce ne sono sempre stati; tuttavia tra la fase attuale e
le precedenti esistono delle sostanziali differenze:
- si sono accresciute in maniera preoccupante
la vastità e l'intensità degli attacchi all'equilibrio esistente tra le forze
della natura;
- le conseguenze che ne derivano si aggravano
rapidissimamente;
- la quantità e la concentrazione dei prodotti
inquinanti aumentano continuamente;
- lo spazio di intervento per un'azione
ecologica diviene sempre più ristretto;
Di conseguenza è in pericolo la stessa
esistenza di ogni creatura.
120 5) Non
si può ormai più sottovalutare il pericolo che, alla fine, anche l'uomo divenga
vittima dell'insano sviluppo. Poiché è stato lui stesso ad avviare la spirale
dei disastri ecologici con un atteggiamento verso la natura prima indifferente,
poi indiscriminato, spinto da interessi immediati, e con un comportamento
tecnico insensato, ora l'uomo deve riconoscersi come causa e vittima allo
stesso tempo. Il prezzo che i più devono pagare per il conseguimento del
progresso è divenuto troppo elevato.
1.2 - Alla ricerca delle cause e
delle responsabilità
121 6)
Certamente non è facile farsi un quadro preciso di tutti i disastri e
distruzioni operati nella natura. Da una parte questi sono evidenti nella
realtà quotidiana; d'altra parte vengono nascosti o sottovalutati danni enormi;
ed infine certi problemi ambientali possono venire anche volutamente
sopravvalutati. Pertanto, risulta estremamente difficile indicare le cause e i
responsabili. Inoltre la discussione su questo campo è resa difficile in partenza
da incompetenze, polemiche eccessive, pregiudiziali ideologiche, trascuratezze
e intolleranze.
Alla base del problema si possono individuare
soprattutto cause ideologiche, strutturali, ideali, socio-psicologiche e
morali. Un simile elenco non segue un ordine di importanza. Ciascuno comunque è
in grado di valutare quanto egli sia personalmente responsabile nelle cause.
1.2.1. Cause ideologiche
122 7)
Cause del fallimento dell'uomo nella crisi dell'ambiente dovrebbero essere
soprattutto i modi inadeguati di vedere il mondo, come:
- un modo di intendere la natura che pone
erroneamente l'uomo al centro e considera la natura solo come oggetto; dà un
valore spropositato alle capacità dell'uomo nella conservazione della vita
naturale, trascurando il valore proprio della natura;
- un modo di intendere la tecnica che lo porta
a intervenire sulla natura con idee meccanicistiche, non considerando le
conseguenze collaterali che quegli interventi possano avere; ugualmente una
generale avversione alla tecnica che rifiuta anche le tecniche naturali e si
oppone alle soluzioni tecniche anche se necessarie;
- una fiducia nel progresso che porta a
credere nella possibilità di risolvere qualsiasi problema, non prende in debita
considerazione il conflitto fondamentale tra il progresso tecnologico e
l'attenzione per la conservazione della natura, e affronta senza i necessari
riguardi i danni ecologici provocati dal sistema economico e dal progresso
industriale;
- un'insicurezza etica, per cui il rispetto
per ogni vita, l'umiltà, la ritrosia e la coscienza dei problemi impediscono di
dare la giusta gradualità alla loro soluzione.
1.2.2. Cause strutturali
123 8) I
danni all'ambiente derivano pure da difficoltà strutturali. Non sono solo i
singoli, ma anche i responsabili della politica, dell'economia, le istituzioni
e le organizzazioni che spesso si trovano ad avere limitate possibilità di
intervento.
Va ricordato soprattutto:
- la complessità dei problemi che in genere
può essere colta in tutti i suoi collegamenti solo da specialisti che operano
in forma interdisciplinare collegati internazionalmente;
- la pressione dei responsabili, i quali in
una democrazia rappresentativa spingono per risultati rapidi, frutto di
pragmatismo politico;
- l'autonomia delle istanze politiche e
amministrative che porta a interventi disuniti sui diversi beni naturali,
mentre gli interessi del loro sfruttamento vengono ad essere sempre più
unitari;
- le spesso insufficienti possibilità
finanziarie per approntare investimenti straordinari indispensabili in
tecnologie di difesa;
- il conflitto con altre esigenze sociali
urgenti, come ad esempio la battaglia contro la disoccupazione, che chiedono
alti investimenti e ingenti forze.
1.2.3. Cause ideali
124 9)
Paradossalmente a una soluzione, o almeno all'attuazione, dei problemi
ambientali non vi si oppone solo la mancanza di responsabilità, ma spesso
proprio la volontà cosciente di una maggior responsabilità e di risultati
immediati. Le mani dei responsabili sembrano legate.
Vanno ricordati specialmente:
- i conflitti negli obiettivi, come ad esempio
tra la disoccupazione e la difesa dell'ambiente, con indicazioni unilaterali
delle priorità;
- i differenti interessi e doveri, come ad
esempio il fine delle industrie, da una parte, di realizzare introiti e
mantenere ad ogni costo la competitività sul mercato e, d'altra parte,
l'irrinunciabile necessità di difendere l'ambiente;
- la prosecuzione coerente di una strategia
politica in favore dell'ambiente che non di rado appare a prima vista come un
fallimento per i tempi lunghi che richiede, e che può causare nuovi problemi
ambientali.
1.2.4. Cause socio-psicologiche e
morali
125 10) Non
sono solo l'incompetenza e le eccessive rivendicazioni che influiscono sulla
soluzione positiva dei problemi ambientali.
Dobbiamo tener presente pure che gli uomini si
sottraggono volontariamente (anche se non sempre coscientemente) alle loro
responsabilità, respingendo le soluzioni necessarie.
Ricordiamo:
- una repulsione collettiva dalla coscienza
dei problemi ambientali, come si può vedere nella loro banalizzazione, nel
rifiuto di prenderli in considerazione o di comprenderli;
- un modo di pensare tale che considera le
abitudini acquisite e i livelli di vita raggiunti come un "possesso
stabile" e pertanto ricerca solo il piacere;
- un'indolenza e una pigrizia, per cui si
esclude assolutamente la possibilità di imparare cose nuove o di condurre una
vita alternativa e, nella soluzione dei problemi, si segue la via della minor
fatica, del "meno caro" e del "domani";
- l'abuso del potere e i conflitti politici
che costituiscono un impedimento alla soluzione dei problemi ambientali, oppure
i conflitti militari che, provocando scontri armati, portano alle più tremende
devastazioni ambientali;
- delitti criminali contro l'ambiente che
devono essere perseguiti e puniti in maniera adeguata.
1.3 - Intervento unitario delle
chiese
126 11)
Simili idee ed esperienze dovrebbero esser sufficienti per spingerci tutti
quanti a rivedere radicalmente il rapporto tra uomo e natura e ad interrogarci
su quello che deve essere un atteggiamento di responsabilità verso il nostro
ambiente. Semplici correzioni di metodo non bastano più. Dobbiamo renderci
conto che, in fondo, nella crisi dell'ambiente è insita la nostra stessa crisi
e la nostra incapacità ad assumerci le dovute responsabilità.
Gli sforzi tecnici non sono bastati per
affrontare adeguatamente i problemi insorti. Abbiamo un potenziale tecnologico
gigantesco; ma purtroppo le nostre capacità sul campo morale, culturale e
spirituale sono infinitamente minori. Abbiamo "migliorato" i
prodotti, i metodi di produzione, i profitti, le varietà dei cereali e degli
animali da allevamento; ma noi, ci siamo migliorati? Abbiamo a nostra
disposizione grandi possibilità, e ciò nonostante, se non cambiamo
atteggiamento nei confronti della natura, andiamo incontro a gravi pericoli.
12) In questa crisi risalta in modo evidente
il nostro errore a non comportarci con la natura come ministri di Dio. Perciò è
compito della chiesa annunciare con chiarezza le nostre responsabilità di
fronte a Dio e ricordare il senso che hanno nella Bibbia l'uomo e la creazione.
Certo, neppure le chiese hanno soluzioni pronte, nè pretendono di avere una
qualche competenza specifica per i singoli problemi. Possono tuttavia far
emergere gli elementi fondamentali sia antropologici che religiosi del nostro
rapporto con la natura e rendere chiara la responsabilità dell'uomo. Possono
richiamare la necessità di un cambiamento radicale e i principi teorici
necessari per realizzarlo, contribuendo in tal modo a migliorare una situazione
tanto critica. Inoltre possono mettere in evidenza come la soluzione dei
problemi ambientali sia un impegno di tutti, alla quale devono dare il loro
apporto unitariamente tutte le forze sociali. Le forti contrapposizioni che
esistono sui complessi problemi ambientali rendono necessario il servizio della
riconciliazione e della mediazione.
2 - Le soluzioni finora tentate e
gli orientamenti sbagliati
2.1 - Panoramica: aumento dei
disastri maggiore
degli interventi protettivi
127 13) La
storia della protezione della natura e dell'ambiente rivela significativi
risultati raggiunti; è una storia delle capacità dell'intelligenza umana. Ma,
allo stesso tempo, è una storia di errori, di occasioni sprecate, di
fallimenti. Essa è stata segnata da idee, elaborazioni, proposte di valori e di
fini; ma è stata contrassegnata soprattutto dalla necessità di intervenire di
fronte alla forte crescita dei disastri.
14) Lo sfruttamento massiccio della natura
veniva compiuto anche nell'antichità e nel medioevo. Tuttavia, con il rapido
progresso industriale e con la sempre più veloce crescita della popolazione
mondiale, questo ha assunto una dimensione che ha determinato conseguenze
visibili e percepibili da chiunque e tale che richiedeva necessariamente
interventi a difesa. Dopo la seconda guerra mondiale si è verificata una
impressionante accelerazione nell'inquinamento del nostro patrimonio
ambientale. Gli indici della crescita demografica, dei bisogni energetici e
della diffusione della produzione industriale, a partire dagli anni '50, sono
cresciuti parallelamente, a livello mondiale, con l'inquinamento delle acque e
dell'aria (fosforo, metalli pesanti, anidride solforosa, ecc.), benché dal '70
si sia giunti in qualche regione, attraverso sforzi di difesa dell'ambiente, a
significativi miglioramenti. E' aumentato nella stessa misura anche
l'impoverimento della biosfera; specie di animali e di piante, in parte
decimati dalla caccia, in parte condannati a morire per la distruzione dei loro
ambienti naturali, sono morti e continuano a morire in una misura mai
registrata nella storia. Non si possono affrontare questi problemi con il
vecchio "romanticismo della natura". La soluzione del problema ambientale
è divenuto uno dei temi centrali nella nostra vita, per la nostra
sopravvivenza.
2.2 - Tendenze principali nella
storia della difesa
dell'ambiente
128 15)
Sono tre le principali tendenze della difesa della natura e dell'ambiente che
hanno caratterizzato le fasi della storia di tale difesa: la difesa
tradizionale della natura (circa dal 1880); l'impegno ecologico più generale
(dalla metà degli anni '60 circa); e recentemente la difesa dell'ambiente in
forma più pragmatica e più specifica (circa dal 1970). Queste tendenze
principali tuttavia non si sono annullate nel succedersi l'una all'altra, ma
resistono fino ad oggi una accanto all'altra, pur con accentuazioni diverse.
2.2.1. La difesa tradizionale
della natura
129 16) La
difesa tradizionale della natura, nata come movimento politico attivo verso la
fine del XIX secolo, ha posto dei principi fondamentali per l'attuale movimento
ecologico. La difesa della natura viene vista prima di tutto come difesa di
oggetti ("difesa di monumenti"), come difesa di riserve naturali
specifiche, monumenti naturali e paesaggi. La natura è considerata un bene
culturale. In questo hanno influito particolarmente idee come quella di patria,
eredità culturale, patrimonio naturale, vacanze e anche la possibilità di
utilizzare i beni naturali come ad esempio per la distensione dell'uomo. La
difesa tradizionale della natura si concentra innanzitutto nella protezione
delle aree e delle specie, ma ben presto si apre a concezioni più ampie di
miglioramento del territorio e di cura del paesaggio. Simili prospettive ad
ampio respiro tuttavia non riescono a diffondersi sufficientemente nel
movimento, anzi con il tempo vengono appiattite e ridotte. Si giunge alla
fondazione di numerose associazioni di difesa ambientale, associazioni
alpinistiche e patriottiche, pro loco, società dedite alla difesa. Grazie
all'opera di queste associazioni i responsabili dello stato giungono a
riconoscere i loro doveri e a creare le istituzioni necessarie.
17) Oltre ai molti meriti oggi possiamo vedere
anche i limiti di un simile metodo: la difesa tradizionale della natura ha
sostenuto solo singole richieste di protezione e ha allo stesso tempo tollerato
il progressivo depauperamento del paesaggio accanto alle zone protette.
Soprattutto non ha riconosciuto la gravità
della minaccia incombente. Considerava pericolosi per la natura quasi solo
certi atteggiamenti deprecabili dell'uomo singolo, lasciando in secondo ordine
il sistema economico e politico che si stava instaurando.
Poiché con l'aiuto della protezione naturale
si voleva conservare possibilmente intatto il patrimonio esistente, anche gli
obiettivi che si proponevano erano, in base allo stato delle conoscenze,
alquanto limitati: si accontentavano di creare delle riserve.
Praticamente non pensavano a predisporre
interventi legislativi in campo ecologico e limitavano le possibilità di
organizzazione tecnica.
2.2.2. Impegno ecologico piu'
generale
130 18)
Dalla metà degli anni '60 circa, accanto al concetto tradizionale di difesa
della natura, si fa strada una concezione ecologica più politica. Un tale
orientamento non proviene tanto dai partiti nè dai responsabili delle
istituzioni politiche o statali, quanto piuttosto dagli interessati e dai
gruppi che si impegnano per questo, sviluppando una concezione generale di
difesa dell'ambiente.
Questo impegno è di tipo totalizzante giacché,
invece di perseguire unicamente aspetti biologici e ecologico-paesagistici, si
preoccupa dell'intero sistema sociale ed economico e assume il principio che
"tutto è collegato". Caratteristica di questi movimenti sono i valori
concettuali che vengono messi in risalto: giustizia, intangibilità e pace.
Vengono propagandati beni come vita, salute, varietà delle specie; come virtù
si impongono le cose piccole, risparmiose, naturali e ci si impegna per la
prevenzione, l'assistenza, la previdenza, la protezione.
Queste idee sono sostenute da esponenti della
scienza (agrari, ecologi, biologi, futurologi, teologi, e moralisti sociali),
da giornalisti, da cittadini attivi nei partiti, da associazioni e da comitati,
come pure da aderenti a una "subcultura alternativa". Vi si dedicano
soprattutto i gruppi impegnati: associazioni di lunga tradizione come pure
iniziative civili dei nostri giorni.
19) Questi ecologi impegnati con le loro
profezie pessimistiche hanno avuto spesso ragione. Con esse hanno raggiunto una
vasta pubblicità e influenzato, anche se con un certo ritardo, i legislatori.
E' divenuto chiaro come, anche dietro ad alcuni pregiudizi e a certe accentuazioni
ideologiche di determinati gruppi, esisteva una parte di verità di assoluto
valore e quindi una visione realistica dei disastri compiuti.
131 20)
Certamente sono evidenti anche i limiti di un simile impegno:
- Spesso convinzioni scientifico-naturali, che
in realtà sono conoscenze empiriche, vengono elevate direttamente al posto di
valori e di massime etiche; dalla descrizione di semplici fatti vengono
avanzate richieste etiche e politiche; non si vuol riconoscere la reale
conflittualità esistente tra certi obiettivi politici e le esigenze della
politica concreta.
- Talora si tirano delle conseguenze fin
troppo radicali, come ad esempio la richiesta di principio: eliminare la
società industriale.
- Inoltre non si considerano certe conseguenze
illogiche; si ritiene la difesa del "tipo più spartano di vita" come
un valore assoluto verso il quale l'intera politica ecologica deve orientarsi.
- I problemi ecologici non di rado vengono
stravolti da premesse ideologiche. Le argomentazioni sono ispirate di volta in
volta da antiistuzionalismo, avversione per la tecnologia, fiducia
incondizionata nel "gruppo"; nei discorsi si introducono
considerazioni unilaterali sugli attuali rapporti di dominio. Alcuni poi
considerano la proprietà privata dei mezzi di produzione come la principale
responsabile dei disastri ambientali, ritenendo più "naturali"
l'economia centralizzata e la società senza classi.
- Spesso c'è il pericolo di avanzare richieste
globali, ampie e teoriche, che però non hanno alcuna possibilità di essere
realizzate.
- Non di rado si dà una valutazione drammatica
dello sviluppo con visioni pessimistico-apocalittiche, ispirate dalla
rassegnazione e dalla disperazione.
2.2.3. La difesa pragmatica
dell'ambiente, come istanza autonoma
132 21) Col
crescere della problematica, a partire dal 1970 circa inizia una protezione
ambientale più pragmatica che mira a porre dei rimedi concreti attraverso
leggi, provvedimenti e pianificazioni.
L'obiettivo di questo tipo di difesa della
natura e ambientale non è più orientato primariamente alle bellezze e ai
monumenti naturali, ma piuttosto all'adozione di "norme
protezionistiche". I rappresentanti di tali iniziative sono coscienti
della necessità di arrivare a un compromesso tra ecologia ed economia e cercano
soprattutto di diminuire i danni o l'inquinamento (stabilire dei limiti massimi
di inquinamento, imposto alle industrie, delimitazione delle zone inquinate,
promozione di progetti particolari per la sperimentazione di tecnologie
alternative, ecc.), cercando di giungere al compromesso tra l'economia e
l'ecologia.
A simili interventi dei responsabili dei
comuni e dello stato il più delle volte si giunge dietro la pressione di
associazioni ecologiche, dell'opinione pubblica, della base di partiti
politici, di persone singole della scienza o della pubblica amministrazione. E'
incredibile costatare con quale forza la popolazione spinge lo stato e i comuni
ad intervenire in questo campo.
133 22)
Evidentemente anche in questo tipo di politica ambientale appaiono limiti e
punti deboli:
- Benché molti provvedimenti adottati fossero
necessari e utili, tuttavia la loro realizzazione è risultata scarsa. Si
limitano per lo più a diminuire i danni, a ridurre l'inquinamento, a conservare
i modelli di vita e a creare condizioni ambientali accettabili per la
popolazione nell'ambito di una "politica della salute". Le situazioni
durature in genere non vengono intaccate a motivo delle pressioni per risultati
immediati e perché le competenze restano molto limitate.
- Gli interventi sono dettati da una
valutazione troppo angusta dei vantaggi e degli svantaggi: non emerge invece la
mentalità del senso e del valore in sè della natura.
- Le leggi e i provvedimenti protezionistici
normalmente danno la priorità ad istanze pratiche, cercano di non prendere mai
provvedimenti a svantaggio dell'economia. Non di rado simili interventi si
dimostrano atti solo a far slittare i problemi.
- Le leggi e i provvedimenti di politica
ambientale, accanto a interventi antiinquinamento (le leggi sui detersivi, per
la pulizia dell'aria, a difesa delle piante, sul rumore degli aerei, ecc.),
permettono la sopravvivenza di leggi che determinano altro inquinamento (la
rete stradale, le centrali atomiche, il degrado dei fiumi, ecc.).
- Esiste una distanza abissale tra i
propositi, sempre suggestivi e progressisti, dei preamboli e delle premesse
fondamentali delle leggi e la realtà concreta della loro realizzazione. I
doveri ecologici vengono spesso ignorati nella pratica quotidiana delle
decisioni concrete dello stato, delle regioni, dei comuni e degli addetti
all'attuazione dei grandi progetti.
- Sono un fatto negativo pure le molte
possibilità di eccezioni (la" clausola agricola" nella legge
nazionale di difesa ambientale, l'uso estensivo della clausola sulla severità
nella legge sulle acque, introduzione di una clausola attenuante nella legge
nazionale sugli scarichi).
- Le leggi risultano essere quasi sempre
superate dal rapido sviluppo delle cose e dal ritardo con cui norme e
provvedimenti applicativi vengono intrapresi.
2.3 - Il contributo delle chiese
al dibattito sull'ambiente
134 23) Le
chiese hanno dato il loro contributo già ai primi tentativi di difesa
ambientale e alle successive norme concrete sull'ambiente, ma esso proveniva da
persone singole e da gruppi specifici. Tuttavia fin dalla metà degli anni '60
nella chiesa evangelica e dall'inizio degli anni '70 nella chiesa cattolica il
contributo ecclesiale al dibattito generale sulla difesa dell'ambiente è
cresciuto notevolmente. Varie persone hanno fatto sentire sempre più
chiaramente la loro voce nelle iniziative e nelle associazioni ecclesiastiche,
nelle facoltà teologiche, negli istituti e nelle accademie, nei gruppi e nelle
comunità cristiane e infine anche nella gerarchia ecclesiastica. I punti più
importanti in questo dibattito sono stati: la dichiarazione del Consiglio della
EKD sulla discussione energetica (1977), le riflessioni della EKD
sull'agricoltura (1984), le dichiarazioni delle chiese membri della EKD e le
conclusioni a livello regionale sulla questione energetica (1977), le prese di
posizione del sinodo romano dei vescovi nel documento su "La
giustizia" (1971), le riflessioni del card. Julius Dopfner in qualità di
presidente della Conferenza episcopale tedesca "Sul futuro dell'umanità e
le condizioni per la vita in futuro" (1974), la dichiarazione della
Conferenza episcopale tedesca "Futuro della creazione e futuro
dell'umanità" e le dichiarazioni dei singoli vescovi, come pure prese di
posizione della chiesa a livello regionale su fatti di attualità. Inoltre
cristiani impegnati hanno partecipato a manifestazioni e dimostrazioni e si
sono opposti anche con gesti spettacolari a grandi costruzioni, fatto che
nell'opinione pubblica della chiesa non sempre è stato da tutti condiviso. In
tali casi è venuta non di rado a mancare la necessaria distinzione tra quelle
che sono le convinzioni personali dei singoli e l'impegno che può assumersi la
chiesa in quanto tale.
135 24) Nei
contributi della scienza teologica e nelle dichiarazioni della gerarchia
vengono portate nel dialogo norme antropologiche fondamentali. Le dichiarazioni
della chiesa cattolica mettono l'accento sul valore in sè della natura
("priorità dell'essere sull'utile"), il posto dell'uomo nella natura
("l'uomo esiste solo insieme con le altre creature") e indicano dei
criteri per problemi specifici (mantenimento della varietà delle specie,
condizioni precise nel permettere l'energia nucleare, ecc.).
La possibilità di dare da parte delle chiese
un contributo fondamentale al dibattito sull'ambiente, risulta evidente
soprattutto quando il Consiglio della EKD afferma: "Il pericolo per
l'umanità derivante dalla crisi della politica energetica è molto più vasto e
profondo di quello che si potrebbe descrivere solo materialmente". Il
Consiglio ammonisce che gli uomini sono ormai giunti a un limite che impone
necessariamente un cambio fondamentale di mentalità nelle questioni politiche,
sociali ed economiche.
25) Un contributo non trascurabile al
dibattito ecologico è venuto dalla teologia che mette in discussione il
concetto tradizionale cristiano di intendere la natura, mette in risalto il
valore della natura in sè, ed elabora criteri per un'etica cristiana e per un
giusto rapporto con la natura, come ad esempio il concetto di "co-creaturalità"
(Mitkreaturlichkeit), cioè che si "esiste insieme con le altre
creature". Particolare importanza per il dialogo ecumenico acquista
l'apertura sempre più ampia della teologia evangelica alla teologia della
creazione e delle condizioni naturali precedenti il peccato.
Tuttavia, se si eccettuano alcune personalità
e la dichiarazione cattolica del 1980, finora sia le chiese che la teologia non
hanno potuto inserirsi nel dibattito sull'ambiente con un intervento teologico
ampiamente riconosciuto nè arrivare a una definizione precisa della loro
posizione. Le dichiarazioni pubbliche delle chiese sono numerose, ma raramente
sono stati coronati da successo i numerosi tentativi di giungere all'unità e
perché fossero accolti gli impulsi provenienti dalla base. Spesso si è caduti
nel pericolo di limitarsi alle singole questioni della politica ecologica
quotidiana, oppure ci si è accontentati di descrivere i problemi, rinunciando
di annunciare le domande fondamentali del cristianesimo.
3 - Il problema ecologico una
sfida etica
136 26)
Poiché la profonda crisi dell'ambiente non è frutto del cieco destino, nè una
catastrofe naturale come l'era glaciale, ma deriva dagli errori dell'uomo,
diventa inevitabile domandarsi: a quali norme deve riferirsi l'uomo per
prendersi seriamente le sue responsabilità circa la vita e la sopravvivenza
dell'umanità e circa la conservazione della terra, suo ambiente naturale di
vita? Questa bruciante domanda dell'uomo di oggi, specialmente se è
responsabile nella politica e nell'economia, è indirizzata all'etica. Fin
dall'antichità il cristianesimo e la chiesa considerano loro compito originario
porre delle norme etiche che nella loro credibilità possono illuminare non solo
i cristiani ma anche ogni uomo, raggiungendo un vasto consenso al di sopra dei
confini ideologici.
3.1 - Le questioni basilari
dell'etica per un comportamento responsabile
3.1.1. Chi e' responsabile?
137 27) La
domanda sul soggetto della responsabilità, sul responsabile, è una domanda
fondamentale per la conservazione della terra e della vita. In genere si ha a
che fare con situazioni complesse, con cause tra loro collegate difficili da
interpretare, o con una massa di cause che non vanno ricercate solamente nella
situazione attualmente esistente. Il più delle volte si incontrano forti
difficoltà a identificare chiaramente i veri responsabili. Responsabile è
ognuno che provoca o concorre a provocare effetti devastanti. Egli ha l'obbligo
di adoperarsi per la difesa e la cura affinché le cose vengano correttamente
conservate.
28) Il problema delle responsabilità supera il
semplice rapporto causa ed effetto. La responsabilità è sempre una
responsabilità personale di un soggetto attivo; significa l'obbligo di operare
rettamente, sapendo che si dovrà render conto. Benché esista una connessione
nelle varie responsabilità e quindi certamente anche un divenire responsabili
collettivamente, tuttavia la responsabilià si riferisce sempre al singolo ed è
a lui che se ne chiede il conto.
Riguarda in modo speciale coloro che hanno
pubblici incarichi e influsso sull'opinione pubblica. Riguarda pure i singoli
cittadini per il loro ambito di vita privato, ma anche per i riflessi politici
del loro operare. La responsabilità quindi è qualcosa che va al di là delle
semplici "competenze" o dell'"obbligo"; riguarda invece
ognuno nella sua coscienza e nel suo modo di vivere.
3.1.2. Di che siamo responsabili?
138 29)
Oggi l'umanità si trova ad avere una responsabilità enormemente maggiore che
nelle precedenti generazioni. Lo si deduce anche solo dal bilancio dei disastri
intervenuti e prevedibili nel nostro mondo.
Il nuovo termine "ecologia" descrive
in modo appropriato il vasto compito: come può la terra restare e divenire una
"casa" (la parola greca oikos significa casa) dove tutti gli uomini
oggi e domani possano vivere in maniera corrispondente alla loro dignità? Di
più: questo dovere comprende anche la cura per il mondo animale e vegetale, e
per la natura inorganica, i quali non vanno conservati unicamente per l'utilità
immediata che possono avere per la vita e la salute dell'uomo, ma anche perché
rimangano nella loro varietà e bellezza.
139 30)
L'umanità oggi deve assumersi questa responsabilità globale.
Essa comprende una responsabilità
qualitativamente nuova, che supera tutte quelle finora avute. Poiché solo
l'uomo, tra tutte le realtà del creato, è in grado di prendersi delle
responsabilità per assicurare ad esso il futuro, ha anche il dovere di
assumersi tali responsabilità. L'umanità deve ritenersi responsabile tanto del
suo agire, che oggi incide sulla natura più a fondo e più a lungo del passato,
quanto del suo non agire, che oggi significa una trascuratezza molto più
gravida di conseguenze che nel passato.
Determinati disastri o rischi di disastri in
verità non potranno mai essere evitati del tutto; anche questi devono esser
presi in considerazione e sotto la propria responsabilità. Tuttavia è proibita
la disinvoltura di chi si prende a cuor leggero ogni responsabilità, cioè si
dichiara pronto ad andar avanti senza troppe preoccupazioni con azioni che
possono inquinare la terra per secoli.
3.1.3. Davanti a chi siamo
responsabili?
140 31) A
chi deve render conto l'uomo? Davanti a quale istanza dovrà giustificarsi? Se
simili domande vengono evitate, allora l'uomo si considera una realtà autonoma,
che non deve render conto a nessuno e può fare i propri interessi liberamente
contro gli altri uomini, contro l'ambiente e il mondo. Non è raro che questioni
ecologiche determinanti per il futuro (divieto di esperimenti atomici
nell'atmosfera) vengono misurate unicamente sulla base del pericolo di
inquinamento ambientale che provoca chi decide tali esperimenti, mentre venga
trascurato il problema della responsabilità di fronte a un'istanza superiore.
Se si considera l'uomo unicamente in base ai vantaggi immediati, si agisce in
maniera irresponsabile e quindi disumana.
32) Quando noi cristiani diciamo che l'uomo
non è responsabile solo per la natura e l'ambiente, ma anche per la creazione e
di fronte al Creatore, noi proclamiamo un dato di fede che fa distinzione tra
il Creatore e le sue creature. L'uomo è lui stesso una parte della creazione,
la sua possibilità di intervento è limitata, la creazione non gli è stata
lasciata perché la usi, la sfrutti e ne abusi a proprio capriccio. Piuttosto
egli ha una responsabilità per gli altri esseri creati come lui (le
co-creature), per gli animali, le piante e la natura inanimata, fondati su una
stessa vita che egli guida davanti a Dio.
3.2 - Orientamento etico per le
attività ecologiche
141 33)
Nell'assumersi la responsabilità della natura dell'ambiente l'uomo non può
lasciarsi guidare unicamente dai suoi interessi personali e neppure solo da
quanto egli può fare tecnicamente.
Piuttosto deve interrogarsi su che cosa, come
soggetto morale, può fare e deve fare. Le immense possibilità che oggi ci sono
di allargare all'inverosimile il raggio di azione dell'uomo e quindi anche di
allargare la sua responsabilità, gli attribuiscono nuovi doveri e nuove
responsabilità. Quali sono allora gli orientamenti etici fondamentali che si
possono ricavare e indicare per un'etica ecologica?
3.2.1. Rispetto per la vita
142 34) Non
solo la vita dell'uomo, ma anche quella dell'animale e delle piante, come pure
la natura inanimata merita rispetto, attenzione e protezione. Il rispetto per
la vita presuppone che la vita sia ritenuta un valore e quindi che sia un
imperativo morale custodire tale valore. La vita è stata donata all'uomo ed è
suo dovere rispettarla e conservarla. Fa parte delle sue responsabilità
preoccuparsi per il suo ambiente. Ciò comporta rispetto, autocontrollo e
autolimite. La massima "Rispetta la vita!" è l'espressione di una
esigenza e di un dovere imprescindibili, di un timore per le conseguenze che
l'uso del suo potere può comportare, tale che trattenga chiunque dall'usare il
potere per l'autodistruzione. Il rispetto per il destino dell'uomo e il timore
e tremore per quello che potrebbe accadere all'uomo e al suo ambiente e per ciò
che sta di fronte ai nostri occhi come possibilità del futuro, ci fa capire che
la vita è un qualcosa di "santo", che va rispettato e protetto da
offese.
35) Il rispetto per la vita porta pure a un
rifiuto dell'uso unicamente interessato e a un atteggiamento di attenzione e
protezione. Comprende ancora un rispetto per l'esistente, suscita una coscienza
dei valori e una valutazione dei disastri. Il rispetto provoca anche la
coscienza dei limiti, della finitezza e della caducità delle cose e soprattutto
della fragilità della creazione e delle creature. Il rispetto per la vita non
si riferisce solamente alla vita umana, animale e vegetale, ma più ampiamente
anche alla natura "inanimata" con i suoi elementi vitali (l'acqua, la
terra, l'aria) e al loro circuito naturale che è lo spazio della vita.
Queste cose non vanno intese come oggetti
d'uso senz'anima, ma come elementi necessari alla vita dell'uomo e delle altre
creature. Noi uomini dobbiamo sentirci chiamati - come diceva Socrate -
all'arte del pastore, il quale si preoccupa del bene delle pecore e non le può
considerare con lo stesso punto di vista del macellaio.
3.2.2. Valutazione dei pericoli
futuri
143 36)
L'umanità avrebbe bisogno di possedere la virtù dell'intelligenza, nel senso
della classica "prudenza", per valutare le conseguenze del suo agire
e per scegliere, nei casi di conflitto tra due mali, quello minore. Poiché oggi
noi siamo in grado di valutare le conseguenze meglio delle generazioni passate,
abbiamo una responsabilità maggiore. La nostra intelligenza deve riuscire a
vedere più lontano, soprattutto quando si tratta di azioni a lungo termine e
irreversibili. D'altra parte poiché gli interventi che sono oggi possibili e
auspicabili incidono più profondamente sul patrimonio ambientale, le
conseguenze dirette e collaterali sono proprio per questo più difficili da
prevedere rispetto al passato.
Un certo brivido per le conseguenze che il suo
potere può provocare dovrebbe insegnare all'uomo il timore, in modo da non
restare in una cieca trascuratezza per le devastanti conseguenze del suo agire.
Questo non significa rinunciare a qualsiasi
rischio, ma piuttosto assumersi e condividere i rischi possibili. In caso di
dubbio conviene seguire l'idea che un'impresa arrischiata possa diventare un
disastro, piuttosto che l'idea opposta secondo cui il rischio va sempre bene.
37) In pratica ciò significa: gli interventi
sul patrimonio naturale vanno fatti il meno possibile e in forma limitata,
anche quando non si prevedono danni immediati. Un tale comportamento è
razionale anche perché lascia alla natura quanto più spazio possibile alle sue
stesse forze risanatrici. Le leggi insite nella natura si sono dimostrate più
flessibili e innovatrici dell'orientamento esterno condotto con meccanismi
inventati dalla tecnica dell'uomo.
3.2.3. Valutazione dei pro e contro
144 38) Gli
interessi economici e tecnici a breve termine possono entrare in conflitto con
gli interessi a lungo termine per la conservazione della natura e dell'ambiente
e con la stessa esigenza di sopravvivenza dell'umanità. In tal caso l'interesse
a lungo termine richiede un particolare sostegno etico e sociale, giacché
l'utilità immediata provoca danni a lungo termine. In questi casi di conflitto
si richiede una responsabilità etica; infatti è possibile, anzi necessario,
compiere una valutazione dei danni a breve e a lungo termine, dei vantaggi e
degli svantaggi, come pure una riflessione sui valori principali, ponendo delle
priorità. Inoltre occorre che si rifletta sui problemi della reversibilità e
della rigenerabilità dei beni della natura, come pure sugli interessi della
generazione attuale e di quelle future.
39) Si possono formulare tre regole di
priorità, che, indipendentemente dalla fede cristiana, hanno una loro validità
generale:
- Dal punto di vista morale è da condannare la
modifica dell'ambiente in modo tale che gli uomini di oggi o quelli di domani
ne abbiano dei danni chiaramente prevedibili. Naturalmente solo se si deve
scegliere tra due mali bisogna preferire il più piccolo rispetto al maggiore.
E' possibile metter in conto dei danni solo quando questi si rivelano l'unico
mezzo per evitare danni maggiori per gli uomini di oggi o del futuro.
- L'ambiente può essere utilizzato per il
soddisfacimento dei bisogni umani nella misura in cui gli svantaggi e i danni
per l'uomo e la natura non risultano esser maggiori dell'utilità derivante
dall'utilizzo dei beni naturali e fintantoché non viene intaccata la
possibilità di sopravvivenza dell'umanità.
- L'ambiente va conservato e difeso con norme
attive e se necessario drastiche, purché non si venga in tal modo a infliggere
gravi danni agli uomini di oggi o di domani.
40) Nel caso concreto la valutazione dei pro e
contro sarà senz'altro contrastata. Sono insorte difficoltà anche nella
determinazione dei limiti di ciò che si può permettere e nella questione di
quali riguardi vanno presi nei casi specifici contro l'inquinamento
dell'ambiente. Tuttavia è assolutamente importante che si prendano in seria e
giusta considerazione le esigenze di coloro che non possono prendere la parola.
4 - Il messaggio cristiano sulla
creazione,
la redenzione e il destino del
mondo
145 41) Da
diversi anni a vari livelli nella nostra società si chiede una ragione etica
dell'agire nel nostro ambiente naturale. A un simile discorso partecipano molti
cristiani impegnati i quali, a partire dal loro specifico punto di vista sul
mondo e la storia, deducono particolari orientamenti e atteggiamenti. Si cerca
di dimostrare come la fede cristiana, parlando di creazione, riveli una visione
più profonda dell'ambiente e apra al nostro modo di pensare e di agire un nuovo
orizzonte più globale. In tal modo veniamo aiutati ad opporci criticamente agli
orientamenti pericolosi losi e favoriamo gli impulsi più positivi. Certamente
si possono creare, anche al di fuori della fede cristiana, elementi di senso
unitario, di giudizio decisamente critico e di impegno politico progressista.
E' chiaro tuttavia che il messaggio cristiano
è importantissimo non solo per giungere a una motivazione più profonda
dell'agire, ma anche per trovare la giusta via.
4.1 - Domande critiche alla
dottrina tradizionale
sulla creazione
146 42) Da
varie parti oggi si accusa il cristianesimo di questo: la crisi ecologica
sarebbe una conseguenza storica della concezione biblica della creazione, in quanto
avrebbe tolto Dio dal mondo, lasciando così questo all'aggressione
indiscriminata dell'uomo senza più alcuna difesa. Un'accusa tanto semplicistica
non è sostenibile nè storicamente nè nei fatti. L'attuale crisi ecologica è
cominciata soprattutto con l'inizio della rivoluzione industriale: non è
certamente conseguenza del cristianesimo, ma di una visione angustamente
tecnico-scientifica e dell'assolutizzazione dell'uomo ad essa collegata.
Ugualmente insostenibile è l'accusa opposta, altrettanto semplicistica, secondo
cui il cristianesimo, essendo caratterizzato da sempre dalla fuga mundi, non
sarebbe riuscito a trovare negli ultimi secoli un giusto rapporto con il
progresso scientifico e tecnico. Per quanto sia vero che le chiese non sempre
si sono opposte con sufficiente determinazione contro le due tendenze
accennate, tuttavia non si può dire che le abbiano costantemente seguite.
43) La chiesa ha costantemente riconosciuto, e
anche proclamato nelle sue celebrazioni liturgiche, la fede in Dio creatore, Padre
eterno di Gesù Cristo, che ha dato il mondo a noi uomini come suo feudo perché
lo conservassimo e amministrassimo. Allo stesso tempo le accuse sopra ricordate
non sono completamente estranee alle chiese; infatti la crisi del modo attuale
di interpretare la natura e di rapportarsi con essa ha trovato un appoggio in
certe interpretazioni della dottrina cristiana circa la creazione. Noi
cristiani ci siamo adattati spesso troppo acriticamente alla mentalità del
tempo e alla sua scarsa valutazione dell'ambiente naturale, sminuendo in tal
modo, praticamente, la dottrina della creazione. La teologia e la predicazione
avevano riferito tale dottrina quasi esclusivamente al rapporto di Dio con
l'uomo e solo più tardi è stata messa in dialogo con gli orientamenti delle
moderne scienze naturali. Come è stato possibile ciò? La domanda viene posta
non per accusare, ma per capire e per recuperare quanto si è perso.
147 44) Di
fronte al superamento del pensiero antico e medievale con una nuova filosofia e
con nuove scoperte nelle scienze naturali, le chiese all'inizio hanno reagito
accontentandosi di dimostrare la compatibilità della dottrina biblica sulla
creazione con la visione scientifica del mondo e richiamando la pericolosità
degli interventi sulla natura attraverso la medicina e la psicologia. Con un
tale atteggiamento esse hanno collaborato a far riconoscere, durante la
rivoluzione industriale, come fosse necessario salvaguardare la dignità
dell'uomo e la giustizia sociale. Al di là di tali meriti, tuttavia, gli sforzi
furono troppo scarsi perché giungessero a realizzare una difesa della natura e
dei suoi valori.
45) Da questa evoluzione si può capire come la
teologia cristiana non abbia riconosciuto abbastanza in tempo i gravi pericoli
che correva l'ambiente e come si sia trovata imbarazzata allorché il problema
dell'inquinamento ambientale è entrato con travolgente prepotenza nella
coscienza generale. Ma contemporaneamente la teologia ha accolto la sfida di
dare il proprio apporto ai problemi dell'attualità con la riscoperta e
l'approfondimento della dottrina cristiana sulla creazione. Infatti valori
finora trascurati della tradizione sono stati riportati alla luce nella
teologia biblica e sistematica.
4.2 - Il rapporto dell'uomo con
la natura secondo la Bibbia
148 46)
Sotto il terrore della distruzione sempre più evidente del nostro ambiente e
sulla spinta della moderna interpretazione della Bibbia, noi interroghiamo il
Nuovo e l'Antico Testamento sul rapporto stabilito da Dio tra gli uomini e le
altre creature. In questo, appare con evidenza non solo l'intenzione originaria
del Creatore, ma anche lo scompiglio apportato a quel rapporto dal peccato
dell'uomo, come pure la salvezza derivata dalla redenzione di Gesù Cristo.
4.2.1. Il compito di dominio affidato
all'uomo
149 47) Noi
uomini siamo chiamati dal Creatore, come suoi rappresentanti, ad incontrare il
mondo nel rispetto delle creature, a modellarlo, usarlo e lavorare per la sua
conservazione. In questa volontà si manifesta la dignità dell'uomo, ma allo
stesso tempo anche il suo limite.
Nella più recente delle due redazioni sulla
creazione riportate dalla Bibbia (Gen 1), lo scrittore, ponendosi di fronte
all'attuale sconvolgimento dei rapporti tra Dio e il mondo, si interroga
sull'intenzione originaria di Dio con il suo creato. Il racconto della
creazione sottolinea: "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa
molto buona". Questo giudizio conclusivo si riferisce a tutte le opere nel
loro insieme, ma anche nell'orientamento di ciascuna rispetto alle altre e nel
loro orientamento rispetto al Creatore. Le creature sono un dono per se stesse
e per le altre creature: perciò questo dono va accolto con gratitudine e a lode
del Creatore.
48) All'interno dell'ordine della creazione
l'uomo ha un ruolo speciale, differente da tutte le altre creature.
"Soggiogate la terra e dominate su tutti gli animali!", questo è in
breve il compito affidatogli da Dio. Le due parole chiave "sottomettere/
soggiogare" e "dominare" devono essere accepite con molta più
cautela di quanto spesso si è fatto nel passato. Non devono esser accettate nel
senso di" sottomissione" e di "sfruttamento".
49) All'epoca in cui questi testi si sono
formati si aveva una concezione della natura che considerava certi luoghi con
la paura del misterioso e si viveva nel timore per le forze immani della
natura.
Allora non ci si poteva immaginare che l'uomo
sarebbe divenuto tanto potente da poter distruggere la terra. Agli scrittori
biblici interessava soprattutto liberare l'uomo dalle grandi potenze della
natura. Oggi il problema è proprio opposto: la natura è fortemente minacciata
dall'uomo.
50) "Soggiogare" (Gn 1,28) significa
"render sottomessa, docile" la terra (il terreno) con la sua
vegetazione selvaggia. Questo avviene, come dimostra l'uso del termine
nell'Antico Testamento, ad esempio nella conquista della terra di Canan da
parte di Israele (Nm 32,29; Gs 18,1). Il terreno viene posto in uno stato di
dipendenza, paragonabile al rapporto che deve esistere tra un padrone e il suo
servo, il quale gli deve obbedienza, ma allo stesso tempo non può venir
sfruttato e abbandonato all'incuria senza alcuna protezione.
Dio quindi, quando ha dato all'uomo il compito
di dominare, lo ha incaricato di proteggere con suo lavoro il volto della
terra, di modellarlo e trasformarlo, rendendolo abitabile e fruttifero.
150 51) Il
"dominare" dell'uomo sugli animali si differenzia chiaramente nel
linguaggio biblico dal soggiogare la terra. Ricorda il modo di fare del pastore
col suo gregge (Ez 34,4; Sal 49,15): Dio affida all'uomo la guida e la cura del
mondo animale (Gen 1,26.28). L'uomo deve anche impedire gli attacchi di un
genere di animali contro un altro, difendendo anche in tal modo gli animali dai
loro nemici.
Quanto poco gli animali siano stati lasciati all'arbitrio
dell'uomo si può capire anche dal fatto che nel primo racconto della creazione
l'uomo e gli animali si nutrono solo di elementi vegetali. Nella benedizione
pronunciata per gli uomini è compreso anche il cibo degli animali (Gen 1,29s),
e quindi viene affidato alla cura degli uomini. Il compito di dominio affidato
all'uomo e il suo giusto esercizio derivano dalla sua somiglianza con Dio. Ogni
uomo ha quel compito, appartenga o no al popolo di Dio, e indipendentemente dal
sesso, la razza, la classe. L'uomo segue questa volontà solo se, e nella misura
in cui, vive il particolare e stretto legame con Dio che si trova ad avere - è
questo che si intende nella somiglianza divina - e se esercita il dominio allo
stesso modo di Dio, come suo rappresentante.
151 52) Il
secondo racconto della creazione, che è il più antico (Gen 2), ribadisce a suo
modo il doppio legame dell'uomo alla terra e agli animali. Viene messo
l'accento particolarmente sulla "terrenità" dell'esistenza umana.
L'uomo (ebr. adam) è strettamente legato alla terra (ebr. adama); da essa
tratto e ad essa destinato, ottiene la vita dalle forze di essa (Gen
2,7-3,17ss). Il primo dovere dell'uomo è di lavorare la terra (Gen 2,6; 3,23);
questo in ebraico è così espresso: adam deve "servire" adama. Adamo
ha il compito, affidatogli da Dio, di dare uno nome agli animali, ordinandoli e
sottomettendoli così al suo ambiente vitale. In tal modo il racconto della
creazione riconosce pure gli animali come esseri dotati di anima( Gen 2,17-19).
4.2.2. La corruzione della terra
per il peccato dell'uomo
152 53)
Secondo la Bibbia l'uomo fin dall'inizio vien meno alla sua vocazione stabilita
nella creazione di custodire e governare la terra, andando in tal modo contro
non solo alla sua propria essenza ma anche, e soprattutto, a quella del creato.
Il racconto del peccato dell'uomo (Gen 3) non
lascia dubbio alcuno sul fatto che l'uomo sia cosciente della sua vocazione; ma
che, ciò nonostante, in un egoismo autodistruttivo, egli vi vada contro,
trascinando così nella sua disgrazia tutto il suo ambiente vitale.
Il racconto vuole mostrare con particolare
evidenza l'assurdità del contrasto che esiste tra l'opera buona di Dio nella
creazione e l'esperienza della realtà sconvolta. Importante è il fatto che
l'errore primo dell'uomo contro Dio si riflette anche sulla creazione. L'uomo
vuole determinare la sua vita e stabilire da solo ciò che è utile o cattivo
alla sua esistenza, indipendentemente da Dio sulla base delle proprie capacità.
Le conseguenze dell'errato orientamento (Gen 3,7-24; Rm 1,18-32; 7,14-24)
dimostrano come siano stati colpiti dalla maledizione per questo gesto tutti i
rapporti esistenti nel creato: tra l'uomo e la donna, tra l'uomo e gli animali,
tra l'uomo e la terra, tra l'uomo e il lavoro. Sono state liberate forze
distruttive (Gen 4,8-16).
L'ordine originario del creato viene sconvolto
dall'uomo, ma Dio mantiene la sua benedizione, ristabilendo di nuovo l'ordine
(Gen 12,13ss).
54) Anche il racconto del diluvio è un simbolo
di deviazione dalla volontà divina. Inizia con la costatazione che ogni carne
(uomini e animali) con malvagità crescente aveva contaminato tutta la terra,
riempiendola di violenza e di corruzione; in tal modo giunge su di essa la
rovina (Gen 6,11ss). Subito dopo si parla in maniera precisa della signoria
dell'uomo sugli animali: "Il timore e il terrore di voi sia su tutte le
bestie selvatiche... Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo" (Gen
9,2s). Il rapporto tra l'uomo e l'animale è caratterizzato da lontananza e
paura.
Allo stesso tempo però viene nuovamente
proclamata la fedeltà di Dio all'alleanza (Gen 8,21-9,7), e si include
nell'alleanza divina anche gli animali allontanatisi dall'uomo (Gen 9,8ss).
153 55) La
condanna comminata ad ogni creatura e la fedeltà di Dio che dura nonostante
ciò, stanno alla base anche del Nuovo Testamento.
Questo appare chiaro soprattutto nella Lettera
ai romani: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei
figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere,
ma per volere di colui che l'ha sottomessa e nutre la speranza di esser lei
pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della
gloria dei figli di Dio.
Sappiamo bene infatti che tutta la creazione
geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rm 8,19-22).
4.2.3. L'uomo e le altre creature
154 56)
L'ordine di conservazione del creato, voluto da Dio dopo il diluvio, limita con
un importante comandamento rituale la possibilità ancora rimasta all'uomo di usare,
sfruttare e uccidere gli esseri animali: "Soltanto non mangerete la carne
con la sua vita, cioè il suo sangue" (Gen 9,4).
Per l'uomo veterotestamentario il tabù del
sangue ha il valore di segno dell'estremo rispetto che deve esistere nel potere
discrezionale datogli da Dio sugli animali. L'animale qui è considerato più che
una cosa: per la vita che Dio gli ha dato, ha un valore particolare davanti a
Dio e l'uomo deve rispettarlo.
57) Si può cogliere il valore dell'esistenza
degli animali soprattutto dal fatto che il rito di espiazione nell'Antico
Testamento prevede che, in certi casi, si possa uccidere la vita dell'animale,
in quanto può sostituire davanti a Dio quella umana (Lv 17,11). Da ciò si può
capire anche che nella vita esiste una scala di valori, secondo la quale la
vita umana è superiore a quella animale.
58) Di conseguenza, occorre determinare
eticamente il rapporto dell'uomo rispetto agli animali: "Il giusto ha cura
del suo bestiame, ma i sentimenti degli empi sono spietati" (Pr 12,10). Per
questo la legge veterotestamentaria sottopone a determinate sanzioni divine
anche il comportamento con gli animali e le piante (Lv 19,19.23; Dt 22,6s). Per
gli autori della Bibbia le sevizie contro gli animali sono un reato religioso.
Tra il padrone e l'animale si stabilisce un rapporto di tipo comunitario.
L'animale è più che un oggetto valutabile per la sua carne; il suo valore va al
di là dell'utilità che può derivare dalle sue prestazioni.
L'etica cristiana non può accontentarsi di
considerare solo la vita umana, ma deve comprendere anche la vita degli animali
e delle piante, addirittura anche la natura inanimata.
4.2.4. Senso e vocazione delle
creature inanimate
155 59) Il
mondo è "molto buono" agli occhi di Dio (Gen 1,31) non solo perché
offre nutrimento e abitazione all'uomo, ma anche perché deve trasmettergli una
fortissima impressione di bellezza, specchio della gloria di Dio e della
misteriosa forza del suo Spirito.
Secondo il primo racconto della creazione, il
sole, la luna e le stelle servono a regolare il corso del tempo nella creazione
di Dio.
Non solo i cieli narrano la gloria di Dio (Sal
19), ma anche i fiumi e i campi, gli animali selvatici e domestici portano a
pensare e a proclamare: "Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto
hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature!" (Sal
104,24). Con tutto ciò non si deve considerare la natura una fonte di
rivelazione allo stesso livello della incarnazione di Cristo, ma occorre vedere
il legame esistente tra Dio e la sua creazione, cosicché l'uomo acquisti un
atteggiamento di contemplazione di fronte alla natura e si apra al suo
Creatore.
4.2.5. La speranza di ogni
vivente nel Nuovo Testamento
156 60) Il
messaggio cristiano del Nuovo Testamento fa proprie tutte le espressioni
veterotestamentarie sull'unità dell'uomo con tutte le creature viventi e offre
loro una finalità escatologica a partire dalla venuta di Cristo. Nei segni e
miracoli di Gesù appare chiaramente a quale gloria la creazione è stata
chiamata. La croce di Cristo, essendo dimostrazione del dolore in questo mondo,
favorisce la disponibilità dei cristiani a prendere la croce su di sè. La
speranza della risurrezione dà speranza per questo mondo, comprese le creature
non umane.
61) Anche le lettere degli apostoli parlano di
questa speranza universale. L'opera redentiva di Gesù Cristo non si estende
solamente all'uomo, ma a tutto il creato. Nell'inno a Cristo della Lettera ai
colossesi (Col 1,15-20; cf. Ef 1,3-14) si dice: Gesù Cristo "è immagine
del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura...". Dio ha voluto
condurre a Cristo le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli, il quale
ha rappacificato tutte le cose con il sangue della sua croce. Per mezzo di Gesù
Cristo è iniziata irrevocabilmente la salvezza della creazione e il suo ritorno
a Dio. Un tale processo coinvolge i cristiani. Il fine delle vie divine non è
solo il rinnovamento dell'umanità, ma anche il rinnovamento dell'intero creato.
157 62)
Credere in Dio creatore è credere anche in Dio che sostiene e guida la sua
creazione. Troppo spesso ci si è dimenticati di questa seconda verità. Quando
gli uomini si contrappongono ad esso distruggendo la terra, agiscono contro il
Creatore e il senso del creato. L'amore di Dio per il suo popolo comporta anche
una maggior responsabilità dell'umanità per la vita del creato. La vocazione
derivante dalla somiglianza con Dio viene realizzata pienamente solo
prendendosi cura del mondo.
4.3 - Importanti conseguenze
teologiche
158 63) Da
queste considerazioni teologiche non è possibile trarre delle conseguenze
immediate, applicabili concretamente, ad esempio per i diversi livelli di
sviluppo, per i problemi di sicurezza dell'energia atomica e per i valori
consentiti nell'inquinamento ambientale.
Occorre andare più a fondo, con radicalità.
Sulla base di queste considerazioni si deve giungere a una conversione, a un
nuovo modo di pensare e di agire, e a un ampliamento del proprio orizzonte. Il
contributo dei cristiani alla soluzione dei problemi ecologici consiste
soprattutto nel suscitare quel nuovo modo di pensare, che conduce a un
atteggiamento degli uomini più rispettoso del mondo, della storia e della
natura. Occorre giungere a "guidare" la natura, senza distruggerla.
Per questo occorre oggi tirar fuori nuovamente le vecchie forme del rispetto.
Non siamo ancora giunti alla riscoperta del mondo come creazione di Dio abitata
e adoperata da sue creature, tutte con pari dignità.
4.3.1. Fede nella creazione:
chiamata alla responsabilita'
159 64) La
visione della creazione divina derivante dalla rivelazione ci apre innanzitutto
lo sguardo sulla nostra origine, sul legame radicale dell'uomo come essere
corporeo con il creato. La riscoperta della responsabilità dell'uomo per la
natura e l'esperienza della coscienza profondamente inquieta per gli errori
compiuti nei confronti della natura ora non possono accontentarsi di belle
frasi esortative. Ma piuttosto l'uomo deve adoperarsi per eliminare le gravi
conseguenze che il suo agire può provocare, assumendosi pienamente tutta la sua
responsabilità per il futuro.
65) L'uomo ha il dovere di prender coscienza
del suo fondamentale radicamento nella natura ed agire di conseguenza, invece
di mettere in pericolo, agendo da padrone, il suo habitat naturale e quindi
anche se stesso. L'uomo ha il dovere di rispettare il valore proprio di tutte
le altre creature e non di valutare - per una fiducia nel progresso orientato
allo sfruttamento totale - la natura unicamente per la sua capacità d'uso.
Infatti le cose e gli animali hanno un senso e un valore anche nel loro
semplice esistere, nella loro bellezza e ricchezza. In fondo l'uomo è chiamato
a vivere per guidare e conservare il mondo immagine di Dio.
160 66) La
testimonianza della Scrittura sulla creazione ci apre per il presente la
visione sulla diversità e l'unità di tutto ciò che esiste. Ciò richiede che
l'uomo - nella religiosa fiducia delle leggi, dei significati, e degli
obiettivi di ciascuna cosa stabiliti dal Creatore- si sforzi, pur con grande
fatica e mettendo in conto amare delusioni, di entrare sempre più nella linea
che è propria del suo habitat, rimanendo sempre cosciente che le scoperte fatte
sulla base dell'esperienza hanno continuamente bisogno di venir corrette.
67) Da una simile coscienza l'uomo arriva a capire
i limiti e la caducità della creazione, e quindi anche la sua responsabilità
per il futuro di questa. In ciò egli partecipa alla guida divina del mondo e
alla realizzazione del piano di Dio su di esso. Per le capacità e la
intelligenza che Dio gli ha donato, l'uomo nel corso della storia può e deve
sviluppare tutte le possibilità che sono presenti all'interno del creato.
Questo avverrà solo se capisce come sia lui che il suo ambiente sono doni del
Creatore, e ispira quindi la sua opera alla lode e al ringraziamento,
all'adorazione, alla preghiera e all'intercessione davanti a Dio.
4.3.2. Il messaggio di Cristo:
apertura di un futuro oltre la
storia
161 68)
L'annuncio della redenzione, che dà la speranza di una salvezza al di là del
futuro puramente terrestre, non può non aver conseguenze anche per l'etica
ecologica, la quale invita, tra l'altro, ad assumersi le proprie responsabilità
nei confronti del futuro di questo mondo. La fede in Gesù Cristo non dispensa
l'uomo dall'interessarsi del mondo, non gli risolve i problemi tecnici di
questo mondo, ma piuttosto lo pone in un atteggiamento di servizio al mondo, un
servizio fatto in gratitudine e che non si arresta di fronte a nessuna
sconfitta. Infatti, questo mondo che gli è stato dato non solo come dono ma
anche come responsabilità, egli deve lavorarlo e conservarlo. Ciò che l'uomo fa
in questo mondo, ha certamente un riflesso anche nell'altro oltre la storia,
come dimostrano le "parabole sugli amministratori" nel Nuovo
Testamento (cf. Mt 25,14ss; Mc 12,1ss).
4.3.3. L'uomo in cammino:
invito a una responsabilita'
realistica nel mondo
162 69)
Quanto la Bibbia afferma sulla presunzione dell'uomo di fare senza Dio e contro
Dio, superata poi solo dal dono di sè compiuto da Gesù Cristo, è un invito all'umiltà
nella storia (2 Cor 4,7ss). Il richiamo alla fragilità dell'esistenza umana ci
permette anche di vedere il progresso umano in un'altra luce. I racconti
biblici del peccato originale (Gen 3-11), collegati all'esperienza dei
fallimenti e degli errori personali, ci aiutano a riconoscere l'ambiguità del
progresso tecnico-scientifico.
163 70) Per
una vita responsabile nella vecchia creazione, come pure per l'appartenenza fin
d'ora e in futuro alla nuova creazione, tutti gli uomini sono chiamati a far riferimento
alla vera immagine di Dio, Gesù Cristo. La vita del cristiano viene ad avere in
tal modo un orientamento fondamentale, caratterizzato da un continuo e
progressivo rinnovamento: ha lasciato l'uomo vecchio e si è rivestito del
nuovo. Un tale rapporto con Cristo si concretizza per l'uomo nell'intervenire e
nel limitarsi obbediente quando ha a che fare con la natura e la cultura. In
ciò non è altro che un inviato di Dio nella creazione e, anche nell'era
tecnologica, ha il coraggio di continuare a ritenersi tale.
5 - Esigenze di un nuovo modo di
pensare e di agire
164 71)
Dalle esperienze suddette e dalle riflessioni fondamentali sulla creazione e
sulla redenzione è necessario trarre le conseguenze per un nuovo modo di
pensare e di agire. Queste riflessioni ci guidano ad avanzare proposte, che
certo non sono sostanzialmente nuove, ma che alla luce del messaggio biblico si
intendono in modo nuovo. Esse non devono essere interpretate come
"ricette" facili. Le proposte poggiano sul fatto che la necessità di
modifiche basilari è universalmente riconosciuta, benché le vie, i sacrifici
necessari e la misura dei tagli, possano essere messi in discussione. E'
necessario trovare un consenso sociale, che possa fungere da base per le
conseguenze relative al modo di vivere del singolo, all'ordine economico e ad
una politica ecologicamente orientata. Le chiese hanno il compito importante di
indicare l'urgenza e l'ampiezza della responsabilità, di rafforzare la
coscienza, di indicare i criteri di giudizio, di invitare i diversi gruppi
sociali ad un dialogo critico-costruttivo e di offrire il buon esempio nel
proprio campo di influenza. Il suo richiamo alla responsabilità verso la
creazione si concentra in quattro esigenze primarie per l'agire umano, che si
manifestano anche al di fuori del suo ambito e acquistano un nuovo peso:
esigenza di un nuovo stile di vita, possibilità di gestire l'economia in modo
compatibile con l'ecologia, aspetti di una politica ecologicamente orientata ed
anche prendere seriamente in modo nuovo gli insegnamenti della creazione nella
vita della chiesa.
5.1 - Un nuovo stile di vita
165 72) La
responsabilità dell'ambiente è un affare anche del singolo e non solo compito
della società, dell'economia o dello stato. Le abitudini di vita e di consumo,
i modelli e le convinzioni di molti individui devono modificarsi, poiché
altrimenti il "consenso nascosto" e la pressione ideologica della
maggioranza anonima e silenziosa producono realtà politiche nei confronti
dell'ambiente.
Ciò che la grande massa fa, diviene molto
spesso norma per il singolo e allo stesso tempo una scusa per sottrarsi alla
responsabilità personale.
E' indispensabile cambiare radicalmente il
modo di pensare. Il singolo deve imparare che anche il suo comportamento ha un
peso. Se egli si lascia andare con lassismo a numerose forme di inquinamento
ambientale, anche apparentemente insignificanti, contribuisce ad un
atteggiamento irriflessivo, al vandalismo ambientale e alla tolleranza delle
distruzioni.
73) In una lettera del "Gruppo delle
chiese cristiane" alle comunità della RFT e di Berlino-ovest del 1980 si
sottolineava come il continuo aumento di bisogni di beni materiali sia
collegato ad un'assenza di scopi nella vita. "Un simile atteggiamento
ostacola l'uomo... nel completo spiegamento della sua personalità. La negazione
di limiti nella sfera materiale e la decisione di fare un uso indiscriminato di
tutte le possibilità offerte dalla scienza, paralizza le capacità dell'uomo di
donarsi personalmente... Senza un cambiamento di comportamento del singolo non
si giunge ad un ampio processo di apprendimento nella nostra società".
74) Da ciò risulta chiaro che un nuovo stile
di vita, contrassegnato da un modo di vivere modesto, moderato e disposto alla
rinunzia, è di aiuto al superamento della minaccia ambientale. Non si tratta di
vivere senza esigenze, ma con molte esigenze per la varietà e la ricchezza
presenti in tutto il nostro ambiente. Non si tratta quindi di frenare il ciclo
economico con la "rinunzia al consumo", bensì di porre nuove priorità
mediante un rapporto critico con i consumi.
166 75) Un
radicale cambiamento di mentalità deve comprendere: - riconoscere i
collegamenti esistenti nell'intero sistema ecologico e vivere ed agire
responsabilmente nella consapevolezza di questi;
- rinunciare ad abitudini di comportamento e
di consumo, che vanno a scapito dell'ambiente naturale, praticare nuovi modi di
comportamento;
- modificare la trascuratezza abituale (ad es.
evitare i rifiuti superflui, eliminare o almeno ridurre i rifiuti misti,
facendo una cernita dei rifiuti: in vetro, carta, metallo ed altre immondizie
particolari);
- la disponibilità a pagare il prezzo di
prodotti ottenuti con procedimenti rispettosi della natura e perciò più cari;
- una propensione alla misura, alla
moderazione, alla disciplina di vita, alla vicinanza alla natura,
all'attenzione al prossimo (solidarietà con i popoli poveri del terzo mondo);
- l'acquisizione di nuove capacità e di una
creatività concretamente orientata a favore dell'ambiente (ad es. la virtù del
fare da sè e dell'improvvisazione con mezzi più limitati, più semplici, ma più
vicini all'ambiente);
- l'impegno responsabile del cittadino, che
non esclude l'opposizione democratica al danneggiamento e all'inquinamento
dell'ambiente localmente e nel contesto più ampio e che, attraverso l'impegno
politico a favore dell'ambiente, influisce sulla volontà politica.
76) Bisogna riconoscere che è cresciuta la
disponibilità del consumatore privato a vivere in modo più consapevole nei
riguardi dell'ambiente. Negli ultimi dieci-quindici anni si è fatto strada
nella popolazione un cambiamento di mentalità. Tuttavia, l'accresciuta
consapevolezza nei riguardi dell'ambiente non è esente da contraddizioni: molte
persone non sono abbastanza consapevoli di come la loro opinione
politico-ecologica, assai progressista, sia in contraddizione con il loro
personale stile di vita. La responsabilità verso l'ambiente comincia nella
famiglia, nella gestione della propria casa, nel vicinato e nel luogo dove si
abita.
77) Assumersi la responsabilità della
creazione significa pure porsi dei controlli e dei limiti. Ciò conduce ad
attività creative, ad esempio all'impegno sociale e politico, che però deve
evitare deformazioni settarie e buffonesche.
167 78) Contemporaneamente
si delineano i compiti che non devono essere assunti dal singolo, ma che
certamente mirano al singolo: gli impegni formativi dello stato, delle chiese e
dei gruppi sociali devono evidenziare i collegamenti, devono trasmettere
modelli di vita, disponibilità all'impegno ed offrire un servizio di
consulenza. Da ciò risulta chiaro che l'incremento di un nuovo stile di vita
non è una questione puramente individuale e privata, ma presuppone uno sforzo
da parte dell'intera società. Allo stesso tempo occorre por fine a un
"negativo processo di formazione", che plasma in grande misura il
comportamento dell'individuo con dei modelli discutibili, come quelli di chi
avanza solo esigenze e di chi pensa solo alla propria affermazione. E' necessario
incrementare gli spazi di una pedagogia dell'ambiente e rafforzare le
esperienze positive fatte in piccoli gruppi ecologicamente impegnati. L'impegno
educativo deve comprendere una solida ed aperta informazione della popolazione
e deve tendere ad una responsabilizzazione verso i problemi dell'ambiente, non
deve dunque essere parte di un discutibile indottrinamento politico.
5.2 - Gestire l'economia in modo
compatibile con l'ecologia
168 79)
Nessun altro settore della vita influisce così profondamente ed estesamente
sulla natura e sull'ambiente come l'economia. mia. Un gran numero di leggi e di
ordinamenti degli anni passati perciò miravano a ridurre l'inquinamento
dell'aria, dell'acqua e della terra, proveniente da questo settore. Con
sorprendente capacità di adattamento le economie politiche nei paesi
industrializzati dell'occidente si sono adeguate a tali limitazioni. Ma lo
spaventoso aumento dei disastri mostra come tutto questo sia di gran lunga
insufficiente. Per la conservazione della natura e dell'ambiente e per
assicurare dei fondamenti naturali alla nostra vita è necessario un ulteriore
serio impegno nell'economia.
80) Nonostante che l'economia abbia dato un
valido contributo, è inevitabile un radicale cambiamento di mentalità, che
implica il modo di concepire il nostro sistema economico. Dopo la fine della
seconda guerra mondiale è stata riconosciuta, sulla base di riflessioni
fondamentali, la necessità di "un'economia di mercato sociale".
Questo concetto si deve arricchire ora della componente ecologica.
81) Con ciò si intende un sistema economico,
nel quale la libera concorrenza comprende pure incentivi e aiuti a favore di
obiettivi ecologici e tale che si inquadri in una politica ecologica che
mantiene il processo economico entro limiti precisi, favorendo l'ambiente. Un
simile sistema economico prevede un'autolimitazione da parte degli imprenditori
e un loro comportamento coscienzioso nei confronti dell'ambiente, ma non
esclude anche interventi e sanzioni nel caso di comportamenti che danneggiano l'ambiente.
La diminuzione dell'inquinamento ambientale, l'uso parsimonioso delle materie
prime e dell'energia, il reimpiego di materiali usati e di rifiuti, così come
l'accelerazione del progresso tecnico nel campo della tecnologia a favore
dell'ambiente divengono in tal modo "economicamente interessanti",
vale a dire, in questo campo diviene possibile la realizzazione di profitti. La
scarsità di beni ambientali: acqua, terra e aria deve diventare, mediante l'uso
di strumenti adeguati, per quanto possibile, vantaggiosa nei prezzi e nei
costi. Così le energie dinamiche del sistema economico vengono utilizzate e
orientate verso il mantenimento e il miglioramento dell'ambiente naturale. Il
progetto di un'"economia di mercato sociale ecologicamente vincolata"
punta dunque su una capacità di adattamento del sistema economico, sulla
comprensione imprenditoriale e sull'interesse ad assumere, in presenza di
determinati stimoli, i compiti che servono la natura e il bene comune. Questa
concezione tiene conto pure della capacità concorrenziale dell'economia sul
mercato mondiale.
169 82)
Solo una modifica degli scopi politico-economici e delle decisioni
corrispondenti portano a modificare le strutture, le condizioni di base e a
cambiare di conseguenza il modo di agire.
Perciò spetta alla formulazione di questi
scopi un ruolo decisivo.
Il tradizionale ordine degli obiettivi
economici: "piena occupazione, stabilità monetaria, equilibrio negli
scambi con l'estero, adeguata crescita economica e giusta ripartizione degli
utili", deve essere ampliato all'obiettivo della "conservazione
dell'ambiente naturale".
Con ciò si sottolinea che l'economia di
mercato può funzionare solo sulla base di un ambiente integro e perciò il
compito ecologico deve costituire assolutamente uno scopo autentico
dell'economia. In ciò si deve evitare che vengano dati all'economia falsi
incentivi, dannosi per l'ambiente, e tali che la loro eliminazione poi rechi
profitti. Si tratta, piuttosto, di tradurre il progetto di un'ampia
responsabilità nei riguardi dell'ambiente in un contesto economico e di porre
gli obiettivi politico-ambientali sul medesimo piano degli obiettivi
politico-economici.
170 83) Il
dovere di proteggere l'ambiente non significa una semplice correzione cosmetica
dell'ordine economico esistente, bensì un taglio radicale. Un'economia di
mercato sociale, ecologicamente vincolata, non può prescindere da norme,
divieti, tasse, controlli e sanzioni, se il processo economico deve adeguarsi
al rispetto dell'ambiente. Chi trasgredisce simili norme deve fare i conti con
punizioni consistenti (e perciò intimidatorie).
Deve valere il più possibile il principio
della causa: chi inquina l'ambiente deve assumersene le conseguenze. Mediante
tasse e interventi si raggiunge in linea di principio un'ottimale protezione
dell'ambiente. Quanto più alti sono i costi oppure i prezzi dei processi di
produzione e il consumo di beni che non inquinano l'ambiente, tanto più forte
l'appello alla responsabilità individuale sarà sostenuto dalle valutazioni
economiche dei produttori e dei consumatori.
84) Tuttavia a questo si deve aggiungere anche
una politica di incremento programmato delle "tecnologie leggere
alternative", di processi produttivi e durevoli e che risparmiano energia,
di tecniche a favore dell'ambiente, di una politica di sviluppo che ha cura del
paesaggio e di altre cose. In special modo si devono incrementare i posti di
lavoro per mezzo del pubblico potere nel campo dell'ambiente e nei settori
rilevanti dell'ambiente. Ciò è necessario tanto più che apprendisti e studenti
premono già verso professioni di questo tipo, dato che, a causa della diffusa
carenza di posti di lavoro, essi hanno grosse difficoltà ad inserirsi nel
mercato del lavoro.
Qui non si tratta di "gonfiare la
burocrazia dell'ambiente", ma di contribuire alla politica del mercato del
lavoro mediante l'incremento di occupazioni pratiche e pianificate.
171 85)
Un'economia, ecologicamente orientata, dovrebbe prevedere pure progetti
economici auto-organizzati, come programmi ed esperimenti di "gestione
alternativa delle risorse", dando rilievo a forme di imprese piccole,
controllabili e rispettose dell'ambiente. Da questi derivano spinte innovative
notevoli, alle quali la nostra società non deve rinunciare. Lo studio dell'EKD sulla
disoccupazione (1982) sottolinea:" Gli spazi liberi di un'economia di
mercato sociale possono essere senz'altro utilizzati per la prova di nuove
forme di lavoro e di imprese da parte di coloro che si assumono questo
rischio".
172 86) Al
contrario sono da respingere le richieste che propongono un sistema economico
alternativo, che reca in sè il rischio di non attivare completamente i
meccanismi economici, di dare fiducia esclusivamente a forme di economia
ridotte e parziali oppure ad una gestione burocratica dei processi economici
con obiettivi ecologici.
Qui si tralascia di considerare che anche le
economie centralizzate finora non hanno quasi mai offerto soluzioni alla
problematica dell'ambiente. Da una simile via d'uscita che evita, in ultima
analisi, gli obiettivi conflittuali della nostra economia, in quanto si limita
unicamente a singoli obiettivi ecologici, ci si deve attendere conseguenze
sociali e politiche preoccupanti e successi ecologici limitati.
5.3 - Un globale orientamento
ecologico della politica
173 87)
L'esigenza di una politica ecologica globale deriva dalle carenze e dagli
insuccessi dei provvedimenti politici finora adottati nei riguardi
dell'ambiente, i quali intervengono contro l'inquinamento e i danni ambientali
con singole misure settoriali e regolamenti di difesa specifici, e che per lo
più mirano ad un successo immediato, legati come sono alla provvisorietà. Qui è
indispensabile un radicale cambiamento di mentalità: un'azione di politica
ecologica globale deve portare anche a tenere presente la situazione
complessiva a medio termine per quanto riguarda l'insieme degli effetti diretti
e collaterali. Anche le già menzionate richieste di un nuovo stile di vita e di
una economia compatibile con l'ecologia sono da svilupparsi solo sulla base di
una tale riorientamento ecologico globale.
Sicuramente questi regolamenti specifici,
l'azione pragmatica dello stato e dei comuni sono stati indispensabili di
fronte allo sviluppo rapido dei danni degli ultimi anni, in situazioni in cui
occorreva decidere immediatamente. Le successive proposte e richieste,
rappresentando per lo più una pretesa eccessiva nei confronti della politica
costretta ad agire, non sembravano nè realizzabili, nè praticabili. Le
richieste massimali hanno contribuito di fatto ad aggravare, piuttosto che a
facilitare, le esigenze di una politica ecologica a lungo termine. Diversamente
da quanto avviene di solito nella politica, la politica ecologica dovrebbe
essere innanzitutto l'arte della necessità e solo successivamente l'arte del
possibile.
Il progetto qui esposto di una politica
ecologica globale si limita alle riflessioni di base, evita dunque le ricette
per l'agire pratico. Si riduce a quattro compito della politica: indicazione di
dati di base, sviluppo, regolamento delle competenze e garanzia di un sistema
di salvaguardia.
5.3.1. Il compito di stabilire
dei dati di base
174 88) Nei
singoli settori della politica è necessario un processo di riorientamento, che
comporta un conseguente allontanamento dal modo di considerare la natura
esclusivamente come oggetto di uso e sfruttamento. Esiste perciò il dovere di
porre dei dati di base, che si orientino negli obiettivi seguenti:
- riconoscere il valore proprio della natura,
conferire alla natura un proprio diritto di esistere nel senso della
sopramenzionata co-creaturalità, mantenere la molteplicità delle specie e del
patrimonio naturale;
- limitare le esigenze umane di consumo nei
confronti della natura e avere rapporti responsabili con la limitatezza delle
risorse utilizzabili;
- uguale partecipazione di tutti gli uomini,
dei diversi strati sociali e delle diverse nazioni, alle prestazioni e ai beni
della natura.
5.3.2. Il dovere di sviluppo
175 89) Gli
interventi per lo sviluppo vanno intesi come investimenti programmati per il
mantenimento della vita nel mondo creato da Dio.
Nonostante la rapida escalation dei danni
degli ultimi anni, il progetto di uno sviluppo programmato è passato in secondo
piano. Le spese in difesa della natura e dell'ambiente devono essere concepite
maggiormente nell'ottica del "buon investimento effettuato nella
natura". Una politica globale nei riguardi dell'ambiente deve quindi
concretizzarsi più chiaramente nei provvedimenti per lo sviluppo.
90) In questo contesto è necessario:
- un deciso incremento di una tecnica più
adeguata ed intelligente possibile (tecnica leggera rispetto a quella pesante,
incremento delle cosiddette "tecnologie alternative"), che nel suo
insieme tenga presenti i limiti della natura;
- incrementare quelle forme alternative di
vita, che rappresentano un contributo significativo per l'intera collettività;
- incrementare professioni (sviluppo
dell'educazione) e posti (creazione di posti di lavoro in settori pubblici, che
comprendano tra i loro compiti la protezione dell'ambiente e la cura del
paesaggio), che devono aiutare nell'adempiere il compito di intensificare
maggiormente l'attuazione di obiettivi politici nei riguardi dell'ambiente;
- favorire ogni sforzo economico per
sviluppare strumenti economici adeguati a favore di un'"economia di
mercato sociale ecologicamente vincolata".
5.3.3. Il compito di regolare le
competenze
176 91) Ad
un retto ordinamento delle competenze spetta un compito particolarmente
importante. L'attuale gestione settoriale dei problemi ambientali, come pure le
politiche specifiche e corporative che offrono soluzioni ai problemi attraverso
la settorializzazione e la specializzazione, derivano da provvedimenti
legislativi che non sono in grado di garantire una sicurezza complessiva di base
a lungo termine. Essi al contrario, sottomessi a ristretti interessi di
sfruttamento, portano a danni irreversibili.
Occorre perciò osservare i seguenti punti:
- E' necessario regolare in modo nuovo le
competenze, gli incarichi e i poteri (ad esempio le amministrazioni competenti
e le relative pianificazioni) e sopprimere sia gli attuali contrasti, sia le
iniziative individuali ed anche i rapporti di concorrenza, coordinando le
attività amministrative.
- Sul piano internazionale (specialmente nella
CEE) bisogna creare competenze e meccanismi decisionali più flessibili.
- Considerando i rapporti esistenti
all'interno del sistema, si richiedono settori con competenze precise e
coordinate. Devono essere rafforzate politicamente attività a ciò finalizzate,
quali: ordinamento del territorio, protezione dell'ambiente, cura del paesaggio
e salvaguardia della natura. Ciò non è possibile senza strumenti adeguati.
Perciò sono necessarie procedure e l'utilizzo di strumenti di alto valore
tecnologico, come pure l'esame di tollerabilità ambientale con provvedimenti
pubblici e privati.
- Un orientamento generale della politica in
senso ecologico significa un maggiore orientamento all'ecologia di ciascuna
pianificazione, come pure il cambiamento della politica e del modo di
amministrare. Perciò la politica di sviluppo deve considerare con maggiore
attenzione la particolarità e la specificità dei paesaggi e di luoghi
particolari. Con ciò si deve giungere a che lo sviluppo territoriale non
persegua ovunque i medesimi livelli ed obiettivi, e quindi, di fronte a spazi
diversi, si garantisca una razionale ripartizione delle singole funzioni.
5.3.4. Il compito di una gestione
parsimoniosa
177 92) Pur
nella necessità di tener presenti nello stesso tempo tutti gli aspetti del
problema, tuttavia in nessun altro punto si manifesta la necessità di una
pianificazione ampia ed estesa, in modo così chiaro come nel sistema di
salvaguardia e, in particolare, di salvaguardia dell'acqua potabile e
dell'energia. E' chiaro che garantire l'energia non comporta solo questioni
tecniche, economiche, ecologiche, bensì anche problemi di politica interna, di
politica sociale, di psicologia sociale, ecc. Anche in questo senso occorre una
politica ecologica globale.
93) E' indispensabile:
- un'utilizzazione più razionale delle
limitate risorse naturali, vale a dire: utilizzazione totale, reimpiego dopo
l'uso, utilizzo del calore di scarico e dell'energia finora sprecata,
limitazione ad un uso strettamente necessario, anche per l'intera economia;
- un razionale, parsimonioso impiego delle
risorse naturali e la valutazione programmata degli effetti collaterali e delle
conseguenze.
5.4 - Il compito delle chiese e
delle comunità
178 94) I
cristiani debbono dare il loro contributo a mantenere e migliorare le
condizioni di vita nel nostro paese e nel mondo in modo molto più deciso e
attento di quanto abbiano fatto finora. Singoli cittadini, scienziati, tecnici,
imprenditori e politici si attendono a ragione che le chiese non li lascino
soli nel loro impegno per garantire un futuro. Chiamate ad essere responsabili
per la salvezza di ciascuno nell'altro mondo, le chiese non possono esimersi
dal sentirsi responsabili anche per questo mondo. In base alla concezione che
le chiese hanno di se stesse, si può indicare un quadruplice contributo che
esse possono offrire: la luce della verità, la forza all'impegno morale, il
ministero della riconciliazione tra posizioni e interessi contrastanti, la
speranza.
95) La fede nel Dio creatore, salvatore e
destino finale del mondo incide profondamente ed efficacemente sul pensiero e
l'opera dell'uomo. Proprio l'accusa, secondo cui le chiese avrebbero nascosto
colpevolmente la luce della verità sulla creazione sotto il moggio o avrebbero
acceso nei secoli la falsa luce del dominio sul mondo che permette lo
sfruttamento, conferma indirettamente l'importanza che viene attribuita
all'orientamento o al disorientamento spirituale e morale. La vera risposta a
una simile, non del tutto infondata, critica può essere solo quella che le
chiese devono proclamare in maniera più chiara e comprensibile la loro dottrina
sull'uomo immagine di Dio e sul mondo opera del Creatore, farsi ascoltare e
annunciare in modo plausibile e credibile, anche oltre la cerchia dei
cristiani, quella responsabilità morale che deriva dalla fede. La predicazione
e la catechesi, il canto e la preghiera, tutto dovrebbe portare a comprendere
il primo articolo della fede, in modo da porsi davanti alla natura con
meraviglia lodando il Creatore e in modo da giungere a un rapporto con la
natura che vada molto al di là della visione razionale-utilitaristica.
Nel nostro paese, in particolare, sono
numerose le occasioni che potrebbero essere utilizzate per tale scopo:
celebrazioni eucaristiche e prediche, catechismo parrocchiale e formazione
degli adulti, facoltà teologiche ed accademie, convegni ecclesiali e congressi
scientifici. Le chiese devono mobilitare tutte le forze disponibili non solo
nei confronti dell'opinione pubblica, ma anche nel dialogo specialistico con
scienziati e con i responsabili della politica e dell'economia. Noi cristiani,
di fronte al problema di bruciante attualità circa la sopravvivenza
dell'umanità e del mondo e all'amara esperienza fatta sotto il Terzo Reich,
dobbiamo ricordarci che si può divenire colpevoli anche tacendo e agendo in
modo inconcludente.
179 96)
Sarebbe troppo poco ravvivare la responsabilità morale con la luce della
verità. Le chiese, oltre a ciò, hanno il dovere e l'esperienza storica di
spingere perché questa responsabilità diventi concreta. Se non lo fanno le
chiese, chi aiuta mai i dotati di buona volontà a non arrendersi rassegnati di
fronte alle immani difficoltà? La buona volontà ha bisogno di spazi adeguati
per il suo esercizio e di vie percorribili per dare un futuro al paese. Per
quanto modesti possano apparire gli inizi - l'esercizio delle virtù quotidiane
nei gruppi, nelle comunità e nei movimenti -, tuttavia i frutti a lungo termine
possono essere significativi, come eloquentemente dimostra la storia del cristianesimo.
La creatività culturale degli ordini
nell'antichità e nel medioevo, il servizio e l'assistenza delle comunità
cristiane, come pure il movimento sociale negli ultimi cent'anni, l'opera
pionieristica delle chiese tedesche dopo la seconda guerra mondiale negli aiuti
per lo sviluppo, sono esempi che spingono le chiese ad assumere, nella forza
della fede cristiana, anche le sfide più pressanti di oggi: il problema
ecologico e i problemi ad esso collegati della crescita demografica e della
povertà di massa nel terzo mondo. Essere vicini come comunità e organizzazioni
a quello che è l'habitat vitale primario di gran parte della popolazione
rappresenta un'occasione eccezionale per le chiese nella nostra società,
tuttora impregnata dal cristianesimo. Il fatto che siano uscite dall'occidente
cristiano e si siano propagate in tutto il mondo, tra l'altro, ideologie che
nel nostro secolo hanno contribuito in maniera determinante a compiere delle
devastazioni disastrose per le condizioni della vita, costituisce un motivo in
più perché le chiese tedesche si assumano la loro responsabilità storica di
fronte al mondo.
97) Pertanto il modo di comportarsi delle
chiese e delle comunità locali come proprietarie o dirette coltivatrici di
fondi agrari, padrone o amministratrici nei confronti dei contadini dovrà
essere esemplare nell'impegno formativo ed educativo, se non vogliono perdere
il loro credito. La simpatia per il movimento francescano, la vasta presenza di
gruppi e di iniziative civiche ecologiche nell'ambito delle chiese, lo
stabilire alcuni incaricati per l'ambiente e la celebrazione del creato nelle
liturgie, non dovrebbero lasciare a lungo una coscienza tranquilla, convinta di
aver compiuto il proprio dovere di cristiani. Perciò i collaboratori
ecclesiastici e le istituzioni della chiesa dovrebbero agire in maniera
esemplare. Alcuni esempi possono essere quelli di limitare l'uso dell'auto
anche nei viaggi di ministero preferendo i mezzi pubblici, la rinuncia all'uso
dei diserbanti chimici nei giardini e nei terreni, norme più severe per il
risparmio di energia negli edifici ecclesiastici, una raccolta delle immondizie
secondo i vari tipi per consentire il riutilizzo dei rifiuti.
180 98)
Infine le chiese e le comunità locali possono e devono compiere il ministero
della mediazione e della riconciliazione fra i fronti.
Annunciando il Vangelo esse possono
contribuire ad approfondire e andare alla sostanza dei problemi, cosicché i
gravi problemi reali come quelli delle materie prime, dell'energia,
dell'ambiente e della crescita demografica non vengano trattati con pregiudizi
e per contrapposizioni, secondo le ideologie, e neppure vengano lasciati cadere
per rassegnazione e scetticismo, ma si giunga a porsi concretamente la domanda
fondamentale: in base alla volontà del Creatore che si deve fare dell'uomo e
della terra? Legate al comando della fede, le chiese potrebbero essere meno
legate al parere e all'approvazione dei loro membri o all'influsso di
simpatizzanti, com'è dei partiti democratici che periodicamente di anni devono
sottoporsi a nuove elezioni e com'è delle associazioni degli industriali o dei
sindacati che devono rappresentare gli interessi di specifici gruppi sociali.
Ci si attende quindi che le chiese si facciano l'avvocato dei più deboli e dei
più poveri: i molti che non sono organizzati secondo interessi, i popoli del
terzo mondo che devono essere per le chiese altrettanto importanti e vicini
come i cristiani che sono in patria; soprattutto essa deve dar voce alla
creazione minacciata. Non solo è conveniente, ma è addirittura un dovere che le
chiese buttino sul piatto della bilancia con forza e con intelligenza questa
loro libertà perché, in mezzo alla difficile lotta dei problemi quotidiani,
vinca il diritto di tutti gli uomini e il valore di ogni creatura. Per svolgere
un ruolo di questo genere attualmente le chiese e le comunità non sono
abbastanza preparate. Occorre che ogni giorno di più si rendano conto del loro
dovere, ma esse devono ormai anche darsi da fare concretamente.
181 99)
L'importante comunque è che le chiese e le comunità locali comunichino speranza
e mostrino chiaramente come non si può lasciar frenare nell'assunzione delle
proprie responsabilità per le creature di Dio da paure apocalittiche, ma
piuttosto, nella fiducia della parola divina, si lascino scoprire e crescere
quelle forze creatrici che sono nell'uomo.
Nel Credo i cristiani proclamano: "Credo
in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra". L'intera
cristianità crede nel Creatore che ha creato tutto quanto, "cielo e
terra" e quindi anche l'uomo con la terra suo "habitat
naturale". Con ciò i cristiani riconoscono il diritto di Dio sul mondo e
credono nella promessa che il Creatore è anche per sempre conservatore e
salvatore. Chi proclama questo enunciato della fede fa distinzione tra creatore
e creatura e, nella sottomissione a Dio, mantiene unite le due realtà. La
creazione è soggetta al divenire e ad esser distrutta.
I pericoli per essa non sono le forze
distruttive e la potenza del peccato. Noi oggi ci opponiamo alla minaccia della
distruzione della natura e dell'uomo se siamo disposti a guardare il mondo
senza pregiudizi. Da un simile modo di vedere derivano compiti e doveri etici,
per svolgere i quali abbiamo bisogno dell'aiuto di Dio.
Perciò noi preghiamo per la conservazione del
mondo e speriamo nella redenzione di tutte le creature. I cristiani pregano con
il salmista: "Del Signore è la terra e quanto contiene, l'universo e i
suoi abitanti. E' lui che l'ha fondata sui mari e sui fiumi l'ha stabilita"
(Sal 24,1.2).
1423 33. (Il problema). Col suo lavoro e col suo ingegno l'uomo ha cercato sempre di sviluppare la propria vita; oggi, poi, specialmente con l'aiuto della scienza e della tecnica, ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su quasi tutta intera la natura e, con l'aiuto soprattutto degli accresciuti mezzi di molte forme di scambio tra le nazioni, la famiglia umana a poco a poco è venuta a riconoscersi e a costituirsi come una comunità unitaria nel mondo intero. Ne deriva che molti beni, che un tempo l'uomo si aspettava dalle forze superiori, oggi ormai se li procura con la sua iniziativa e con le sue forze.
1424 Di fronte a questo immenso sforzo, che ormai pervade tutto il genere umano, tra gli uomini sorgono molti interrogativi. Qual è il senso e il valore dell'attività umana? Come vanno usate queste realtà? A quale scopo tendono gli sforzi sia individuali che collettivi? La chiesa, che custodisce il deposito della parola di Dio, da cui vengono attinti i principi per l'ordine morale e religioso, anche se non ha sempre pronta la soluzione per ogni singola questione, desidera unire la luce della rivelazione alla competenza di tutti, allo scopo di illuminare la strada sulla quale si è messa da poco l'umanità.
1425 34. (Il valore dell'attività umana). Per i credenti una cosa è certa: l'attività umana individuale e collettiva, ossia quell'ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio. L'uomo, infatti, creato a immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così pure di riportare a Dio se stesso e l'universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose; in modo che, nella subordinazione di tutte le realtà all'uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra.
1426 Ciò vale anche per gli ordinari lavori quotidiani. Gli uomini e le donne, infatti, che per procurare il sostentamento per sé e per la famiglia esercitano il proprio lavoro così da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che col loro lavoro essi prolungano l'opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e donano un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia.
1505 57 L'uomo infatti, quando coltiva la terra col lavoro delle sue braccia o con l'aiuto della tecnica, affinché essa produca frutto e diventi una dimora degna dell'universale famiglia umana, e quando partecipa consapevolmente alla vita dei gruppi sociali, attua il disegno di Dio, manifestato all'inizio dei tempi, di assoggettare la terra e di perfezionare la creazione, e coltiva se stesso; nello stesso tempo mette in pratica il grande comandamento di Cristo di prodigarsi al servizio dei fratelli.
1546 67 Ancor più: sappiamo che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l'uomo si associa all'opera stessa redentiva di Gesù Cristo, il quale ha conferito al lavoro una elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazaret.
379 36 I fedeli devono dunque riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio; e aiutarsi a vicenda nel condurre una vita più santa anche mediante le loro attività secolari, perché il mondo sia impregnato dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace.
Raniero la Valle, Quel
nostro Novecento. Costituzione, Concilio e Sessantotto: le tre rivoluzioni
interrotte, ed. Adriano Salani Editore, Milano 2011.
Raniero LA VALLE (conferenza a Messina 19/11/2011, nel convegno visibile a questo link:
Il problema non è la lo stato della Chiesa,
ma lo stato della fede.
Tutti i documenti
del Vaticano II partono dalla Chiesa e rispondono a Paolo VI:
Chiesa di Cristo che dici di te stessa? Ma oggi la
domanda è: Chiesa di Cristo che ne è della fede?
Si diceva che il
contenuto della fede non era all’ordine del giorno.
Luogo comune ciò
che Papa Giovanni diceva diplomaticamente per non parlare di fede, concilio
pastorale, così convenne credere. Era una convenzione.
In realtà il
rinnovamento profondo della Chiesa era un rinnovamento della fede. Non nei contenuti
fondamentali, ma nella penetrazione dottrinale, nella fedeltà all’autentica
dottrina esposta nella forma attuale.
Ciò in funzione del
magistero pastorale, ma
rinnovato, come ad es. la dottrina della libertà religiosa.
Sconsigliato dai
censori, papa Giovanni ritenne che di un mutamento dottrinale si trattava.
Che cosa ha detto il Vaticano II sulla fede?
Ma c’è un problema
di organizzazione dottrinale o un problema di fede
quando si vede che il potere non è vissuto come
voleva Gesù.
Ma in realtà c’è
uno scarto dottrinale (v. indagine de Il Regno sulla religiosità)
Oltre che divario
generazionale. Divario di 24 punti sulla preghiera, messa 16 punti, tra
1981-1991 il divario cresce. Fiducia della chiesa analoghi risultati: il calo
riguarda i giovanissimi, un altro mondo, fine del modello dell’Italia
cattolica, dopo il 1981 giovani più estranei all’esperienza religiosa.
Analfabetimso religioso alto tra i giovani. Quando i figli del ’70 saranno
padri, il secolarismo sarà generalizzato.
Questa crisi religiosa non è solo
italiana. Comblin: crisi che ha una portata universale, i contadini
poveri ora vanno con gli evangelici, milioni di adolescenti e persino i nuovi
sacerdoti non conoscono il Concilio e non ne danno importanza. Non risposta ai
problemi del 68, su sessualità, famiglia, morale ecc. La chiesa non seppe
rispondere perché il Vaticano II aveva risposto alle domande del 1962, ma non
al 1968 (Comblin).
Ma è così? Il vero
problema è sapere se il Vaticano II aveva risposte anche per la crisi che si
sarebbe aperta nel mondo che stava per venire. A saper interrogare il con. Ci
sono anche risposte alle crisi di fede. Avrebbe la chiesa del concilio i mezzi
per affrontare la crisi? A mio parere c’è questa possibilità di risposta. Per
me sì, ma il papa e altri non le utilizzano.
Costituzione,
concilio, 68 hanno un’interconnesione.
Queste risposte non
possono venire se chiediamo al Vaticano II solo riforme della curia ecc.
Alcuni dicono: Il processo fu interrotto fin dal
nascere e difficilmente potrebbe crescere. Ma sono di parere diverso: la crisi c’è, perché il messaggio di fede
non è più ascoltabile fuori della cerchia delle generazioni già praticanti,
credo che ci sia un
concilio rimasto nascosto e da scoprire proprio nelle realtà più profonde.
Occorre scoprire
ciò che nel c. ancora non è stato nascosto, ciò che stava nelle parti narrative, non
controverse, non contestate da nessuno.
Del cristianesimo il concilio offre una narrazione
nuova, nei proemi, dove si narrava la storia della salvezza.
Molte prove, ma una
è al contrario, avrebbe potuto esserci e non c’è stato. La curia voleva che il Concilio confermasse la
dottrina secondo cui i bambini senza battesimo non possono salvare. La
commissione preparatoria non prese in considerazione la cosa, perché il motivo
era che nel popolo di Dio era
senza ombra di dubbio la dottrina della salvezza.
Il piano del Padre
è ancora raccontato nelle narrazioni.
Precedentemente Dio era un nume offeso da placare dai nostri sacrifici,
come dal Figlio suo, mandato a morire sulla croce. Mondo valle di lacrime, noi dovevamo disprezzare le cose terrene a
guadare alla cose celesti. Afflizioni del tutto meritate: Dio che vedi come per le nostre
perversità siamo afflitti.
Possiamo capire il
salto che c’è stato e il furore dei tradizionalisti non per il latino, ma per
la diversa comprensione della di fede. Antropologia pessimista ancora rintracciabile
alla base dello stato. Los stato moderno è basato da un’antropologia pessimista.
Lo stato deve porre rimedio.
Anche certo stato che
porta a distruggersi gli uni gli altri nasce da un’ideologia antropologica che
parte dall’uomo infortunato appena creato, con una incapacità a vivere la
solidarietà.
Per Pio XII uguaglianza tra uomo e donna, tentazione diabolica, parto con dolore,
lavoro con sudore, amore sponsale non teso alla procreazione “fetido onanismo
coniugale”. Rahner dirà la chiesa tributaria di un cattivo agostinismo: massa
dannata cui pochi è dato di salvarsi, solo nella chiesa cattolica, tutti gli
altri cristiani massa di eretici.
Non si tratta di
disciplina, ma di una questione di fede.
Il concilio ha
cambiato qui: lo stesso annuncio di Cristo è diventato un annuncio nuovo, sia
nel annunciatore che nell’annuncio qualcosa di permanente.
Per molti cristiani
sono cose ancora da scoprire. Placatio non c’è mai nei testi del
Concilio, né neio testi liturgici, crocifisso a causa degli uomini, con prezzo
dell’amore e non riparazione data a un peccato.
Non Dio bifronte,
ma solo fascinans, che non ha
cacciato nessuno. Nella narrazione la cacciata non c’è.
“Dio non li
abbandonò, ma sempre cercò di salvarlo e si prese cura del genere umano”.
Il figlio di Dio si
è unito ad ogni uomo, Dio ha messo in mano l’uomo al suo consiglio reagindo al
fatto che è in pericolo il futuro del mondo.
Riconciliazione con
l’uomo e le donne e da qui non si torna indietro.
Se la fede non
fosse dominata dal peccato e fosse lieta fede, giovani e mondo sarebbero molto
più propensi a coglierlo. Novità di vita, capaci sanctae novitatis,
parole cristiane. Novità del Con. nella fede. Gloriosa fede di Calcedonia.
Senza l’intelligenza della fede, alcune cose nemmeno pensabile.
1^ Inserzione
Sulla differenza tra enunziato e forma dell’enunziato, cf. Tommaso d'Aquino. Egli indicava, sapientemente, l'eccedenza del dato creduto sul suo enunciato, dicendo che l'atto di fede non finisce nel suo enunciato (enunciabile), ma nella cosa creduta[2].
2^ Inserzione:
Una delle narrazioni:
LG 9 Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte per i nostri peccati e
risuscitato per la nostra giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi
acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in
cielo. Ha per condizione
la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito
Santo come in un tempio.
Ha per legge il
nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E
finalmente, ha per fine
il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere
ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a
compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le
stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per
partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il
popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l'universalità degli
uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità il germe più
forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una
comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della
redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt
5,13-16), è inviato a tutto il mondo.
[1] Nostra annotazione (Mazzillo). In effetti il Vaticano II parla prevalentemente dell’attività dell’uomo nel mondo, ma in armonia e non in contrasto con il piano di Dio e questo esige un rispetto della natura secondo l’intenzione del Creatore, che affida la terra per la custodia e la coltivazione. Vedi testi successivi (soprattutto 3.3.).
[2] «Actus fidei non terminatur ad enuntiabile,
sed ad rem». Il testo per la verità parla di enuntiabile, quasi a far risaltare la continua inadeguatezza tra ciò
che si può formulare (enuntiabile) e
la realtà (res) ultima colta dalla fede. A commento di ciò, R. Pannikkar,
presso il quale abbiamo rinvenuto la citazione (R. Pannikkar, L'esperienza di Dio, Queriniana, Brescia
1998, 32), estende eccessivamente l'ampiezza della distinzione di Tommaso
all'esperienza di Dio in quanto tale, fino a dire: ««I dogmi sono canali -
strumenti - mediante i quali additiamo il mistero. Se poi la costellazione
cambia o se gli uomini divengono incapaci di cogliere il mistero attraverso
questi canali, allora sarà necessario cambiarli. Il dito di Buddha ci indica la
luna e ci dà la possibilità di scoprirla, afferma la tradizione buddhista, ma
non dobbiamo rimanere stupiti a guardare il dito - o il cielo, come gli uomini
di Galilea dopo l'Ascensione. Anche i profeti - e gli angeli - sono necessari,
ma non dobbiamo adorarli. In conclusione, l'esperienza di Dio si realizza
generalmente grazie alla mediazione di una credenza, ma non deve venir confusa
con questa» (ivi). La posizione,
sebbene sia da situare in un contesto diverso dal nostro, ci sembra eccessiva e
può prestare il fianco all'accusa di relativismo. Pannikkar, al pari di altri,
ne è stato fatto oggetto, in nome di un non meglio chiarito e relativizzante pluralismo religioso. Nel significato
originario di Tommaso la distinzione ha comunque il merito di richiamare ai
diritti inalienabili della Trascendenza a non lasciarsi mai ingabbiare in un
sistema chiuso e definitivo di enunciati,
per quanto esatti possano essere.